lunedì 2 febbraio 2015

meeting internazionale dei Verdi Europei


Care e cari,
come già anticipato nel corso degli ultimi incontri di Esecutivo e Consiglio Federale, il 27/28 febbraio e 1 marzo, a Venezia, presso la Sede della Fondazione Levi (Ponte Accademia), si svolgerà il meeting annuale del Committee dell'European Green Party (l'organo dirigente del Partito). Il pomeriggio di venerdì 27, a partire dalle 15,00 ci sarà un incontro politico tra gli esecutivi di Verdi, di Green Italia con il Commettee, sul teme del nuovo soggetto ecologista, successivamente, alle 17,00 è previsto un confronto sul tema della transizione ecologica, green Economy e politiche europee, con la partecipazione di esperti/e, imprenditori/trici, ecc.. Chi volesse intervenire, è pregato di comunicarlo al più presto! Se avete proposte e suggerimenti, non esitate!! Sabato mattina, approfittando della presenza dei Verdi europei, intendiamo, come Verdi e ambientalisti veneziani, organizzare un flash mob contro le Trivelle! Anche per questo suggerimenti e contributi sono bene accetti! Vi invieremo il programma più dettagliato appena disponibile.
Un abbraccio e attendo il vostro riscontro,
Luana Zanella
venezia.zanella@gmail.com
346 0785454

non lasciamo soli i Greci

Non lasciamoli soli i cittadini della Grecia

by benicomuni
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di Francesco Gesualdi
Dopo avere creduto, per ben cinque anni, che l’austerità è la strada per uscire dal debito, il popolo greco ha capito che è solo un modo per rapinarlo ed imporgli le catene del neoliberismo. Per questo ha detto basta affidando il governo ad Alexis Tsipras.
La battaglia che il popolo greco si appresta a combattere sarà molta dura. E non tanto per le cifre in gioco, quanto per le sfide politiche che le loro rivendicazioni racchiudono. LaGrecia non vuole uscire dall’euro, tanto meno dall’Europa. Vuole restarci, ma la pretende diversa. Non più sottomessa agli interessi di banche, brokers e cartelli industriali, in un parola dell’1% della società, ma organizzata per fare trionfare i diritti dell’altro 99%: bambini, genitori, lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti. Un’ Europa non più dominata dalla logica del “vinca il più forte” di matrice mercantilista, ma dal principio “che tutti possano vivere” di ispirazione solidaristica. Il trionfo dei diritti e dei beni comuni contro l’individualismo mercantilista: questa è la vera sfida posta da Tsipras.
L’Europa, è inutile negarcelo, nasce per rispondere alle esigenze di crescita delle imprese del dopoguerra. Troppo grandi per rimanere compresse nei confini nazionali, troppo piccole per affrontare il mare aperto della globalizzazione, la soluzione individuata fu un mercato comune di tipo continentale. E dopo avere abbattuto le dogane, avere uniformato le regole di produzione e commercio, avere eliminato ogni ostacolo alla libera circolazione di capitali, è stata adottata la moneta unica come ulteriore passaggio verso l’integrazione totale. La loro integrazione, però, non la nostra. L’integrazione di un’Europa concepita come una grande arena nella quale le imprese possano fronteggiarsi fra loro per portarsi via quote di mercato come fossero giocatori di rugby. Ed ecco l’adozione dell’euro senza l’introduzione di nessuna misura che cercasse di compensare le differenze di forza fra i giocatori. A suo tempo abbiamo taciuto, forse pensando che noi potessimo avere la meglio sugli altri, ma oggi che ci stiamo rendendo conto di essere dalla parte dei perdenti solleviamo le nostre grida contro l’euro.
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Ma il problema non è la moneta. Il problema è la visione politica. Potremo anche avere la nostra moneta nazionale, ma se continuiamo a concepire la società in termini di profitto, mercato, concorrenza, avremo solo esacerbato gli individualismi nazionali e i conflitti di sopraffazione. Invece dobbiamo fare l’operazione inversa: dobbiamo sconfiggere la logica di sopraffazione pretendendo che cambi la gestione dell’euro, la gestione del debito, la gestione della Banca Europea.
Se Merkel e Schauble dicono no alle richieste di Tsipras non è perché siano intimoriti per le perdite economiche che la Germania può subire. Dicono no perché si rendono conto che quelle richieste mettono in discussione i fondamenti concettuali su cui è costruito il sistema che hanno servito per tutta la vita e che, per una ragione o l’altra, si sentono investiti di continuare a servire e difendere. Non è la perdita di dieci o cinquanta miliardi che li preoccupa, ma la paura di perdere la gente. Se passano le richieste di Tsipras, la gente può convincersi che altri modi di gestire i rapporti economici sono possibili,più convenienti e sicuri. La paura che la gente si svegli e cambi direzione di marcia: questa è la vera prospettiva che più li terrorizza.
Le forze di mercato metteranno in atto tutti i mezzi a loro disposizione per fare naufragare il progetto di Syriza. Ordineranno alla Banca centrale europea di non comprare i titoli greci e di negare ogni aiuto alle banche greche messe in difficoltà dalla fuga di capitali. Si inventeranno altre sanzioni per colpirla anche sul piano commerciale. Ma ricordiamoci che se perde la Grecia perdiamo tutti noi. Non solo perché anche noi saremo condannatiall’austerità perpetua, al neoliberismo crescente e a una gestione dell’euro che ci porterà ad una perdita costante di diritti e salari. Ma anche perché ci condanneremo a ritardare di qualche secolo l’avvento della civiltà. E allora evitiamo di starcene alla finestra per vedere cosa succede. Scendiamo a fianco del popolo greco per imprimere un diverso corso alla storia.

