martedì 21 ottobre 2014

verso una nuova lettura della centralita' del mondo:l' Asia?

Nuovo articolo su Comune-info

Via al nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

by maomao comune
L'era attuale appartiene all'Asia, ha detto Narendra Modi, primo ministro dell'India, nei giorni in cui riceveva il presidente cinese Xi Jinping. Non è sembrato un auspicio ma una constatazione. Poco prima di andare a Washington, Modi aveva invece spiegato alla Cnn che la Russia detiene interessi legittimi in Ucraina e criticare l'annessione della Crimea è del tutto fuori luogo. La nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense ha i suoi pilastri nel continente asiatico e sembra volersi fondare proprio su un patto tra Pechino, Mosca e Delhi. La svolta decisiva sarebbe avvenuta a settembre in Tagikistan, con la piena integrazione dell'India nell'Organizzazione di Shangai per la Cooperazione. I segnali, d'altra parte, erano noti da tempo: l'accordo energetico Russia-Cina, di cui s'è parlato molto; la nuova Via della Seta, destinata a diventare la principale rotta commerciale del pianeta grazie agli affari di Russia e Cina con la Germania e tutta l'Europa. Londra si è intanto candidata a essere centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan e ha perfino emesso un titolo di stato nella moneta cinese. Certo, gli Stati Uniti non sono noti per la capacità di accettare sportivamente le contrarietà della vita. La guerra tra le grandi potenze non è più una possibilità così remota
Alibaba founder Jack Ma gives a thumbs-up as he arrives to speak to investors at an initial public offering roadshow in Singapore
Jack Ma, fondatore di Alibaba la più grande società di commercio on line del mondo, è l’uomo più ricco della Cina. “Se siete ancora poveri a 35 anni, vuol dire che lo meritate”, dice in questa intervista
di Raúl Zibechi
Sebbene le crisi in Medio Oriente e in Ucraina si contendano i titoli sui media, esse sono solo l’aspetto emergente di un movimento “tellurico” molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense, con l’Asia al centro, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India.
Uno dei fondamenti del colonialismo e dell’imperialismo, consiste nel proibire ai paesi periferici di fare ciò che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine incentrato sulla relazione centro-periferia sta cedendo il passo a nuove relazioni internazionali.
Le stesse potenze occidentali che gridano indignate per l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza l’autorizzazione del suo governo, con la scusa di combattere contro un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, alla cui creazione queste stesse potenze hanno avuto un ruolo rilevante.
Non è certo più una novità che la Cina e la Russia rifiutino questo tipo di azioni belliche che un tempo erano quanto meno avallate dall’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È già una cosa più seria il fatto che il primo ministro dell’India, Narendra Modi, poche ore prima della sua visita negli Stati Uniti, abbia detto alla CNN che la Russia detiene “interessi legittimi in Ucraina”. Non solo si è rifiutato di criticare l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche espresso “fiducia” su come Pechino sta gestendo i contrasti territoriali nei mari meridionali della Cina. (The Brics Post, 22 settembre 2014).
È come se un nuovo vento di Bandung (la conferenza che nel 1955 ha spinto verso la decolonizzazione) stesse soffiando sul pianeta. “Se lei analizza nel dettaglio gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che la Cina e l’India sono cresciute con ritmi simili. I loro contributi al PIL mondiale sono aumentati in modo analogo e in modo parallelo sono caduti. L’era attuale appartiene all’Asia” ha detto Modi. Stava facendo un discorso anticolonialista con una prospettiva di lunga durata, negli stessi giorni in cui all’India faceva visita il presidente cinese Xi Jinping: avvenimenti che hanno consolidato una forte alleanza tra i due più grandi paesi della regione.
Politica, o la OCS
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Il cambiamento decisivo si è verificato con la piena integrazione dell’India nell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (OCS), durante il recente vertice tenuto l’11 e il 12 settembre a Dušanbe, capitale del Tagikistan. Fino a quel momento svolgeva solo un ruolo di osservatore.
La OCS è stata creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza della regione e combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, definiti come le “tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi Iran e Pakistan, sebbene questi ulteriori passi risultino complessi vista la contesa tra India e Pakistan sui rispettivi confini.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership statunitense, in una regione dove la superpotenza ha sempre meno influenza. L’organizzazione ruota attorno alla Cina, così come si evince dal nome. In base all’analisi di alcuni media come il Washington Postil consolidamento dell’alleanza Russia-Cina con la sua prospettiva geopolitica e geoenergetica (che comprende il già iniziato gasdotto che serve a rifornire Pechino del gas russo), è motivo di grave preoccupazione per Washington.
Tuttavia, la recente visita di Xi in India presuppone un passo decisivo verso la configurazione di un nuovo ordine globale. I dodici accordi firmati ad Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti e il commercio fino alla cooperazione nel campo dell’energia nucleare, fanno parte, secondo quanto affermato dal ministro cinese degli esteri Wang Yi, “dello storico processo di rivitalizzazione nazionale” di entrambe le nazioni emergenti. (Xinhua, 19 settembre 2014).
