giovedì 4 dicembre 2014

Strage di Dacca:tutto tace

Strage di Dacca, ancora nessun risarcimento

by Citta invisibile
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La foto che ha fatto il giro del mondo e che dimostra il coinvolgimento di Benetton

di Paolo Cacciari*
Nell’aprile del 2013 a Dacca in Bangladesh crollava un palazzone pericolante che ospitava diverse fabbriche di abbigliamento provocando la morte di 1.138 persone e il ferimento di almeno altre mille, tra cui molte sono rimaste mutilate o paralizzate. L’immane tragedia fece venire alla luce la scandalosa pratica delle subforniture di cui si avvalgono anche i grandi marchi della moda e le grandi catene di distribuzione. Chiamate a rispondere da una campagna internazionale di denuncia (in Italia: www.abitipuliti.org) avviata da una alleanza transnazionale di sindacali, organizzazioni di attivisti dei diritti umani dei consumatori, con la mediazione dell’Ufficio internazionale del lavoro dell’Onu, per la prima volta nella storia, numerose multinazionali (tra cui Walmart, Auchan, Carrefour, Mango, Disney, Kids Fashion Group) hanno dovuto ammettere il loro coinvolgimento partecipando almeno al Fondo di risarcimento di 40 milioni di dollari istituito appositamente tramite accordo fra le parti sociali per risarcire i sopravissuti e i parenti delle vittime (http://www.ranaplaza-arrangement.org).
Ma, a un anno e mezzo dalla tragedia, la cifra non è ancora stata raggiunta e tra gli inadempienti ci sono i brand italiani: Benetton, Robe di Kappa, Manifattura Corona, YesZee. Appuntiamoceli e ricordiamoceli quando andiamo a fare shopping.
I marchi alla moda spendono più in pubblicità che non in salari e ci tengono al loro “capitale di reputazione”. Se non vogliamo diventare complici di un sistema di sfruttamento e di morte, non compriamo da chi non sa certificare la provenienza delle merci. Ci dice Deborah Lucchetti responsabile italiana della Clean Clothes Campaing (17 paesi europei, 250 tra sindacati e Ong): “Ognuno di noi può diventare un attivista del consumo responsabile, può fare da megafono e sostenere le iniziative dei sindacati nei paesi produttori in Asia, nell’Europa dell’Est, in Nord Africa per i diritti del lavoro e un salario minimo dignitoso”.
I consumatori consapevoli e informati sono i migliori alleati dei lavoratori anche in Italia. Pensiamo all’uso del lavoro nero e del lavoro migrante. I committenti, le imprese che realizzano il valore finale della merce (e che perciò sono in grado di determinare i margini di profitto in tutte le operazioni della filiera), devono essere responsabili di ciò che avviene lungo la catena globalizzata della produzione, nelle reti della subfornitura. Trasparenza, standard contrattuali e clausole sociali e ambientali debbono essere previste dai trattati internazionali. Per una globalizzazione dei diritti.

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