il tempo della decrescita è nostro


Hanno svenduto tutto, anche il tempo

by Citta invisibile
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di Serge Latouche
Il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, in alcune delle sue opere più importanti, ha puntato il suo sguardo iconoclasta sul funzionamento simbolico del mondo occidentale. In particolare, si è messo a osservare il miracolo dell’acquisto, davanti al quale si prosternano i consumatori. Il credito, che sembra avere un’assonanza con il magico, ha sconvolto la percezione e la gestione del nostro tempo. Prima della sua comparsa, l’acquisto era preceduto dal risparmio, per cui doveva trascorrere un periodo di faticoso lavoro, spesso lungo e doloroso, prima che fosse possibile disporre dei mezzi finanziari atti a soddisfare i bisogni seri, per esempio l’acquisto dei mobili. Bisognava produrre prima di consumare!Con la monetizzazione delle economie e lo sviluppo del credito, la logica si è invece ribaltata e l’immediatezza è stata innalzata a nuovo imperativo sociale: «Non si deve più rimandare il piacere!».
I nuovi oggetti hanno imposto il proprio ritmo agli esseri umani, mentre prima era l’uomo che imponeva il proprio agli oggetti. «Per secoli – ha scritto Baudrillard [«Il sistema degli oggetti», Bompiani, 2003] – si sono succedute generazioni in un ambiente stabile di oggetti, mentre oggi sono le generazioni di oggetti che si succedono a un ritmo accelerato in una stessa esistenza individuale». E conclude così: «Il sistema del credito porta al colmo l’irresponsabilità dell’uomo nei confronti di se stesso: chi acquista aliena chi paga, anche se si tratta della stessa persona; ma attraverso il suo scarto di tempo il sistema fa sì che non se ne prenda coscienza».
D’altronde, il credito si era già conquistato altri territori, fino a quel momento protetti dalle tradizioni. Una feroce «selezione artificiale» è infatti avvenuta tra gli agricoltori e gli allevatori: i più forti, i più atti a sopravvivere, vittime consenzienti di un nascente produttivismo, si sono lanciati verso un illusorio arricchimento abbondantemente alimentato dai debiti, mentre sono scomparsi i più deboli, ancora legati a pratiche ancestrali. Le banche commerciali invece detenevano da tempo il potere esorbitante di creare denaro ex nihilo. «Sono i crediti a fare i depositi» affermavano orgogliosamente i banchieri, Valutando insufficienti, per far funzionare la macchina dei consumi, le risorse messe a disposizione dal risparmio, avevano infatti ribaltato a proprio vantaggio la relazione iniziale, nella quale erano i depositi che alimentavano i crediti. La quantità di denaro circolante, determinante per le fluttuazioni dell’attività economica e l’andamento dei prezzi, dipendeva da decisioni private prese al di fuori di ogni dibattito democratico. «Tout pour le peuple, rien par le peuple!» [tutto per il popolo, niente dal popolo] aveva denunciato Bernard Charbonneau, pensatore e filosofo, precursore dell’ecologia politica [Daniel Cérézuell, «Écologie et liberté. Bernard Charbonneau, précurseur de l’écologie politique», Parangon, 2006]. La moltiplicazione degli scambi commerciali su scala planetaria, che annunciava la globalizzazione, non era dunque intralciata da alcuna scarsità di denaro. La macchina capitalista si stava dotando di un nuovo strumento, un motore potente per la sua irresistibile espansione. La crescita veniva così stimolata grazie a una proliferazione di debiti riconosciuti e sottoscritti da popoli le cui capacità di resistenza erano ormai anestetizzate, ma le cui risorse non dovevano sfuggire alla megamacchina. La spirale infinita della compulsione e del miracolo dell’acquisto perseverava nella sua instancabile opera di trasformazione del denaro in feticcio.
La moneta, in origine strumento di intermediazione negli scambi e unità di conto, era fin lì servita a facilitare le relazioni commerciali tra gli uomini. Questa funzione primaria era ora messa seriamente in discussione dall’ampliamento delle disparità sociali. Il sistema finanziario autorizzava infatti i più audaci e i meno scrupolosi a fare soldi con i soldi. Se in certe aree del mondo c’erano esseri umani che vivevano con uno o due dollari al giorno, in altre c’era chi accumulava notevoli ricchezze, abbondantemente irrorate constock options o fornite di paracaduti dorati. Ricchezze riciclate esclusivamente in bolle speculative che scoppiavano al minimo inciampo della congiuntura, provocando crisi spaventose del sistema e spingendo l’economia mondiale sull’orlo dell’abisso.
