expo
“Prima c’erano i campi di sterminio, ora c’è lo sterminio dei campi ed è la stessa logica “. (Andrea Zanzotto)

Fra coloro che esaltano l’Expo e nutrono aspettative sul suo successo ci sono coloro che per decenni hanno lavorato, inconsapevolmente (spero), per affossare il ruolo e il peso economico dell’agricoltura. Mi riferisco a politici e amministratori locali che per decenni (taluni), nelle comunità dove sono stati eletti, non hanno saputo fare altro che rendere edificabili centinaia di migliaia di ettari di suolo fertile.

Non nego come l’azione politica e amministrativa in questi decenni abbia dovuto misurarsi, ora con l’esigenza di far fronte all’emergenza abitativa, ora con la necessità di favorire gli insediamenti produttivi per creare occupazione o la necessità di adeguare le infrastrutture. Ma tutto questo operare, legittimo, si è svolto spesso senza misura e a danno dell’ambiente, del paesaggio e soprattutto dell’agricoltura.

Emblematico e rappresentativo di questa dissennata politica autodistruttiva sono i luoghi dove l’Expo viene realizzata: si asfaltano campi di grano per ergervi una cattedra dalla quale pontificare su come nutrire il Pianeta.

La pubblicità televisiva dell’Expo enfatizza la parola “cibo” con voce ammaliante e con un tono quasi sacro e ci proietta in una rappresentazione fuorviante della triste realtà agricola del nostro paese, dove esistono, si, delle competenze enogastronomche di rilevo e dei prodotti alimentari favolosi, ma nello stesso tempo la base produttiva, ossia la terra che produce queste ricchezze, si sta velocemente e drammaticamente riducendo.
L’ultimo censimento ISTAT sullo stato dell’agricoltura italiana rileva come, dal 1970 al 2010, la superficie agricola sia diminuita del 28%.

Dal 1950 ad oggi la cementificazione e’ cresciuta’ del 166%, a fronte di un aumento della popolazione del 28%.

Sono statistiche estremamente drammatiche, che oltre a spiegare, in parte, il dissesto idrogeologico del nostro territorio dovuto all’abbandono dei suoli coltivabili da un lato e alla devastante cementificazione dall’altro, ci sbattono in faccia un problema che pensavamo risolto: quello della autosufficienza alimentare.

In poche parole, se questo trend non viene invertito, il popolo italiano rischia di consumare più cibo di quello che è in grado di produrre il suolo coltivabile del nostro bel paese.

A seguito di questa contrazione vien da chiedersi: potremo avere adeguata produzione di prodotti alimentari a chilometri zero? Quanto cibo e quanto cibo lavorato, col marchio del Made in Italy, che tanto bene fa alla nostra bilancia commerciale, potremo esportare? Quale sicurezza alimentare e quale controllo dei prezzi potremo garantire al nostro popolo se dovessimo dipendere da una filiera agroalimentare globalizzata (cinese, indiana, filippina, ecc.)?
Tutto questo degrado ambientale, sociale ed economico e’ stato reso possibile da una cattiva politica economica e industriale che ha marginalizzato il settore primario e da scelte amministrative di assessori e sindaci inconsapevoli (spero) della portata delle loro decisioni sul territorio.

E a proposito di enti locali basta pensare ad un dato sconvolgente: dal 1995 al 2009 (in quindici anni) i comuni hanno rilasciato permessi per costruire pari a 3,8 milioni di metri cubi!

Cosa è mancato a chi, con il nostro consenso distratto, ci ha amministrato per decenni?
È mancata la consapevolezza del “limite” ad uno sviluppo drogato dalla corruzione (quasi esclusivamente legata al cemento e alle infrastrutture stradali), dall’ignoranza di quali squilibri socio-economici e ambientali si venivano a creare, dall’incapacita’ di immaginare e prevedere il futuro a cui saremmo andati incontro.
Il “limite” è stato superato abbondantemente, come abbiamo visto dai dati statistici, ma sono purtroppo convinto che la percezione e la consapevolezza del pericolo di una catastrofe ambientale e sociale non sia ancora sufficientemente diffusa.

Cosa si può fare, sperando di essere ancora in tempo, per sanare almeno in parte questa ferita ambientale ed economica?

