venerdì 24 aprile 2015

Goffredo Fofi:quando disobbedire è un atto di riscatto civile

La lezione di Fofi: disobbedire

by JLC
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Foto tratta da notav.info

di Lorenzo Guadagnucci
Goffredo Fofi ci regala un “Elogio della disobbedienza civile” (edizioni Nottetempo, 91 pagine, 7 euri)) e come al solito il suo libretto è al tempo stesso una preziosa bussola per l’azione e una scudisciata che ci ricorda quanto il nostro tempo sia così segnato dal conformismo, dalla rinuncia, dai fallimenti di chi voleva cambiare il mondo e si è poi accomodato nel mondo così com’è, da lasciare ben poco spazio alle illusioni di imminenti rivolgimenti morali, sociali e men che meno politici.
Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, Lanza del Vasto, Guido Calogero, Thoreau, Alex Langer sono i nomi ricorrenti nel libretto, i punti di riferimento etico e politico che Fofi non si stanca di indicare. Ma quasi ad ogni pagina emerge l’insoddisfazione per il poco che si è fatto, per i cedimenti alla logica del mercato e per l’involuzione che ha portato ad abbandonare ideali e sogni di trasformazione per approdare a più modesti obiettivi di tutela di sé o della propria organizzazione.
Fofi liquida la sinistra ”morta sposando definitivamente gli interessi e la visione della società comuni alla destra, rinunciando a ogni ideale di solidarietà e di eguaglianza”, ma non risparmia gli “operatori sociali” scaduti a una funzione “di pacificazione e di non-disturbo” e gli stessi pacifisti e nonviolenti, ripiegati su loro stessi, “diventando – scrive Fofi – di fatto obbedienti verso le regole imposte dalla società”.
Fofi non vede, nell’Italia di oggi, un vero movimento d’opposizione: “Non mi è bastataGenova – scrive – un evento che avrebbe dovuto svegliarci e che, alla fine, sembra sia servito soltanto a dar lo spunto a un centinaio e passa di libri e di documentari”, e – aggiunge – “non mi basta il no-Tav”, che non è riuscito, a suo avviso, a “diffondere il suo spirito altrove”.
Il giudizio è molto severo ma nell’insieme corretto, anche se è giusto dire che l’Italia è disseminata di “gruppi d’opposizione”, meno visibili del no-Tav, e tuttavia persuasi che valga la pena lottare giorno per giorno senza cedere allo “spirito dei tempi” e a un’idea di sviluppo tanto superata e mortifera quanto radicata nelle menti e nei progetti dei nuovi oligarchi.
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Il popolo degli ulivi (Salento). Foto di Valerio Saracino
È vero, abbiamo alle spalle fallimenti e soprattutto cedimenti, ma abbiamo anche vissuto momenti di grande creatività. La mobilitazione verso Genova, intorno al 2001, fu esaltante per le competenze che riuscì a mettere in campo e per la passione profusa da chi animò quei mesi, quegli anni effervescenti; se in poco tempo quella forza sociale e ideale si è ritirata e dispersa, è certo per la forte repressione che il movimento subì, ma anche – in questo Fofi ha ragione – per alcune debolezze che minavano quel percorso: le piccinerie e gli opportunismi di alcuni, la poca profondità di pensiero sui metodi di lotta e sui rapporti fra mezzi e fini.
Abbiamo avuto una spinta insufficiente alla sperimentazione, una pratica solo sporadica dell’azione diretta, un’incomprensione della nonviolenza, una coscienza debole dell’enorme significato dell’esempio per la formazione e la durata di un movimento popolare d’opposizione alla società dei consumi e del dio mercato.
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Genova 2001
Viviamo oggi in un mondo sul quale incombono minacce assolute come il disastro nucleare (il rischio di una distruzione totale è ai suoi massimi, secondo l’orologio dell’apocalisse aggiornato dagli scienziati atomici) e cambiamenti climatici quasi incontrollabili, per non parlare dello stato di guerra permanente che attanaglia si può dire l’intero occidente, e siamo dunque di fronte a uno scenario che può atterrire e spingere alla rassegnazione. O magari a coltivare la propria dissidenza in un piccolo mondo protetto, fatto di scelte personali di non-consumismo, di militanza sociale, come molti di noi stanno facendo.
L’Elogio della disobbedienza civile indica un’altra urgenza, quella della ribellione, dell’impazienza, a partire dalla via maestra indicata da Capitini – la nonmenzogna e la noncollaborazione come princìpi di condotta – e senza dimenticare le dure parole di Gunther Anders: “Non si deve dar speranza, si deve impedire la speranza. Poiché a causa della speranza non agirà più nessuno” 

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