La rinuncia al controllo dei movimenti di capitale, favorito dalla regola ultraliberale delle tre D [deregulation, disintermediation, decompartmentalization], ci costringeva ad ammettere che non poteva esistere capitalismo senza crisi finanziaria. Il baco della delinquenza finanziaria era penetrato nella mela capitalista e la rodeva inesorabilmente fino a farla marcire. Gli scandali finanziari a ripetizione [Enron, Parmalat e più di recente Bernard Madoff…], la compravendita di società [LBO, sistema di leverage buy-out], trasformavano le imprese in puri strumenti finanziari atti al rapido arricchimento dei loro proprietari.
Davanti alla sterminata potenza della finanzia internazionale, le «risorse umane» [gli esseri umani trasformati in strumenti di lavoro] erano ridotte alla voce semplice e volgare di costo di produzione. Veri imprenditori si trasformavano in delinquenti dal colletto bianco, insolenti macchine per calcolare i profitti distribuiti agli azionisti. Qualcuno si è allora ricordato delle parole di John Maynard Keynes a proposito del denaro: «L’amore per i soldi come mezzo per procurarsi i piaceri e i beni della vita sarà riconosciuto per quello che è: uno stato morboso piuttosto ripugnante, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche per curare le quali ci si affida, rabbrividendo, agli specialisti di malattie mentali» [«Trattato sulla moneta», Feltrinelli, 1971]. Keynes, uno dei rarissimi economisti che aveva letto Freud, aveva capito bene quali segnali mortiferi dell’inconscio si celassero dietro all’attaccamento per il denaro.
1967: la petroliera Torrey Canyon naufraga al largo della Cornovaglia. Diversi milioni di tonnellate di petrolio viscoso ricoprono le coste inglesi e quelle della Bretagna. La marea nera provoca uno shock e risveglia una nuova coscienza ecologica, che sarà rafforzata dal progetto di ampliare un campo militare nella piana di Larzac nel 1974 e dall’inquinamento alla diossina di Seveso nel 1976. In questo contesto, il potere politico francese presenta l’energia nucleare come il rimedio alla crisi energetica. I francesi non hanno petrolio, ma qualche idea se la sono fatta! Il nucleare fa paura e preoccupa la parola «centrale», alla quale è sempre più spesso accoppiato. Tuttavia, la tecnocrazia impone la propria decisione senza alcuna consultazione democratica.
Sulla scena fa così la sua comparsa un’ecologia politica sovversiva. Nonostante la loro prossimità semantica, ecologia ed economia si scontrano vigorosamente e, malgrado la sconfitta del Maggio ‘68, il capitalismo non è forse così invulnerabile come sembra. I sociologi analizzano scrupolosamente la nuova contestazione di stampo antiproduttivista, che è ben distante, come la sua cugina femminista, dalla contraddizione tra capitale e lavoro; e parlano con entusiasmo di quei «nuovi movimenti sociali», alternativi, creativi, il cui modello culturale volta le spalle al vecchio mondo. A metà degli anni Settanta, però, si apre una parentesi: si ripresenta la crisi economica e la curva della disoccupazione si impenna. Il sogno deve cedere il passo al realismo, al pragmatismo. Con una fuga in avanti in un mondo finanziario sempre più virtuale dopo l’abbandono dell’ultimo rapporto tra dollaro e oro nel 1971, il sistema riesce a prolungare l’illusione statistica della crescita. In questo periodo, l’ideologia neoliberale traccia inesorabilmente il proprio solco: meno Stato, più concorrenza, meno regole, più libertà selvaggia, meno tutele e protezionismo, più scambi.
Trionfa la globalizzazione, mostrando ben presto il proprio volto autentico: maggioresfruttamento dell’uomo e della natura, finanziarizzazione dell’economia,deregulation, delocalizzazioni, esclusioni, deterioramento dei legami sociali, uniformazione culturale, occidentalizzazione del mondo, degrado del clima e del suolo, deforestazione, desertificazione… La crisi sociale e quella ambientale ci colpiscono come un boomerang alla fine del ventesimo secolo. Il tempo che ci resta è ormai contato e l’umanità si trova davanti a un muro. Il motore dell’economia si è imballato: siamo andati troppo in fretta e troppo avanti. Il fiume dell’economia è tracimato dagli argini e minaccia di travolgere ogni cosa. Una decelerazione è più che auspicabile: è indispensabile per la sopravvivenza. Dobbiamo rallentare, modificare il nostro rapporto con il tempo, cambiare ritmo. È suonata l’ora della decrescita!