La forza dell’alleanza tra India e Cina, sfida le rispettive collocazioni ideologiche e si basa sulle necessità geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni. Nel maggio di quest’anno è salito al potere Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP -Partito Popolare Indiano-), che ha vinto le elezioni generali sconfiggendo il Congresso Nazionale Indiano (INC Indian National Congress) guidato dall’ex   primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta, il CNI ha una connotazione di forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di Jawaharlal Nehru, alleato con socialdemocratici e comunisti, mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Tuttavia, negli allineamenti geopolitici le ideologie hanno poco da dire. Modi sta dimostrando una profonda comprensione delle tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e in modo particolare del ruolo che spetta al continente asiatico. La cooperazione nella OCS ha interessato anche il settore militare. A fine agosto si è svolta nella Mongolia interna (Cina) “un’esercitazione antiterroristica internazionale” alla quale hanno preso parte settemila soldati di Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. (Diario del Pueblo, 24 agosto 2014).
Economia o la Via della Seta
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Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza destabilizzante degli Stati Uniti nella regione,la Via della Seta è la risposta economica all’accerchiamento che l’amministrazione Obama pretende di imporre sulla Cina, il cosiddetto “pivot verso l’Asia” [1]. Ma è anche molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina con l’Europa, nel concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando Kazakistan, Russia e Bielorussia ed eludendo pertanto quei paesi a sud del Mar Caspio, come Afghanistan, Iran e Turchia, dove il rischio di conflitti è maggiore. La Via della Seta è destinata a diventare la più importante rotta commerciale del mondo; la sua linea ferroviaria già consente di accorciare i tempi di trasporto: solo quindici giorni rispetto alle cinque settimane del trasporto via mare. Si prevede che la Cina diventerà il primo partner commerciale della Germania con un conseguente dislocamento geopolitico di grande importanza.
Si sta definendo anche la Via della Seta Marittima che attraversa l’Oceano Indiano e la “grande cintura economica” della rotta terrestre. La rotta marittima è in qualche modo il ripristino della “collana di perle”, un sistema di porti che circondava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Inoltre è anche la risposta all’Alleanza Commerciale Transpacifica (TPP Trans-Pacific Partnership), un’iniziativa degli Stati Uniti che esclude la Cina e include invece Giappone, Australia, Nuova Zelanda, quattro membri dell’ASEAN (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam) e i paesi dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e forse Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina generando conflitti intorno a lei (soprattutto con il Giappone ed il Vietnam): una scusa per militarizzare i mari della Cina, stringendo così un accerchiamento commerciale, politico e militare attorno ad una potenza che nel 2012 è diventata la maggiore importatrice di petrolio, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che diventa l’unico modo per la Cina di avere un approvvigionamento sicuro. Spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quello terrestre che quello marittimo. L’80 per cento del petrolio importato dalla Cina passa attraverso lo Stretto di Malacca che risulta facile da bloccare in caso di guerra (è infatti un angusto corridoio marittimo di 800 chilometri che unisce, tra Indonesia e Malesia, l’Oceano Pacifico con quello Indiano).
Per tale motivo la Cina sta costruendo nello Sri Lanka, in Bangladesh e Birmania, una rete portuale che comprende porti, basi e stazioni di osservazione. Tra queste c’è, in Pakistan, il porto strategico di Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 chilometri dal confine con l’Iran e a 400 chilometri dal più importante corridoio per il trasporto di petrolio, molto vicino allo strategico Stretto di Ormuz. Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
“Il porto viene visto dagli osservatori come la prima base d’appoggio della Cina in Medio Oriente”, ha commentato la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News, 20 marzo 2007). La regione circostante il porto di Gwadar custodisce i due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Da lì passa il 30 per cento del petrolio mondiale (ma l’80 per cento di quello che riceve la Cina) e si colloca sulla tratta più breve verso l’Asia.
La Cina guadagna terreno anche nel cuore dell’Occidente. Il governo britannico ha dato il via libera per potenziare Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan, la moneta cinese. Per di più “il governo britannico sarà il primo paese occidentale ad emettere un titolo di stato nella moneta cinese” fatto che va interpretato come “un appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15 settembre 2014).
Potenza militare
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“Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra”, commenta Jeff Steinberg, redattore capo della rivista Executive Intelligence Review (Eir, 19 settembre 2014). Intanto The Economistconsidera la OCS come “una specie di NATO capeggiata dalla Cina”.
È evidente che la guerra tra le grandi potenze non è più vista come una possibilità remota. Ognuno fa il suo gioco, pertanto. Cina e Iran realizzano nel Golfo Persico le loro prime esercitazioni navali congiunte, alle quali prendono parte “navi militari della Flotta cinese impegnate nella protezione della navigazione nel Golfo di Aden” (Russia Today, 22 settembre 2014). La Cina è attualmente il primo acquirente di greggio saudita e non intende permettere che le rotte attraverso le quali viene rifornita cadano nelle mani di forze nemiche.
