venerdì 1 maggio 2015

chi finanzia l'expo?





Oggi si apre Expo Milano 2015, l’Esposizione Universale sull’alimentazione e la nutrizione, che si terrà nel capoluogo lombardo fino al 31 ottobre e il cui slogan è “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Ma di così nutriente per il pianeta e di energetico per la vita non c’è proprio nulla. Basta leggere i nomi di alcuni tra gli sponsor: Mc Donald’sEnelCoca Cola,Eni, ovvero multinazionali e società che si sporcano le mani con la devastazione del territorio e con la globalizzazione alimentare, in netto contrasto con lo slogan della kermesse milanese. E poi le inchieste giudiziarie, la cementificazione di aree agricole, lo sperpero di miliardi di euro, i costi che non rientreranno mai. Infine la ciliegina sulla torta: tra i tavoli tematici non ce n’è uno in cui si discuta del biologico, presente invece solo in uno dei padiglioni espositivi, il Parco della Biodiversità.
Oggi, in occasione dell’apertura dell’esposizione, presentiamo cinque infografiche, tratte dal rapporto I padroni del nostro cibo a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, per ricostruire il viaggio del nostro cibo dalla chimica al piatto e per conoscere le più grandi multinazionali che lo gestiscono badando solo al profitto. Ovvero, quelle stesse che si presentano all'Expo 2015 come le salvatrici dell'umanità mentre hanno a cuore solo i loro interessi. Una enorme contraddizione, enfatizzata e supportata dal Governo Renzi e da una campagna pubblicitaria spaventosa. «Questa è la grande presa in giro e il grande equivoco – afferma Luca Trada del Comitato No Expo – Nel senso che lo slogan di Expo è l’alibi, è la patina buona ed etica per accattivare un consumatore evoluto ed attento verso quello che acquista e mangia. Ma non è altro che un contenitore che trasforma la sostanza di Expo in una realtà a metà tra una sagra paesana  e una fiera del turismo. Insomma, una kermesse vuota di contenuti ma allo stesso tempo una vetrina per tutti quei soggetti, siano essi enti governativi o multinazionali o aziende, responsabili del mancato e regolare accesso al cibo e all’acqua da parte di miliardi di persone». Dal sito ufficiale si legge che Expo Milano 2015 si confronta con il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità. «Dal 2007 noi affermiamo che la fiera non era e non è un’opportunità, perché quello che manca è proprio una critica di fondo rispetto ai problemi reali del pianeta – continua Trada –Mancava una critica a chi imponeva modelli alimentari imposti e politiche territoriali devastanti, e a chi toglieva l’acqua ad interi Paesi; ovvero mancava e manca tuttora una critica a quelle stesse multinazionali, come Mc Donald’s, Dupont, Nestlè, Eni, Enel, che oggi si ritrovano ad essere sponsor di Expo».
E nonostante i tanti dossier pubblicati, come quello di Terra Nuova, la corruzione dilagante accertata dalle inchieste giudiziarie, le cifre negative che parlano chiaro (si stima che neanche un numero di 20 milioni di visitatori riuscirebbe a far rientrare le spese) e la cementificazione di terreni agricoli che lascerà in futuro solo cattedrali nel deserto, l’inaugurazione c’è stata e l’esposizione andrà avanti fino ad ottobre. Com’è possibile tutto questo? «Dobbiamo analizzare il fenomeno a vari livelli – conclude Luca Trada – Al primo c’è la macchina della propaganda, che ha lavorato nel corso degli anni e soprattutto negli ultimi mesi, anche a livello subliminale, come per esempio nelle scuole, e tartassando il consumatore con pesanti campagne pubblicitarie; poi c’è la mancanza di critica di cui parlavo prima, che crea una sfera di retorica impressionante, per cui si parla della bontà del cibo senza invece affrontare i grandi problemi macroeconomici; infine c’è la politica governativa: e qui mi riferisco al Presidente del Consiglio Renzi, che circa una settimana fa ha fatto il suo solito show a Pompei, utilizzando quel luogo archeologico per lanciare l’apertura di Expo, affermando che “l’Italia è più interessante nel futuro che nel passato”, e puntando a vendere 20 milioni di biglietti. Beh, se avessimo investito i 10 miliardi di euro, fin qui spesi per Expo ed inutili per il bene collettivo, per riportare al suo splendore Pompei o altri siti archeologici italiani, quanti milioni di turisti sarebbero arrivati in Italia? E quante migliaia di posti di lavoro avremmo creato? L’Italia non ha bisogno di fiere come Expo, è già un monumento a cielo aperto, basta solo valorizzarla in ogni settore, sia esso culturale o agricolo».