ele[Questo articolo, apparso su carta.org nel 2011, è tratto dal libro di Serge Latouche e Didier Harpagès, «Il tempo della decrescita», elèuthera]

fermare il TTIP è possibile

Il trattato di Troia

by benicomuni
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di Monica di Sisto
Il 4 febbraio la Commissione europea riceverà una visita a sorpresa. Dal 2 starà cucinando a Bruxelles insieme ai negoziatori Usa l’ottavo ciclo di trattative del T-tip, il Trattato transatlantico che vuole imporre la più spregiudicata liberalizzazione di commercio e investimenti tra le due sponde dell’Atlantico. Quando si affacceranno entrambi sulla rotonda Schuman vedranno un gigantesco cavallo di Troia sostenuto da centinaia di attivisti delle campagne Stop T-tip di Europa e Stati Uniti, che in quegli stessi giorni si incontrano per capire come bloccare le trattative entro il 2015. Un commercio più libero tra le due sponde dell’Atlantico come ricetta anticrisi, infatti, è il pretesto con il quale le élite corporative di Usa e Ue vogliono sottrarre ai propri cittadini il potere di decidere democraticamente regole e livelli di promozione sociale, ambientale ed economica per tutti.
Il 30 gennaio, infatti, è stato “sottratto” alla segretezza il testo con cui l’Ue vuole proporre agli Usa di avviare col T-tip una “cooperazione” per rendere più simili tra i nostri Paesinon solo prodotti e servizi, ma standard di qualità, di sicurezza, leggi e regole, avendo come priorità non la protezione dei diritti e dei livelli di garanzia più alti a disposizione, ma l’abbattimento dei costi per le imprese e la facilitazione dei loro affari.
Quattro gli elementi più imbarazzanti. Innanzitutto che uno Stato o un organismo di regolazione prima di introdurre una nuova regola, anche la più ragionevole, che possa avere un influsso sul commercio transatlantico, debba comunicarlo all’altra parte, esponendosi, così, a un potenziale fuoco incrociato delle rispettive imprese che attualmente hanno a libro paga il più consistente numero di lobbisti ed esperti a difenderli. In secondo luogo che ogni regola nuova dovrà essere sottoposta ad una valutazione d’impatto che assicuri che in nessun modo ne danneggi commercio o investimenti. Se un portatore d’interesse, poi, si sentirà leso da una regola o uno standard annunciato, si dovrà aprire obbligatoriamente un tavolo per risolvere il problema, anche a livello di Stati membri. Infine non saranno più gli Stati o i livelli regionali, ma per l’Europa la Commissione e per gli Usa l’Office of Information on Regulatory Affairs (Oira), regolarmente contestato per opacità dalle associazioni dei consumatori, a guidare l’organismo che manderà avanti questo processo e che dovrà, leggiamo all’articolo 15, “prestare accurata considerazione“ alle proposte delle imprese sulle regolazioni esistenti e future.
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Sono passate solo poche settimane dal richiamo mosso alla Commissione Ue dall’Ombusman, l’autorità per il buon funzionamento delle istituzioni europee, che lechiedeva maggiore trasparenza e coinvolgimento degli Stati membri e dei cittadini nel T-tip, oltre che rispetto per la giustizia ordinaria e per i processi normativi esistenti. È passato ancor meno da quando la Commissaria al Commercio Cecilia Maelstrom ha dovuto ammettere che oltre l’80 per cento delle risposte alla consultazione online aperta dalla Commissione stessa sull’opportunità di introdurre nel T-tip la possibilità per gli investitori privati di far causa a quegli Stati che avessero o introducessero regole che ne danneggiassero gli interesse presenti, passati o futuri, si era espressa per un secco no. In Europa, però, c’è chi preme perché quest’operazione continui come se nulla fosse. Popolari e Socialdemocratici sembrano voler imporre a maggioranza in Parlamento un parere, atteso per il prossimo maggio, di pieno appoggio al T-tip nonostante la contrarietà cresca nell’opinione pubblica.
Per questo la Campagna Stop T-tip Italia ha lanciato ufficialmente sul suo sito (stop-ttip-italia.net) la raccolta di firme che chiede di bloccare immediatamente i negoziati e che ha già superato quota 1 milione e 500mila no in tutta Europa. Dopo l’approvazione anche in Comune di Milano di un ordine del giorno che chiede lo stop delle trattative, la Campagna intensificherà le pressioni sui parlamentari europei e nazionali e gli incontri pubblici preparandosi al 18 aprile, quando si celebrerà la prima giornata transatlantica di mobilitazione. Perché il T-tip è il cavallo di Troia per imporre gli interessi dei più forti sui diritti di tutti nel cuore delle istituzioni europee. E bisogna fermarlo subito, prima che sia troppo tardi.

