sabato 28 marzo 2015

la nausea dei nostri tempi

La nausea

by Citta invisibile
naus

di Paolo Mottana*
Quanta amarezza in questo tempo... Ciò che accade in scuole e università, in generale nel mondo della cultura è rivoltante. Nei nostri posti di lavoro, parlo agli universitari, fanno a pezzi gli ultimi residui del senso, del significato, del lavoro creativo. Passano norme ignominiose sulla valutazione della produttività scientifica, si fa a gara per racimolare gradimenti dagli studenti, ci si spintona per intercettare fondi di ricerca cercando in ogni modo di montare in copule improbabili filosofia, antropologia, psicologia con i temi del cibo perché c’è l’Expo che è un’enorme mammella da succhiare finché ce n’é convertendo per anni il senso del proprio operare al solo obiettivo economico.
Nausea e schifo… Dalle commissioni didattiche degli atenei ci fanno sapere che negli esami dobbiamo usare tutta la gamma dei voti, si faccia il piacere, e che si deve controllare bene che nessuno si permetta di studiare su dispense o appunti. Troppi colleghi paiono voler incollare i pezzi del loro nulla con la colla di una qualche nuova forma di autorità, di rigore, di disciplina. Oggi se scrivi una monografia vale 0 mentre se scrivi un articoletto in inglese su una rivista di fascia XL entri nella hit parade dei cervelli in vendita
Le tesi devono essere più brevi, più simili ai paper anglosassoni, le ricerche devono essere sempre e solo per obiettivi ratificati da qualche commissione europea (dunque sempre connesse strettamente all’economia), altrimenti non ti danno un soldo.
Tutti pronti a sbavare per pubblicare su un foglio di giornale, a mostrare il culo perché sia per bene manipolato da chi sul suo potere ci costruisce, lui sì, uno straccio di godimento (l’unico godimento che davvero circola, con buona pace delle Cassandre del godimento scatenato: il godimento non dissipa più, accumula semmai, è godimento delpotere, qualsiasi potere, anche quello ridicolo del professore universitario che baratta la sua ipotetica identità di studioso con un posto di ricercatore o di dottore di ricerca o un finanziamento qualsiasi).
Vorrei possedere una scrittura nitida e tagliente come un rasoio per poter prendere congedo da questo magma merdoso in cui invece si finisce per precipitare proprio malgrado. Si finisce corrosi dall’invidia, dalle gelosie, dall’unico orizzonte che ad oggi sia percorribile per gratificare di un senso il proprio esistere, sempre più vacuo e indistinto. Unico orizzonte che è quello dell’emergere, in un qualunque modo, dalla schiuma scura e sporca dove quasi tutti annaspiamo aggrovigliati. Emergere anche solo per poco, toccare per un momento, riconoscendo meravigliati il proprio volto estraneo nel suo riconoscimento pubblico, l’appagamento di una riuscita, l’unica che oggi davvero assuma un peso, un valore.
Oppure inseguire oasi, piccole Taz (Temporary Autonomous Zonendr) individuali, magari facendo dei propri figli il perno del proprio riscatto, fin che son piccoli almeno. Ma anche solo in un fare qualsiasi, con l’etica del lavoro risanata secondo lo slogan pietoso del “ben fatto”, beandosi di fare del buon vino o della salsa tradizionale. Ognuno con il suo successino, duri quel che duri, pur di rispecchiarsi in qualcosa che sia, magari solo per un attimo, condiviso. E non solo dall’amico (pronto a fregarti) o dal compagno o dalla compagna (fin che c’è).
Le nostre vite son sempre più friabili e leggere, possono essere soffiate via in un baleno da tanto che non hanno più gravitazione, peso, consistenza. Nulla ci garantisce di nulla, vertigine rizomica e perpetuo flusso. Ma si badi, al flusso non ci arrendiamo, pretendiamo di coagulare, di fissare la nostra immagine nello specchio di un compimento, è questa la nostra miseria. Finita la necessità di un significato, invochiamo un compimento qualsiasi, fosse anche soltanto dare la forma a un tipo di pasta o apparire velocemente in un talk-show (leggi anche Perdere l’animandr).
