di Alain Goussot*
Sono in tanti a parlare di paternità, di crisi della paternità, ma anche di maternità. Il modo di affrontare la questione è tuttavia un riflesso della crisi più generale del mondo adulto che si comporta come un insieme di monade avvitato sul proprio ego narcisistico e autoreferenziale. In troppi, ad esempio, vogliono avere un figlio come se fosse un capriccio improvviso che dovrebbe riempire il proprio vuoto esistenziale e la caduta di senso della vita nel suo rapporto con l'umanità tutta. Il filosofo e sociologo Marcel Gauchet parla di "figlio del desiderio" che diventa rapidamente una specie di "piccolo tiranno egocentrico", ma si potrebbe anche parlare del "figlio del desiderio" come prodotto di un capriccio(ho cinquanta o sessant'anni e mi faccio il figlio...) che assomiglia di sempre più a un atteggiamento adolescenziale se non addirittura infantile, comunque rivelatore di una assenza educativa del mondo degli adulti. Insomma sono davvero molti coloro che si comportano come individui bravi consumatori, fortemente individualisti ed egocentrici...
Troppi padri e troppe madri nella varie forme che prende la vita di relazione sembrano essere tutto tranne che adulti consapevoli del proprio ruolo educativo, il che denota una tragica assenza di responsabilità nei rapporti transgenerazionali. Era John Dewey che affermava in "Democrazia e educazione" che gli adulti devono trasmettere alle future generazioni un patrimonio di esperienze che saranno poi rielaborate da queste, questo ruolo è proprio quello della dimensione educativa della relazione tra le diverse generazioni. Ma oggi dalle famiglie alla scuola, alla società nel suo insieme con il suo sistema di media e di consumi, gli adulti non sembrano essere degli interlocutori credibili e significativi per i bambini e gli adolescenti; l'idea stessa di presenza materna e di quella paterna non solo è sbiadita ma anche confusa, eppure le future generazioni hanno bisogno e hanno sempre avuto bisogno di questo confronto/scontro per crescere e formarsi.
La crisi dell'essere padri (che va, dal mio punto di vista, al di là delle tesi sviluppate dallo psicoanalista Massimo Recalcati, in parte condivisibili) ma anche dell'essere madri (forse sarebbe necessario una nuova riflessione sul senso e sul significato dell'essere madre oggi) tocca una dimensione che è insieme antropologica, culturale, educativa. Forse ci vorrebbe quello che chiamo più "genitorialità diffusa", più capacità di prendersi cura delle future generazioni, più capacità di riscoprire in senso rinnovato sensibilità paterna e sensibilità materna che sono complementari nella formazione di ogni essere umano. Ma per questo gli adulti devono ridiventare adulti e uscire dalla fase d'infantilizzazione e di perenne crisi adolescenziale nella quale sono caduti.
È possibile ripensare e rifondare il ruolo educativo del mondo degli adulti nel senso che indicava Célestin Freinet, essere insieme sostegni e barriere nell'accompagnamento educativo? È possibile ripensare la famiglia come comunità cooperativa di soggetti liberi e eguali capaci di favorire e di riconoscere lo sviluppo delle differenze in senso solidale? È possibile rimettere al centro l'inutile economico cioè l'utile umano, affettivo e intersoggettivo che valorizza la dignità di ciascuno con le sue particolarità? Ecco alcune delle grandi questioni educative che riguardano madri e padri nel ventunesimo secolo.
*Alain Goussot, docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, pedagogista, filosofo e storico, autore di numerosi libri, è scomparso improvvisamente il 26 marzo. Questo è uno degli ultimi articoli inviati alla redazione di Comune (altri sono leggibili qui). |
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