decrescita,agricoltura urbana e paesaggio

Agricoltura urbana e paesaggio

by Citta invisibile
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di Angelo Sofo*
Lo spirito del luogo
Chi costruisce o restaura edifici, chi progetta centri urbani, chi pianifica un territorio, avrebbe il dovere, prima di ogni altra cosa, di intessere una relazione intima e profonda con il luogo. Dovrebbe porsi, cioè, in una situazione di ascolto, tentare di percepire l’invisibile che sta dietro al visibile per entrare in contatto con l’essenza di quel piccolo frammento di Terra sul quale è chiamato ad intervenire.
Già, perché i luoghi chiamano, evocano, ci inseguono e, quando vogliono, sanno farsi scoprire, anche intimamente. Gli antichi avevano compreso l’importanza e la complessità di questo processo al punto che, ad esempio, nel mondo greco classico, la scelta del luogo dove costruire una nuova colonia era affidato all’ecista (nella Grecia antica, era un condottiero scelto da un gruppo di cittadini per guidarli alla colonizzazione di una terra) personaggio a metà strada tra il condottiero, il sacerdote, il filosofo e l’architetto, il quale sapeva interpretare presagi, segni, narrazioni, semiologie dei luoghi, oltre che gli elementi geografici.
Ma la precisa identificazione di quest’idea di “essenza interiore” del luogo fu coniata dai latini con il Genius Loci (con le iniziali maiuscole perché trattasi pur sempre di una divinità, anche se secondaria, cioè non olimpica), che con estrema semplificazione potremmo definire come lo spirito, il nume tutelare di ogni singolo luogo. Per uscire subito dalle secche della pura ricerca filologica, possiamo dire che, se volessimo applicare quel concetto oggi a un luogo particolare, sia esso naturale o urbano, potremmo forse dire che quel luogo è “numinoso”, cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità. L’idea di Genius Loci, seppur velata dalle nebbie del mito, può tornare utile a chi voglia accostarsi ad una più attenta e rispettosa “scienza dei luoghi” o ad una architettura più consapevole.
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Tanto è più vero se si pone mente che l’opera moderna più nota col titolo “Genius Loci” è proprio quella (laica e pragmatica) di un architetto, Christian Norberg-Schulz, col sottotitolo “Paesaggio, Ambiente, Architettura”. Ed infatti, sostiene Norberg-Schulz, “Proteggere e conservare il genius loci significa concretizzarne l’essenza in contesti storici sempre nuovi. Si può anche dire che la storia di un luogo dovrebbe essere la sua autorealizzazione”. Come dire che, a saper bene indagare, ogni luogo reca in sé i segni di ciò che esso vuole essere o divenire. Ed esattamente questa dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi si appresta ad intervenire su quel luogo, sia esso architetto, ingegnere, pianificatore o quant’altro.
La perdita della capacità di riconoscere l'identità dei luoghi (l'indifferenza) non è diversa dall'incapacità di riconoscere se stessi come individui sociali. La distruzione dei luoghi non è un incidente, un eccesso di voracità di qualcuno, ma un obiettivo intrinseco del sistema economico dominate: recidere le relazioni tra l'individuo, l'ambiente, gli altri da sé. Costringendo l'individuo nella sola dimensione produttiva/consumistica. Spaesamento, sradicamento sono effetti coerenti di una logica di dominio volta ad annichilire l'individuo. Così il territorio, spogliato dal paesaggio, sterilizzati i «genī loci», diventa strumento neutro del potere economico, liberamente cartografabile, per esercitare il potere, tracciare confini ed erigere muri dentro cui segregare i propri sudditi.
Le colate di cemento sommergono ogni spazio libero. Il saccheggio procede. Il paesaggio sparisce: Il capannone è il tipico edificio che più si ripete. Solo piccolissimi varchi tra un edificio e l'altro permettono di gettare uno sguardo oltre la muraglia di capannoni.
La distruzione del paesaggio è la inevitabile conseguenza della preminenza dell'interesse economico su ogni altro valore, del dogma della crescita economica che ha soppiantato ogni altra visione del mondo. Dobbiamo sapere che è la stessa logica che travolge ogni campo del vivere umano: nel lavoro, de-umanizzato, alienato; e nel territorio, ridotto a supporto inerte.
Scrive Alberto Magnaghi che la «coscienza di luogo» è la «capacità di riacquisizione dello sguardo sul luogo come valore, ricchezza, relazione potenziale tra individuo, società locale e produzione di ricchezza. Un percorso da individuale a collettivo in cui l'elemento caratterizzante è la ricostruzione di elementi di comunità in forme aperte, relazionali, solidali».
Sta quindi in noi cittadini, alle comunità che vivono e lavorano in questi territori ed in questi spazi riappropriarci degli elementi che caratterizzano la nostra vita, attraverso processi di democrazia diretta, e attraverso la difesa dei beni comuni.