PAEA CONSIGLIA
AZIONI
stampa invia SCRIVI ALL'AUTORE commenta 0 commenti
CONDIVIDI
Condividi su Facebook Condividi su Ok Notizie Condividi su Fai Informazione Condividi su del.icio.us Condividi su Twitter Condividi su Digg Condividi su Technorati Condividi su Google

dubbi sull'organico e la sua raccolta a Genova (by Federico Valerio)

In diversi quartieri di Genova si è' avviata la raccolta differenziata della frazione organica con la consegna domiciliare dei cestelli forati e dei sacchetti compostabili.
Da Facebook emergono molte perplessità sul fatto che i cestelli siano forati, con la preoccupazione che questo possa diffondere i cattivi odori.
Evidentemente non è' stato spiegato a sufficienza che è proprio l'arieggiamento, garantito dai fori, che fornisce ossigeno ai batteri che bio degradano gli scarti organici senza puzze e che riduce un eccesso di umidità degli scarti evitando, in questo modo, la formazione di percolato e lo sviluppo di cattivi odori.
Arrivano anche molte segnalazioni che i sacchetti compostabili Mater Bi consegnati abbiano un diametro più piccolo di quello dei cestelli.
Non sarà che i sacchetti forniti a basso costo ( gratis?) da Novamont non siano compatibili con i cestelli?