A volte, dialogando con i miei mèntori mi sorprendo a sorridere tristemente, pensando alla gravità delle loro considerazioni, al tormento autentico da cui apparivano abitati (l’ “apparivano” sia concesso al cinismo indefettibile che ci abita…). Dialogo con Rilke o con Etty, o con il vecchio Nietzsche e penso a quanto sembravano poter credere (in ciò che dicevano, che scrivevano). Già, credere in fondo.
Sapere e credere, ancora quello, no: è vetusto e insopportabile. Oppure… Mi confido con loro, sicuro di (non) essere ascoltato. Almeno ne sono certo. Non con i… che cosa? Come chiamare la folla in cui si serpeggia e si striscia quotidianamente, con brevi attriti, le figure che per qualche ora, o giorno, o addirittura mese, emergono a striare il tempo di una gamma relativamente costante? Amici? Compagni? Conoscenti?
O forse proprio nemici, concorrenti, competitori? Siamo tutti in competizione. Non puoi veramente fidarti di nessuno, di nessuno. Nulla più ti appartiene e tu non appartieni più a nulla.
Vertigine…. La vertigine di questa compiuta inconsistenza, dove puoi dire tutto e tutto è niente, ovviamente. Dove galleggi tronfio su un social network se in un giorno hai spinto fuori più post o tweet, magari raccogliendo l’approvazione di un piccolo manipolo di confermatori, a loro volta sospinti dal bisogno di essere confermati da te il giorno appresso.
La nostra volatilità è assoluta. L’uomo è finito? No, solo ora sappiamo che non c’è mai stato. L’infinita e grottesca buffonata di cui parlava Shakespeare non è mai stata così patente, così esplicita, così letterale. Basta con i panneggi, con le tragedie, con le grandi recitazioni, (altro che narrazioni)! Questo siamo noi, un grande bluff che anela a un attimo di riconoscenza.
Pietosi e fragili, infinitamente deboli e paurosi, animaletti cui è stata inflitta la gogna di sapersi, almeno in parte, e perciò dannati ad libitum… Ora possiamo guardare senza veli la nostra miseria. Ma ancora insistiamo, vogliamo un attimo di gloria, ancora!
Sarebbe meglio accettare, zittirsi e assumere fino in fondo quel poco o nulla che siamo, ritrovando lo stimolo a far “social catena”, per sorreggerci, con compassione, con umiltà, insieme a tutto, animali, pattumiere e moribondi vegetali. Una sana e prolungata purga a quella tracotanza che ancora vuole esibirsi, con un pubblico indifferente.
Ho scoperto recentemente che c’è chi sceglie come fidanzata una bambola (di materiali che simulano perfettamente la pelle umana…). Forse è quella la soluzione: tanto vale riempire i teatri, quelli della nostra vita, di manichini, anche di cartone, come già accade per la televisione, dove chi è guardato è solo il pretesto per dormire, anestetizzarsi o il bersaglio di tutto il possibile dileggio e di ogni villania.
Nausea, rabbia e malinconia.

* Docente di Filosofia dell’educazione presso l’Università di Milano-Bicocca, ha insegnato Filosofia immaginale e didattica artistica all’Accademia di Brera e si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia e educazione. Scrive un blog dal titolo Controeducazione. Tra le sue pubblicazioni: Formazione e affetti (Armando, 1993); Miti d’oggi nell’educazione. E opportune contromisure (Franco Angeli 2000); L’opera dello sguardo (Moretti e Vitali, 2002); Piccolo manuale di controeducazione (Mimesis, 2012); Cattivi maestri. La controeducazione di René Schérer, Raoul Vaneigem e Hakim Bey (Castelvecchi, 2014).
L’adesione di Paolo Mottana alla campagna 2014 di Comune “Ribellarsi facendo“:  Mi ribello facendo controeducazione

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