L'azione della difesa del paesaggio si inserisce, perfettamente nel quadro più generale(socio-economico e finanche antropologico e culturale) delineato dal progetto della decrescita: decrescere la dipendenza della società dalla logica del mercato capitalistico ed abbandonare definitivamente un modello di sviluppo che ci ha portato alla distruzione delle risorse naturali e sta compromettendo la vita stessa dell’intero pianeta.
La difesa del paesaggio può costituire una molla concreta per risvegliare le coscienze e per attivare delle pratiche lungo la via della decrescita. Pensare alla tutela del paesaggio come un principale obiettivo/motore attivatore della decrescita. Ma per fare diventare il paesaggio un punto di forza delle ragioni della decrescita è necessario sviluppare alcuni passaggi logici.
Innanzitutto mettersi d'accordo su cos'è il paesaggio. Poi includere “questo” paesaggio, “i beni paesaggistici” del Codice dei beni culturali e non solo tra i beni comuni da rivendicare e da sottrarre alle leggi del mercato. Infine decidere di “prenderlo in cura” (governarlo e gestirlo) in forme e modalità efficienti e condivise, creando anche occasioni di lavoro utile e sostenibile. Serve cambiare mentalità, atteggiamenti, regole, codici di funzionamento sociale.
Le esperienze pilote, le pratiche virtuose, i casi di gestione condivisa del bene comune territorio, villaggio, condominio, “città di città”... sono molti (Paolo Cacciari). Credo che per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, della bellezza dei paesaggi, della equità sociale e del “buon vivere”, si possa partire da qui.
Il ventaglio delle azioni possibili è davvero ampio: si va dall'appello del progettista edile Tommaso Gamaleri che ha lanciato la campagna per l'obiezione di coscienza contro gli incarichi professionali di progetti di edifici su terreni non edificati, alle amministrazioni comunali che modificano i piani regolatori a Zero consumo di suolo , alla campagna Rifiuti Zero.
Dalla campagna Salviamo il paesaggio, alle Transition town (autosufficienza energetica). Dalla rete delle Slow city; (Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ne era il promotore in Italia), ai Contratti di fiume. Dal movimento per gli orti urbani collettivi, agli ecomusei, al turismo sostenibile e alla ospitalità diffusa. Dai Parchi agricoli multifunzionali legati alle Reti dell'altra economia e ai Gruppi di acquisto solidali, al movimento per la difesa degli usi civici.
Dal co-housing, agli ecovillaggi, ai condomini solidali. Dai piani di bacino idrogeologici, alle bioregioni. Dagli innumerevoli movimenti di cittadinanza attiva, di cui i NoTav della Val di Susa sono un emblema, al laboratorio urbano della Scuola dei territorialisti che ci insegna come è possibile attivare processi di riappropriazione dei luoghi rigenerando relazioni e identità territoriali.
Un grande movimento dal basso per sottrarre paesaggio-ambiente-territorio-luoghi alla logica economica del mercato e per ridare bellezza a questo paese ed alla gente che lo abita.
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Un territorio di qualità
Le aree agricole alla periferia delle grandi città sono state considerate per molto tempo come ambiti in attesa di essere edificati, come semplici vuoti in attesa di trasformazione. Solo negli ultimi anni si è acquisita la consapevolezza che gli spazi aperti periurbani sono importanti per i cittadini sempre più alla ricerca di “paesaggio”, di spazi liberi e luoghi dove l’agricoltura svolge un rinnovato ruolo di produzione di beni e di cibo vicino ai cittadini, ma anche didattico e multifunzionale in un equilibrato rapporto tra sviluppo e sostenibilità.
Gli spazi di margine sono riconosciuti sempre più come importanti ed aventi pari dignità rispetto alle componenti tradizionali che determinano i processi di trasformazione. Se perdiamo gli spazi aperti perdiamo una risorsa collettiva che incide direttamente sulla qualità della vita delle popolazioni: non solo per la mancanza di aree verdi dal punto di vista ricreativo e paesistico; dobbiamo immaginare che la perdita di superfici libere che la Lombardia ha registrato in otto anni equivale, in termini di mancato sequestro del carbonio (e conseguentemente di disponibilità di gas serra in atmosfera), a un incremento del parco auto della regione del 15 per cento. Dobbiamo pensare a tutta la biodiversità che perdiamo quando andiamo a impermeabilizzare un territorio, cosi come non è difficile pensare a tutta l’acqua superficiale che non potendo più penetrare nel terreno si concentra improvvisamente creando danni a cui troppo frequentemente assistiamo.
Essere dotati di spazi liberi, verdi, fruibili e vissuti, come possono essere quelli agricoli alla periferia delle città è importante in un progetto complessivo che preveda, nel bilancio dell’uso delle risorse territoriali, anche un maggior equilibrio nell’utilizzo del territorio.
Significa inoltre mettere in valore un territorio di qualità, più competitivo e attrattivo anche per le imprese innovative e portatrici di nuove funzioni economiche.

