Venivano da Alram, un paese vicino a Ramallah. Avevano sognato, chissà quante volte, di vedere Gerusalemme e adesso, finalmente, quel fantastico sogno stava diventando realtà. E invece Maram Salih, 23 anni, mamma di due bambini (fra quattro mesi ne avrebbe avuto un altro) e suo fratello Ibrahim, 16 anni, al check point di Qalandia hanno sbagliato percorso. Non hanno capito quel che gridava il soldato israeliano e si sono messi a correre. Sono stati crivellati di colpi. Nemmeno in quel qualunque maledetto mercoledì di aprile, Maram e Ibrahim sono riusciti a vedere Gerusalemme ma hanno smesso di sognare. La polizia israeliana ha una versione diversa dei fatti, perché ha depositato e fotografato due coltelli vicino ai corpi di quei ragazzi che non parlavano la sua lingua
Dipinto dell'artista palestinese Ahlam Al Faqih
di Patrizia Cecconi
E’ successo mercoledì. E’ successo a due fratelli, 16 anni lui e quasi 24 lei.
Erano felici, avevano avuto il permesso dagli occupanti della loro terra, di andare a Gerusalemme. Era la prima volta. Così mi racconta un amico palestinese. Venivano da Alram, un paese vicino Ramallah. La giovane signora, perché di signora sposata e con due bambini - ora orfani - si tratta, era incinta di 5 mesi quando entrando per la prima volta nel check point di Qalandia ha sbagliato percorso. Il timore e l’emozione infatti possono far sbagliare percorso, soprattutto quando ci si trova in stato di cattività, come si fosse animali in gabbia, con tanti guardiani armati intorno.
L’errore è stato fatale. Il soldato israeliano, che nessun sincero democratico amico di Israele chiamerà mai assassino, il soldato israeliano le ha gridato qualcosa nella sua lingua. La sua, quella dell’occupante, non quella della vittima e Maram Salih, la giovane donna disorientata dalla situazione non ha capito cosa le stavano urlando. Ha fatto l’errore di correre, così raccontano dei testimoni, e i soldati del democratico stato di Israele l’hanno crivellata di colpi. Stessa sorte è toccata a suo fratello, il suo accompagnatore in questo primo e ultimo viaggio nella sognata Gerusalemme. La Mezzaluna Rossa Palestinese denuncia (inutilmente) che gli occupanti non hanno fatto neanche avvicinare i soccorsi. Ma nessuno pagherà per questi due fratelli assassinati. I piccoli orfani sapranno che la loro mamma e il loro giovane zio non potranno più portare il regalino promesso dalla città santa, semplicemente perché le loro vite sono state fermate prima di varcare il maledetto e illegale check point di Qalandia.
La sola immagine di Maram che abbiamo trovato, quella dei documenti rilasciati da Israele che hanno consentito di identificarla
Maram Salih e il suo giovane fratello sono stati uccisi perché non conoscevano la lingua dell’occupante! Tragico e assurdo, ma per essere più precisi, sono stati uccisi perché le complicità internazionali consentono a Israele di mantenere il suo stato di illegalità sulla Palestina e di assassinare, sempre impunemente, i palestinesi ad ogni occasione.
Qualcuno dirà che i soldati erano spaventati e per questo hanno aperto il fuoco. Qualcun altro dirà che Maram aveva un coltello o che forse ne aveva due, chissà.
I due coltelli fotografati e pubblicati da Haaretz. Credit: Israel Police
Il mio amico di Alram, o la mia “fonte” per usare un termine giornalistico, mi dice che la bambina di Maram si chiama Sara. Sara come la moglie di Abramo, il patriarca di cui parla la Bibbia e che gli islamici, come i cristiani, rispettano al pari degli ebrei.
Proprio Sara, come la donna che secondo la Bibbia fece cacciare Agar e Ismaele, mandati a morire nel deserto, laddove, però, il Dio di entrambi i popoli semiti ebbe pietà e fece zampillare una sorgente, ma questo la moglie di Abramo non lo aveva previsto. E’ feroce l’Antico Testamento in certi suoi passi, e certi suoi personaggi non rispondono certo a quell’umanità che, almeno a parole, è oggi dichiarata valore condiviso.
Eppure Maram aveva dato nome Sara alla sua bambina, in omaggio proprio alla moglie del patriarca Abramo, la prima madre di quel popolo i cui soldati armati l’hanno uccisa.
Il check point di Qalada. Foto The Electronic Intifada
Forse Sara crescendo penserà al significato del suo nome e forse chiamerà i suoi figli solo Mohammad e Kadija, o Ismail e Nour, non certo Ibrahim o Rachel per esempio. Di sicuro, se Sara prenderà coscienza di dove può portare la mistura politico-religiosa di cui si nutre il sionismo, non potrà chiamare i suoi figli con quei nomi che santificano l’occupazione della sua terra e giustificano l’uccisione dei suoi legittimi abitanti, tra cui la mamma che sognava di andare a Gerusalemme per la prima volta nella sua vita e che non è riuscita ad arrivarci.
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domenica 1 maggio 2016
a Gerusalemme per la prima volta
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