il lavoro dei bambini nelle colonie israeliane

Il lavoro dei bambini tra i coloni d’Israele

by benicomuni
Perché darsi tanto da fare per avere un titolo di studio? Finiranno comunque a lavorare nelle colonie agricole isreliane con un salario da fame. Centinaia di bambini palestinesi lavorano in condizioni disastrose durante tutto l'anno. Alcuni raccontano anche di essere svenuti, d'estate, quando la temperatura supera i 40 gradi. Nei periodi di raccolta il numero dei piccoli contadini che si spezzano la schiena aumenta. Il rapporto di Human Rights accusa: quei bambini lasciano la scuola e spesso vanno a fare lavori pericolosi ma Israele fa finta di niente
2010_isrpal_childlabor_PRESSER
di Human Rights Watch
In un rapporto presentato a metà aprile Human Rights Watch sostiene che le fattorie delle colonie israeliane in Cisgiordania utilizzano lavoro minorile palestinese per la coltivazione, la raccolta e l'impacchettamento dei prodotti agricoli, molti dei quali esportati. Le fattorie pagano ai bambini bassi salari e li sottomettono a condizioni di lavoro pericolose in violazione degli standard internazionali.
Il rapporto di 74 pagine si chiama "Maturi per gli abusi: il lavoro minorile palestinese nelle colonie agricole israeliane in Cisgiordania" e documenta che bambini, anche di 11 anni, lavorano in alcune fattorie delle colonie, spesso ad alte temperature. I bambini trasportano carichi pesanti, sono esposti a pesticidi pericolosi ed in alcuni casi devono pagarsi i trattamenti medici per ferite o malattie dovute al lavoro.
"Le colonie israeliane stanno traendo profitto dalle violazioni dei diritti contro i bambini palestinesi," afferma Sarah Leah Whitson, direttrice per il Medio Oriente e il Nord Africa. "I bambini delle comunità impoverite dalle discriminazioni di Israele e dalle politiche di colonizzazione stanno lasciando la scuola e accettando lavori pericolosi perché sentono di non avere alternative, mentre Israele fa finta di niente."
Human Rights Watch ha intervistato 38 bambini e 12 adulti che lavorano in sette fattorie delle colonie nella zona della valle del Giordano, che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania e dove si trovano i maggiori insediamenti agricoli. Le restrizioni discriminatorie israeliane contro l'accesso dei palestinesi alle terre coltivabili e all'acqua in Cisgiordania, soprattutto nella valle del Giordano, un centro tradizionale dell'agricoltura palestinese, costano all'economia palestinese più di 700 milioni di dollari ogni anno, secondo le stime della Banca Mondiale. I livelli di povertà dei palestinesi nella valle del Giordano arrivano al 33,5%, tra i più alti di tutta la Cisgiordania.
d73763ce3c324532b17afe7948189f4b_18
Alcuni palestinesi affittano terreni agricoli dai coloni israeliani, ai quali Israele ha affidato le terre dopo essersene illegalmente appropriato portandoli via ai palestinesi. In base alla Quarta Convenzione di Ginevra le politiche israeliane che appoggiano il trasferimento di civili nei Territori Occupati e l'appropriazione da parte di Israele di terra e risorse per le colonie viola gli obblighi di Israele in quanto potenza occupante. Secondo Human Rights Watch, queste violazioni sono aggravate nelle colonie dalle violazioni dei diritti contro i lavoratori palestinesi, compresi i bambini. Israele dovrebbe smantellare le colonie e, nel frattempo, proibire ai coloni di sfruttare i bambini, in ottemperanza agli obblighi di Israele in base ai trattati internazionali sui diritti dei bambini e dei lavoratori.
Quasi tutti i bambini palestinesi intervistati da Human Rights Watch hanno detto di ritenere di non avere alternative se non trovare lavoro nelle fattorie delle colonie per aiutare le loro famiglie. Israele ha destinato l'86% della terra nella valle del Giordano alle colonie e garantisce un accesso molto maggiore all'acqua del bacino idrico della valle per l'industria agricola delle colonie che per i palestinesi che vi vivono. Le colonie agricole israeliane esportano una quantità significativa dei loro prodotti all'estero, compresi Europa e Stati Uniti.