Innanzi tutto, bisogna gridare BASTA zone industriali (ce n’è una o più per ogni campanile). Il miracolo del Nord Est presenta il conto: si utilizzino le cubature industriali in eccesso (vedi i moltissimi “vendesi o affittasi capannoni varie metrature”).
BASTA nuove edificazioni: si ristrutturino le vecchie abitazioni e si trasformino le aree edificabili in aree agricole.
BASTA assessorati alle attività produttive che non considerino, in primis, l’agricoltura come un’attività produttiva.
BASTA nuove infrastrutture stradali: siamo pieni di arterie stradali e si continua a pensarne di nuove.
BASTA pensare che la competitività delle nostre aziende si misuri con la possibilità di accedere direttamente dal capannone alla grande arteria stradale.
BASTA ritenere che l’agricoltura, intesa come produzione di prodotti agroalimentari di qualità, loro trasformazione ed esportazione, combinata con tutela del territorio contro il dissesto idrogeologico, salvaguardia del paesaggio e conseguente attrazione di turismo, non possa contribuire in modo sostanzioso alla formazione del Prodotto Interno Lordo.
È in questo quadro assai fosco che trovo insopportabile la celebrazione dell’Expo disgiunta da una profonda autocritica della politica, rea di una mancata attenzione verso la figura dell’agricoltore e delle condizioni necessarie affinché l’agricoltura possa crescere e occupare suoli e parti di territorio, rendendolo più sicuro, più bello e più utile per l’autosufficienza alimentare.
Il tema di Expo e’ “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Può essere un’occasione per riflettere su come possiamo garantirci la sicurezza negli approvigionamenti alimentari. Può essere un’occasione per l’Italia per valorizzare le proprie risorse legate al cibo e farne uno strumento di sviluppo sostenibile. Può essere un’occasione per fermare la barbarie ambientale fatta di infrastrutture inutili e nocive che minano dal profondo la nostra capacità di alimentarci e di sfamare una popolazione in crescita. Può essere un’occasione per far ripartire l’economia che non deve essere più basata quasi esclusivamente su una industrializzazione forzata che, a causa di crisi settoriali ricorrenti, lascia dietro di se macerie ambientali e impoverimento di suoli non più sanabili.
Mi chiedo se come sistema paese ci stiamo garantendo un futuro di lavoro e di benessere legato anche alle attività del settore primario e ad un suo sviluppo. Andiamo giustamente orgogliosi del Parmigiano, del Prosecco, della pizza, della pasta, dell’olio extra vergine d’oliva, ma stiamo veramente facendo tutto il possibile perché questi beni preziosi, frutto della fatica e del nostro ingegno, possano costituire, assieme al paesaggio (non deturpato), al turismo culturale, artistico ed enogastronomico, le nostre vere materie prime? La mia risposta è no, non lo stiamo facendo.
Per questo fra le tante emergenze con cui è alle prese il nostro paese c’è anche questa: restituire sovranità e rispetto alla terra. Gli indiani d’America, ma anche i nostri nonni, che hanno reso fertile e bella la campagna veneta, hanno compreso il valore della terra e hanno cercato di consegnarla in buone condizioni alle future generazioni. La terra è vita, le piante (esseri viventi) che in essa crescono, con le radici dentro la terra e i rami protesi verso il cielo ci ricordano la nostra dimensione spirituale.
Ripenso con nostalgia alle parole di una canzone per bambini scritta da Gianni Rodari dal titolo “per fare un fiore”. Rodari ci ricorda l’andamento circolare del ciclo della vita e l’interdipendenza e il legame fra tutti gli esseri viventi: “per fare un fiore ci vuole il seme, per fare il seme ci vuole il frutto, per fare il frutto ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuol la terra, per far la terra ci vuole il fiore”.
Abbiamo bisogno di un nuovo Rinascimento dell’anima per cogliere e desiderare la bellezza della natura che si manifesta sulla nuda terra. Per mezzo secolo il pensiero occidentale antropocentrico ha coniugato sviluppo con scempio illimitato di risorse, rendendo la società grigia, cupa, senza futuro. L’Expo non può essere una maschera dietro cui nascondere gli errori gravi commessi da politici e amministratori della cosa pubblica, confidando magari che le luci abbaglianti della celebrazione del cibo possano fermare il nostro declino.
Dante Schiavon