Nuovi modelli culturali su cui fondare la società del domani
Accanto all’attuale sistema economico, fondamentalmente capitalistico e neoliberista, si stanno sperimentando nuove forme di economia e di consumo. Solo che queste esperienze locali e diffuse contano poco, si tengono oscurate o si espongono come giocattoli. Parlo ad esempio dei mercati contadini, di modalità di scambio reciproco dei beni, dei gruppo d’acquisto solidale, delle filiere corte. Quando le cose si complicano occorre riportarle a una dimensione più semplice.
Bisognerebbe avere la capacità di passare dalla semplicità del globale alla complessità del locale. Chi pensa che la filiera corta e il Km0 siano solo forme autarchiche ha una visione assai limitata di questo nuovo modello. In realtà si tratta di proporre un sistema economico di comunità che si basi, prima di tutto, sul valore d'uso del prodotto. Oggi, per dirne una, può accadere che un'acqua minerale tirolese venga venduta in Calabria e una calabrese nel Tirolo. Leggiamo sulle etichette la provenienza dei prodotti che mangiamo comunemente e proviamo a calcolare quanti chilometri si mangiano ogni giorno. Vengono fuori cifre sbalorditive: quella è tutta energia consumata, qualità perduta, identità cancellata. Il valore economico, il Pil e il profitto di pochi hanno preso il sopravvento sul valore d'uso dei beni, innescando processi speculativi che portano anche a grandi crisi nelle quotazioni delle derrate alimentari.
Il mondo agricolo e le aree rurali, a partire da quelle ingiustamente marginalizzate dallo sviluppo globale, possono essere la fucina dove sperimentare nuovi modi, nuove forme, nuovi comportamenti. Non potrebbe essere diversamente visto che l’agricoltura produce quanto ci è più necessario e vitale, ovvero il cibo, ed ha un elevato valore ambientale e culturale.
La speranza è che anche in Italia si sia compreso questo passaggio storico, evitando di giocare in difesa. Non si può pensare a politiche che mirino alla sola sopravvivenza del settore. Anche il recupero di metodi e valori tradizionali non deve essere concepito come un ritorno all’agricoltura dei nonni, ma come innovazione supportata dal sapere e dalle conoscenze scientifiche.
La coltivazione agricola in ambito urbano può rispondere a molteplici funzioni e diversi obiettivi, ad esempio, la presenza di coltivatori, orticoltori, giardinieri, in contesti urbanizzati potrebbe rendere la città più sensibile alle questioni della sostenibilità ambientale e certamente più bella per la cura costante del territorio che i vari soggetti praticano. Inoltre, la città potrebbe sentirsi più sicura con la presenza di numerose persone che si prendono la responsabilità di accudire spazi che un tempo erano vuoti e alienanti.
L’agricoltura urbana, nelle sue diverse forme, è interpretata come opportunità per l’incremento di valori sociali, culturali ed ambientali dei territori interessati. Infatti, in un’ ottica di socialità, può essere occasione di aggregazione intergenerazionale ed interetnica, dal punto di vista ambientale può essere integrata con la rete ecologica, e dalla prospettiva culturale, mezzo per la riscoperta dei tempi biologici.

La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni.
* Angelo Sofo vive a Milano e si occupa da anni di progettazione di giardini e orticoltura sociale

la sorella dell'anima

Sorelle dell’anima

by Citta invisibile
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di Maria G. Di Rienzo*
Le donne povere lavorano e hanno sempre lavorato: ma poiché operano per lo più nel settore classificato come “informale”, raramente sono incluse nelle statistiche ufficiali e ancor più raramente le legislazioni si occupano di loro in maniera positiva. In molte città del mondo queste donne sono venditrici di strada o venditrici ambulanti e costituiscono la maggioranza delle presenze di questo tipo sulle strade. Le attraggono i costi relativamente bassi del dare inizio all’impresa, la flessibilità negli orari o il coinvolgimento familiare (spesso le donne “ereditano” la posizione dalle loro madri) e sovente la possibilità di mettere a frutto le loro capacità specifiche: cioè, vendono ciò che hanno coltivato, ricamato, cucinato, costruito con le proprie mani.
Ma un po’ ovunque di recente, grazie alle politiche economiche assai riformatrici e benefiche del neoliberismo che continuano a buttare fuori dal settore formale del lavoro una valanga di uomini e donne, il numero di ambulanti è aumentato in maniera esponenziale, causando pressioni e competizioni che tendono a spingere fuori dal mercato le presenze più deboli – generalmente di sesso femminile. Le venditrici si sono organizzate negli ultimi anni in modo spontaneo, a livello locale, in veri e propri sindacati, per poi collegarsi successivamente in una rete internazionale che ha prodotto analisi, azione e successi. Considerato quanto sono differenti fra loro non solo per provenienza geografica, ma per aree di competenza, possono essere considerate un trionfo della solidarietà e dell’abilità strategica.
Una delle cose più belle di queste donne è che non hanno alcun timore nel dar voce alle loro speranze e ai loro timori e nel rendere pubbliche le loro esperienze, persino in quei paesi dove spesso devono combattere contro lo stereotipo della “donna per strada perciò immorale”.
Pushpa Achanta, scrittrice e attivista indiana per i diritti umani e la giustizia sociale, che lavora con le organizzazioni delle ambulanti, ha reso in versi l’incontro casuale con una di esse a Bangalore, nel gennaio scorso: “Kasturi – spiega in una nota – è un’amichevole venditrice ambulante di vegetali. Ha trentatre anni ed è una sopravvissuta alla violenza di genere. Il suo modo di fare gioioso, pragmatico e pieno di speranza, che mi ha mostrato mentre compravo da lei del coriandolo, ha ispirato le parole che seguono”.
UNA SORELLA DELL’ANIMA
O Katsuri!
La tua canzone
mi ha conquistata,
il tuo sorriso
mi ha rapita.
Chi sono quelli
che hanno misurato la tua bellezza
ma ignorato la tua dignità?
Sii sempre forte
sorella cara
per te stessa, e per tua madre,
per i tuoi figli e le altre donne.