Non sono disponibili statistiche ufficiali, ma i gruppi israeliani e palestinesi per lo sviluppo ed i diritti dei lavoratori stimano che centinaia di bambini lavorino durante l'anno nelle colonie agricole israeliane, e che il loro numero aumenti durante i periodi di raccolta. I bambini intervistati da Human Rights Watch hanno affermato di soffrire di nausea e di capogiri. Alcuni dicono di essere svenuti mentre lavoravano in estate con temperature che spesso superano i 40 gradi all'esterno, e sono persino superiori all'interno delle serre nelle quali molti bambini lavorano. Altri bambini dicono di aver avuto vomito, difficoltà di respirazione, irritazione agli occhi ed eruzioni cutanee dopo aver spruzzato e essere stati esposti ai pesticidi, anche in spazi chiusi. Alcuni si sono lamentati di mal di schiena dopo aver trasportato pesanti casse piene di prodotti o contenitori "a zaino "di pesticidi.
Le leggi del lavoro israeliane vietano ai minori di portare pesi eccessivi, di lavorare ad alte temperature e con pesticidi pericolosi, ma Israele non applica queste leggi per proteggere i bambini palestinesi che lavorano nelle sue colonie. Le autorità israeliane raramente controllano le condizioni di lavoro dei palestinesi nelle colonie agricole israeliane. I ministeri israeliani della Difesa, dell'Economia e del Lavoro dicono tutti che stanno studiando come applicare maggiori protezioni sul lavoro per i palestinesi che lavorano nelle colonie, ma che nel frattempo nessuna autorità ha un mandato preciso per far applicare i regolamenti.
infophoto palestina gaza-2
Dei bambini intervistati per il rapporto, 33 hanno lasciato la scuola e stavano lavorando a tempo pieno nelle colonie israeliane. Di questi, 21 hanno abbandonato la scuola prima di compiere i 10 anni dell'educazione primaria, obbligatori sia per le leggi palestinesi che per quelle israeliane. "Cosa importa avere un titolo di studio, finirai comunque a lavorare per una colonia," ha detto un bambino.
I maestri e i presidi delle scuole palestinesi nella valle del Giordano hanno detto che i bambini che lavorano part-time nelle colonie durante i fine settimana e dopo la scuola arrivano spesso in classe sfiniti. Le autorità militari israeliane dichiarano che loro non rilasciano permessi di lavoro per i palestinesi al di sotto dei 18 anni per lavorare nelle colonie. Tuttavia i palestinesi non hanno bisogno dei permessi di lavoro israeliani per andare nelle fattorie delle colonie, che sono fuori dalle aree recintate delle colonie in cui i palestinesi devono avere un permesso per entrare.
Tutti i bambini e gli adulti che lavorano nelle fattorie delle colonie intervistati da Human Rights Watch hanno affermato di essere stati ingaggiati da mediatori palestinesi che lavorano per i coloni israeliani, di essere pagati in contanti, di non ricevere buste paga e di non avere contratti di lavoro. Israele nega la giurisdizione delle autorità palestinesi nelle colonie così come sulla maggior parte della valle del Giordano, ma secondo Human Rights Watch dovrebbe fare di più per applicare le leggi contro il lavoro minorile colpendo i mediatori.
palestinian-child-labour-israel-660x370
Secondo inchieste giornalistiche e siti web di colonie e imprese, l'Europa è un importante mercato per l'esportazione di prodotti agricoli delle colonie, e alcuni prodotti sono esportati negli USA.  L'UE è giunta ad escludere i prodotti delle colonie israeliane dalle tariffe agevolate previste per i prodotti israeliani, e gli Stati membri dell'UE hanno emesso avvertenze agli uomini d'affari affinché prendano in considerazione i rischi legali, finanziari e di immagine per il coinvolgimento nel commercio con le colonie, ma non hanno dato indicazioni per porre fine a questi rapporti commerciali. Gli USA continuano ad offrire in pratica un trattamento preferenziale ai prodotti delle colonie israeliane in base all'accordo commerciale USA-Israele. Gli USA dovrebbero rivedere l'accordo per escluderli. Il Dipartimento del Lavoro USA continua a stilare e a pubblicare una lista di più di 350 prodotti di Paesi stranieri che sono realizzati con l'utilizzo di manodopera coatta o con lavoro minorile in altri Paesi, ma non vi ha incluso quelli delle colonie israeliane.
Human Rights Watch afferma che altri Paesi e imprese dovrebbero farsi carico delle loro responsabilità non beneficiando delle, o contribuendo alle, violazioni dei diritti umani contro i palestinesi in Cisgiordania interrompendo i rapporti di affari con le colonie, compresa l'importazione dei prodotti dell'agricoltura delle colonie. "Le colonie sono fonte di violazioni quotidiane, anche contro i bambini," dice Whitson. "Altri Paesi e imprese non dovrebbero trarne beneficio o appoggiarle."
Scarica il rapporto completo in inglese
Traduzione di BDS Italia