A fine agosto si è diffusa la notizia che la Russia e la Cina stessero negoziando uno “storico accordo militare” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel non rilevabili dai sonar  e un “interscambio di tecnologie”. Si continua inoltre a trattare la vendita di aerei caccia Sukhoi-35 e sistemi di difesa antiaerea S-400, considerati i più avanzati al mondo (Russia Today, 19 agosto 2014). Finora i russi si sono dimostrati restii a vendere certi tipi di armi alla Cina poiché Mosca le clona e finisce per fabbricare dei prototipi per conto suo. A loro volta, India e Russia si preparano alla costruzione congiunta di un caccia di quinta generazione mentre già attuano un’ampia collaborazione militare che comprende sottomarini nucleari e portaerei.
Ci troviamo di fronte a una fase molto delicata nella quale Washington manifesta alcune difficoltà. Benché continui a destinare per la difesa il più alto budget al mondo (circa 600 mila milioni di dollari annui, a fronte di poco più di centomila della Cina e qualcosa di meno di centomila della Russia), questo bilancio è in calo mentre aumenta quello dei suoi avversari. La Cina è passata dai poco più di 5 mila milioni di dollari annui di investimenti militari del 1990 ai 110 mila milioni del 2012.
“Tuttavia l’importante non è quanto si spende bensì come si spende”, sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times, 16 settembre 2014). Secondo il giornale, le enormi spese militari del Pentagono sono destinate a mantenere la sua costosa flotta di undici portaerei, alla modernizzazione di vecchi apparati e a progetti falliti, come il caccia F-35. Nel frattempo, la Cina e la Russia investono in moderni sottomarini nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono molto più economiche di una portaerei, tuttavia possono affondarle o renderle inservibili sebbene il Pentagono le consideri inespugnabili.
Contrasti
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Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono subissate da molteplici denunce di malversazione nei bilanci. Lo scorso luglio la flotta degli F-35 non ha potuto volare a causa di difetti a un motore, dopo vari guasti ai sistemi di software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo, il costo del progetto è salito a 400.000 milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia in due esibizioni aeree nel Regno Unito sia stato cancellato (El Periodico, 11 luglio 2014).
La compagnia aerea Boeing, un tempo potente, è attualmente una buona dimostrazione dei problemi difensivi del Pentagono. L’assegnazione dell’appalto per gli F-35 alla Lockeed Martin, sta spostando i fondi del Pentagono al di fuori dalla Boeing, che un tempo era l’impresa simbolo della forza aerea. Nei fatti, la quota di investimento della Boeing nel settore difesa è passata dal 53 per cento del suo bilancio totale nel 2003 ad appena il 38 per cento nel 2013 e si valuta che nel giro di pochi anni non produrrà più aerei da combattimento, visto che è fallita anche la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e Corea del Sud (Wall Street Journal, 20 settembre 2014). La Boeing chiuderà la sua fabbrica di cargo C-17 di Long Beach e, se non ottiene ulteriori commesse, nel 2017 potrebbe chiudere anche quella di F-18 a Saint Louis.
Per finire, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte preciso. Il giornalista Robert Parry analizza come i neoconservatori sono riusciti a bloccare la “strategia realista” di Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin al fine di dipanare il caos geopolitico in Medio Oriente. I neoconservatori continuano a scommettere sulla caduta di Bachar al Assad e sono inclini a creare situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, piuttosto che accettare regimi avversi (Consortiumnews.com, 19 settembre 2014).
Diversi analisti sostengono che il creare situazioni di crisi è quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere l’unico modo per frenare la sua decadenzaIl conflitto in Ucraina, dove ha forzato la caduta di un presidente eletto, punta ad isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico mira a spingerlo sempre di più verso nord. Entrambe queste operazioni si prefiggono di danneggiare il tracciato della Via della Seta, considerata una delle architravi del nuovo ordine mondiale.
[1] strategia “pivot” verso l'Asia: un massiccio spostamento di risorse nel continente, con lo scopo di rafforzare la presenza navale a difesa degli interessi statunitensi e degli alleati storici dall'avanzata cinese.

Fonte: Alainet
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo
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DA LEGGERE
C’era una volta in América di Raúl Zibechi  da Comune-info 29/03/2014
Molto probabilmente stiamo vivendo un tempo che la storia ricorderà come il cuore di un passaggio epocale della storia contemporanea. Il tramonto dell’egemonia indiscussa del potere degli Stati Uniti sul pianeta sta cambiando velocità. Lo segnalano crisi e conflitti come quelli esplosi in Ucraina e Venezuela. Il primo nasce per fugare il fantasma di una pericolosa alleanza tra Mosca e Bruxelles. Alzare in tutta fretta una nuova cortina di ferro dovrebbe consentire, tra l’altro, di commerciare in libertà il gas estratto col fracking (T-tip). La violenta crisi scatenata a Caracas mostra invece la rigidità e la debolezza di Washington proprio nel momento in cui l’ex cortile di casa vive la sua terza transizione egemonica. Raúl Zibechi ne disegna un breve profilo storico
Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi.  Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.





maomao comune | ottobre 21, 2014 alle 12:49 am | Etichette: AsiaCinacommerciodemocrazia,geopoliticaglobalizzazioneguerraprimo pianoRussia | Categorie: Piazza | URL: http://wp.me/p2krhM-1miw
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