* Giornalista, formatrice e regista teatrale femminista, cura il blog lunanovola, dove è apparso questo articolo (la cui pubblicazione su Comune è autorizzata dall’autrice).

Perche' il Louvre è il museo piu' visitato al mondo?

Come si fa a fare del Louvre il museo più visitato al mondo? Rispondono il presidente-direttore Martinez e il suo predecessore, Rosenberg. Nel Teatrino veneziano di Palazzo Grassi


Jean-Luc Martinez e Pierre Rosenberg a Venezia
Jean-Luc Martinez e Pierre Rosenberg a Venezia
Ultimo appuntamento per il ciclo di conversazioni franco-italiane – organizzate da Palazzo Grassi – Punta della Dogana – Pinault Collection in collaborazione con L’Alliance Française di Venezia – tra i rappresentanti di alcuni dei luoghi di cultura più in vista nel panorama della contemporaneità. Dopo Alain Seban e Martin Bethenod, Gabriella Belli e Guy Cogeval, è la volta di Jean-Luc Martinez e Pierre Rosenberg, accomunati dal ruolo direttivo del museo più visitato al mondo, il Musée du Louvre. Martinez, a capo dell’istituzione parigina dal 2013, ha dimostrato di condividere con Rosenberg, presidente-direttore onorario per l’incarico assunto dal 1994 al 2001, membro dell’Académie française e attuale presidente de L’Alliance Française di Venezia, la difesa del concetto di museo legato ad una logica di permanenza contro l’effimero della temporaneità.
Responsabile di un’istituzione storica dalle dimensioni e dal patrimonio sconfinati, Martinez riconosce nella struttura museale la chiave per far fronte alle spinte contemporanee, intese come una risorsa preziosa. È anche grazie alle trasformazioni del pubblico dell’arte e alla riduzione delle distanze globali, infatti, che oggi il Louvre conta quasi dieci milioni di visitatori all’anno, costituiti, al 50%, da giovani under trenta, per rispondere alle esigenze dei quali vanno messe in campo soluzioni di rinnovamento e servizi che soddisfino necessità sempre più diversificate. Ecco dunque il progetto di ampliamento dell’area di accoglienza sotto la celebre Piramide, percorsi educativi di avvicinamento alla collezione del Museo, ben oltre le opere universalmente note, spesso “assaltate” dalla calca dei visitatori, e il lancio di una nuova sede espositiva, dopo quella, tutta francese, di Lens. Si tratta di Louvre Abu Dhabi, la cui apertura, prevista per la fine del 2015, segnerà un’alleanza importante tra Europa ed Emirati Arabi nella promozione della cultura a livello mondiale. Voluta dagli stessi Emirati Arabi e nata da un progetto architettonico di Jean Nouvel, l’isola-museo di Abu Dhabi, vicina ad una sede Guggenheim e ad un polo museale di storia locale, esporrà trecento opere francesi, prestate dal Musée du Louvre e da altre istituzioni di Francia per dieci anni. Il resto della collezione, e dunque la parte più cospicua, sarà di provenienza araba, con l’obiettivo di consolidare il patrimonio autoctono grazie alla spinta di un garante internazionale come il Louvre, che darà “in prestito” il proprio nome per un trentennio.
Insomma, il periodo direttivo di Martinez si conferma denso, anche in virtù di una programmazione su suolo francese molto ambiziosa che vedrà protagonisti, tra il 2015 e il 2017, Poussin, Velázquez e Vermeer, solo per citarne alcuni. Perché la temporaneità di una mostra non può esulare dalla permanenza della collezione.
Arianna Testino