I profughi?Buttiamoli a mare

Buttarli a mare

by maomao comune
Almeno ventimila morti in quindici anni. Forse molti di più, a giudicare dalla crescita esponenziale documentata negli ultimi mesi, ma i numeri ingannano la percezione: non raccontano le storie, le speranze e le sofferenze di chi affoga nel Mediterraneo. Forse, a comprendere la portata e le ragioni della tragedia che viviamo, può aiutare meglio la storia: l'Europa è abituata a buttare la gente in mare. Lo ha fatto per secoli durante il commercio di vite che riempiva i forzieri delle grandi nazioni che oggi danno lezioni di umanità e democrazia al resto del mondo. Si buttavano a mare gli schiavi per sfuggire ai pattugliamenti o quando venivano considerati "merce difettosa". Cinismo e ipocrisia si sono sempre alimentati a vicenda. L’ipocrisia, con le sue leggi sulle migrazioni, nutre i cinici e finirà per mettere nelle loro mani i governi europei. Ma noi europei come facciamo a piacerci così tanto?
di Santiago Alba Rico
Davanti all’ipocrisia e all’indifferenza, ci piace ed è perfino doveroso essere un po’ demagogici. Diciamoci la verità: l’Europa è abituata a buttare la gente a mare. Lo ha fatto per secoli, durante il più che redditizio commercio di schiavi al quale prendevano parte tutte le grandi nazioni che oggi danno lezioni di umanità e democrazia al resto del mondo. L’antropologo Fernando Ortiz, in un suo libro, ne ricordava il numero: nel 1825 si calcolava che i negrieri clandestini, vuoi per sfuggire ai pattugliamenti, vuoi per liberarsi di “mercanzia difettosa”, avessero buttato nell’oceano 3.000 schiavi vivi ogni anno. Molti di più erano morti durante il trasporto forzato lungo il continente africano o durante le attese dentro i barconi nei porti. Nel 1818, quando venne proibito il traffico, ma mantenuta la schiavitù (proprio come oggi!) il cattolicissimo re spagnolo Ferdinando VII giustificava quella proibizione dicendo che non c’era bisogno di trasportare in America gli africani allo scopo di civilizzarli, perché l’impresa coloniale si sarebbe incaricata di civilizzarli nei loro paesi di origine. Continuiamo ancora oggi a civilizzarli nei loro paesi di origine, continuiamo a selezionare mano d’opera a buon mercato, continuiamo a proibire il traffico e continuiamo a buttarli a mare.
La grande scrittrice nera Toni Morrison, anni fa, espresse un giudizio con amarezza e dolore: “Non puoi fare questo per centinaia di anni e non pagare dazio. (Gli europei) non dovevano disumanizzare solo gli schiavi, ma anche se stessi. Dovevano ricostruire tutto per fare sì che il sistema sembrasse vero. Così tutto fu possibile nella seconda guerra mondiale. Così la prima guerra mondiale si dimostrò necessaria. Razzismo è la parola che usiamo per comprendere tutto questo”. Quello che il teologo tedesco Franz Hinkellammert chiama, a ragione, “genocidio strutturale”, si inscrive in quella lunga malattia europea che ci ha fatto marcire l’anima fino al punto di poterli buttare a mare e poi andarcene allegramente in crociera a Malta.
I morti, in questa settimana, sono stati più di 1.000, negli ultimi quindici anni sono stati oltre 20.000. Numeri parziali, ingannevoli e che non fanno la conta dei cadaveri in fondo al mare. Non voglio sminuire la responsabilità dei trafficanti che sfruttano la disperazione degli esseri umani: in fondo è la stessa responsabilitá dei negrieri del XIX secolo e mantengono con il sistema neocoloniale europeo lo stesso rapporto di dipendenza e funzionalità. Non ho nemmeno intenzione di negare le responsabilità di quelli che, ad un prezzo equivalente a 15 biglietti aerei, affittano un centimetro di rischio su queste barche di Caronte. Anche l’ultimo degli esseri umani può decidere del proprio destino; ma anche l’ultimo degli esseri umani ha diritto a scegliere un destino migliore senza per questo giocarsi la vita. Di cosa sono colpevoli? Il loro crimine, come dice Juan Goytisolo, è “il loro istinto per la vita e l’ansia di libertà”, quell’atomo di libertà che usano scappando dalla guerra o dalla miseria e rivendicando il diritto di spostarsi, di lavorare, di esistere, senza chiedere elemosina né scusarsi.
Abbiamo sentito le risposte dei nostri governi e dei nostri politici. Ce ne sono due.Una è ipocrita: si lamentano i morti e si esibisce contrizione mentre vengono rafforzateFrontex e l’operazione Triton, ovvero, mentre si moltiplicano i mezzi - come fece Ferdinando VII - per “civilizzare” gli africani all’origine e distruggere i barconi dei trafficanti. Sappiamo già cosa questo significa e quali ne saranno le conseguenze: appoggiare delle dittature e giustificare degli interventi che provocheranno altre frustrazioni, altra miseria, altre guerre, altro jihadismo, in un circuito che si autoalimenta e dal quale traggono beneficio solo i più potenti, i più ricchi e i più ingiusti.
SlaveShip
L’altra risposta è il cinismo dei partiti e degli intellettuali dell’estrema destra che alimentano la patologia europea, tramite l’esplicito disprezzo verso quelle migliaia di persone che -nell’opinione della Lega Nord- cercherebbero delle “vacanze pagate” in Europa e verso le quali non dovremmo sentire alcuna pietà nè considerazione.
I cinici, almeno, non mentono. Perché, bisogna dirlo, cinismo e ipocrisia fanno parte dello stesso sistema e si alimentano a vicenda.
L’ipocrisia, con le sue leggi sulle migrazioni, nutre i cinici e finirà per mettere nelle loro mani i governi europei. Storicamente è stato sempre così: gli ipocriti, non facendo quello che dicono, finiscono per cedere il potere ai cinici e ai loro aperti criminiI “civilizzati europei” sono stati sempre l’anticamera dei nostri stessi barbari.
Non c’è nessuna alternativa all’ipocrisia e al cinismo? E’ molto facile: o Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo o Dichiarazione di Guerra. Che ci piaccia o no, continueranno ad arrivare.
E noi, come facciamo a continuare a piacerci così tanto?
Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile

scioperi e opere d'arte ma hanno senso?

epuscolo del Maggio Musicale Fiorentino

Si è aperto con il Fidelio il Maggio Musicale Fiorentino. Si è aperto soprattutto con uno sciopero dei tecnici che ha costretto all’assenza di luci e alla scena unica. Mentre il programma è tutto fuorché innovativo…


Alcuni prigionieri prima di entrare in scena nell'antepiano di Fidelio all'Opera di Firenze - © Michele Borzoni - Terraproject - Contrasto
Alcuni prigionieri prima di entrare in scena nell’antepiano di Fidelio all’Opera di Firenze – © Michele Borzoni – Terraproject – Contrasto
ASCESA E DISCESA DI UN FESTIVAL
Il Maggio Musicale Fiorentino non è solamente il più antico festival italiano (aprì il sipario il 22 aprile 1933) ma anche quello che attirava pubblico da tutto il mondo per due caratteristiche: effettuare una sintesi fra teatro in musica ed arti visive (allora) contemporanee; riscoprire grandi lavori obliati o poco rappresentati. Una legge del 1936 dava alla manifestazione questi compiti e gli assegnava uno stanziamento speciale.
È solo un ricordo. Per anni, tra gli scenografi del Maggio si contavano de Chirico,SironiCasoratiSensaniContiBucci, unicamente per citare alcuni nomi. Esiste una ricca bibliografia in materia. Il Maggio ha riscoperto il Rossini serio decenni prima che nascesse il Rossini Opera Festival, ha lanciato Malipiero e Stravinsky. Ancora negli Anni Ottanta era un punto di riferimento per “prime” esecuzioni italiane (a volte mondiali) e regie innovative.
Poi è cominciato un declino accompagnato da commissariamenti per evitare, più volte, il fallimento della fondazione. Le geremiadi per la mancanza di finanziamenti da parte di Pantalone erano accompagnate da una sempre maggiore penuria di idee. Bene più scarso dei soldi. Nel contempo, in una città di 400mila abitanti con quattro teatri, se ne costruiva, al costo di 32 milioni di euro, uno nuovo modernissimo, che per essere produttivo deve assicurare 220 rappresentazioni l’anno di tutto esaurito. Non si invitano più grandi artisti del visivo e si noleggiano dall’estero spettacoli anche quando si hanno scene e costumi in magazzino.
Antepiano di Fidelio all'Opera di Firenze - © Michele Borzoni - Terraproject - Contrasto
Antepiano di Fidelio all’Opera di Firenze – © Michele Borzoni – Terraproject – Contrasto
L’EDIZIONE 2015 DEL MAGGIO MUSICALE
Quest’anno, il festival (affidato a un commercialista e banchiere molto competente nel suo ramo: la persona adatta per fare quadrare i conti) non ha un direttore artistico. Il programma operistico è deludente. Fidelio (appena visto alla Scala) arriva da Valencia, dove è stato visto nel 2006 e nel 2014 (nonché sui canali televisivi) e, come mostra il dvd in commercio, con un impianto scenico enorme e una regia tradizionale di Pier’Alli , già da considerarsi passé nel 2006. Proprio a Firenze Robert Carsen ha fatto di Fideliouno dei suoi spettacoli più nuovi e struggenti (forse scene e costumi sono a coprirsi di polvere).
Il resto del festival propone due opere rappresentate di frequente nei nostri teatri (Il Giro di Vite di Britten e Candide di Bernstein) e Pélléas et Melisande di Debussy, che non credo si veda da dieci anni fa in Italia. Curiosamente il ruolo del protagonista, scritto per un baritono (alla Scala era Ludovic Tézier), è affidato a un giovane tenore lirico, Paolo Fanale, che ricordo come ottimo Fenton in Falstaff e un buon Nemorino in Elisir d’Amore. Se questa è l’innovazione, qualcuno ha riscritto la partitura del buon Debussy.
Nulla da eccepire sulla sinfonica: grandi bacchette ma titoli di repertorio. È vero che a Firenze la popolazione sta invecchiando, ma ci si rivolge solo agli anziani. E poi non mancano seniores che amano la contemporaneità.
Antepiano di Fidelio all'Opera di Firenze - © Michele Borzoni - Terraproject - Contrasto
Antepiano di Fidelio all’Opera di Firenze – © Michele Borzoni – Terraproject – Contrasto
SUL FIDELIO FIORENTINO
Torniamo al Fidelio inaugurale. È stato presentato in forma semi-scenica (e senza luci) a ragione di uno sciopero di cinquanta tecnici in polemica con il Sindaco Nardella e il Presidente del Consiglio Renzi per vertenze risolte da altre fondazioni liriche. Non sta a noi entrare nel merito della vertenza, ma varie file vuote dimostravano corse al botteghino per essere rimborsati. Ovviamente non c’erano né il Capo dello Stato né il Presidente del Consiglio. I rumors secondo cui sarebbe arrivata la Cancelliera Merkel (grande amante dell’opera) si sono rivelati del tutto infondati.
Quindi, scena unica (la prigione del primo quadro del secondo atto in stile magniloquente e di vaga ispirazione piranesiana), quella della prova all’inizio dello sciopero. Cantanti, coro e comparse in costume e azione teatrale recitata in un palcoscenico ingombrato da elementi massicci. Inoltre, nessun gioco di luci e nessun soprattitolo. Quindi, dato che Fidelio è un Singspiel in cui parti dialogate si alternano a numeri musicali, si è fatto uso giudiziosamente di forbici.
Occorre dire che gli esecutori della parte musicale si sono meritati ovazioni per le difficili condizioni in cui hanno operato. Zubin Mehta divide l’opera in tre sezioni. Quasi mozartiana la prima, sino alla grande aria di Leonore Absheulicher: altamente drammatica la seconda, sino a tutta la scena della prigione; ed eroica nel finale, preceduto dall’ouverture Leonore No.3. Quindi una concezione molto differente da quella di Daniel Barenboim ascoltata alla Scala. Nel cast spicca Ausrine Stundyte(Leonore) mentre avrei preferito un Florestano (Burkhard Fritz) dal timbro più brunito e dagli acuti più eroici. Buoni gli altri protagonisti (Eike Wilm SchulteEvgeny Nikitin,Stephen MillingAnn VirovlanskyKarl Michael Ebner), il coro e l’orchestra.
Antepiano di Fidelio all'Opera di Firenze - © Michele Borzoni - Terraproject - Contrasto
Antepiano di Fidelio all’Opera di Firenze – © Michele Borzoni – Terraproject – Contrasto
Speriamo che il Maggio si riprenda. C’è tanto teatro in musica anche italiano da riscoprire, perfettamente adatto a giovani artisti visivi. Altrimenti che ci fanno con l’ipertecnico edificio costruito alle Cascine?
Giuseppe Pennisi

leggi anche