martedì 1 dicembre 2015

cop 21:il mondo che ci attende

Quale mondo ci attende nel 2050?

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Come sarà il nostro Pianeta nel 2050? Che cosa ne sarà degli ecosistemi e della sopravvivenza della nostra specie se continueremo a sfruttare il Pianeta come abbiamo fatto negli ultimi anni? Quali saranno i nuovi equilibri quando la popolazione umana sarà di 10 miliardi di persone?

In occasione della COP21, l’ente di certificazione internazionale DNV GL ha riassunto le principali evidenze della ricerca scientifica che tracciano un quadro di qui a trent'anni nello studio A safe and sustainable future, delineando al contempo uno scenario alternativo per un mondo sostenibile.
Fra 35 anni, il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle aree urbane e 3 miliardi di persone saranno destinate alla povertà e a vivere in baraccopoli; il 60% dei principali ecosistemi sarà a rischio; i livelli di diossido di zolfo e di diossido di azoto aumenteranno rispettivamente del 90% e del 50%, causando smog, piogge acide e fuliggine, soprattutto nei Paesi emergenti.
Il livello dei mari s’innalzerà da 1 a 2 metri, con milioni di persone obbligate a lasciare le aree costiere dove vivono.
Questo accadrà se i Governi non riusciranno a invertire la rotta a partire proprio daParigi. Secondo gli esperti di DNV GL è possibile intervenire, cercando di migliorare la consapevolezza dei singoli e la reattività dei quadri di riferimento istituzionali, ma soprattutto aggirando le barriere delle disparità e delle carenze economiche e delle tecnologie specifiche.
Fra i principali cambiamenti da attuare nelle sfere dell'economia, dei sistemi di governance e della società ci sono la riorganizzazione di sussidi e incentivi, l’incorporazione delle valutazioni ESG (Environmental, Social e Governance) nelle valutazioni finanziarie, la revisione urbanistica secondo principi di sostenibilità e la definizione di nuove unità di misura per la crescita oltre all’ormai anacronistico PIL.
E Parigi e la COP21 iniziati quest’oggi sono una tappa fondamentale di questo percorso.
Via | Comunicato Stampa

punti fermi quaccheri da ecumenici.it

ono profondamente grato a Bori per la traduzione delle due paginette chiamate punti fermi quaccheri: spiegano bene i motivi per cui non possiamo accettare i due sacramenti dei protestanti e quelli dei cattolici. Ci sono parole adatte a far capire la nostra fede spirituale e confermano che l'idea di Maurizio Benazzi di fare una parrocchia quacchera digitale è tutto quanto ci serve in attesa di conoscerci un giorno per stringerci la mano dopo una meditazione comune.
Vi auguro una buona lettura

Punti fermi quaccheri, del 1890 di Caroline Stephen

Alcune pagine da Quakers strongholds ( Punti fermi quaccheri, del 1890) di Caroline Stephen, che entrò tra gli Amici nel 1872 Il Padre, era professore di storia a Cambridge, e il fratello di questi, Leslie, scrittore, di, padre di Virginia Woof, nipote dunque di Caroline.

Ho già menzionato lo specifico che sta alla radice di tutto il resto: e cioè le nostre convinzioni riguardo alla natura del vero ministero dell' Evangelo, come chiamata accordata a uomini, donne, vecchi e giovani, colti o incolti, concessa direttamente dall'alto, non conferita da alcuna umana autorità, o acquistata per denaro, esercitata sotto l'unica e immediata guida dell'unico maestro, l'unico capo della chiesa, Cristo il Signore. Come conseguenza di questo pensiero, gli Amici, come è risaputo, hanno rifiutato di pagare le decime come questione di coscienza, o di contribuire in qualunque modo al mantenimento di un ministro pagato, o di altri servizi previsti dalla Chiesa stabilita.
Strettamente connessa con queste idee sul ministero è la nostra testimonianza contro l'osservanza di ogni rito religioso o di qualunque cerimonia. Né battezzare con acqua, né spezzare il pane e bere il vino, sono riconosciuti da noi come istituzioni ordinate da Dio cui sentirci obbligati in modo permanente, e nessuna di queste cerimonie è praticata da noi [16-17].
L'unico fondamento della fede su cui è costruita la Società degli Amici è la convinzione che Dio comunica veramente con ognuno degli spiriti che egli ha creato, in una diretta e viva trasmissione in noi del respiro della sua vita, a ciascuno secondo la propria misura ; che egli lascia sempre un testimone di se stesso nel cuore e nell'ambiente dell'uomo; e che per ascoltare chiaramente la voce divina che ci parla abbiamo bisogno di essere in quiete; di essere soli con lui nel luogo segreto della sua presenza, in modo che tutta la carne taccia di fronte a lui [20].
Quando erano interrogati sulla realtà e la natura della luce interiore, gli Amici delle origini erano abituati a rispondere chiedendo a loro volta a quelli che li interrogavano se non sentissero qualche volta dentro di loro qualcosa che mostrasse loro i propri peccati; e li assicuravano che questa stessa potenza che aveva reso manifesti i loro peccati, e che perciò era vera luce, li avrebbe anche condotti fuori dal peccato se solo fosse stata assecondata. Questa assicurazione, che la luce che rivela è anche la potenza che guarisce dal peccato, era il vangelo di George Fox. Questa potenza fu da lui descritta in molti modi. Il Cristo interiore, la speranza di gloria; la luce, la vita, lo Spirito e la grazia di Cristo; il Seme, la nuova nascita, la potenza di Dio fino alla salvezza, e molte altre espressioni simili, fluivano in torrenti di
sincera eloquenza . «Rivolgere le persone verso la luce interiore», «dirigerli verso il Cristo, loro libero Maestro», questo era l'impegno quotidiano di George Fox [21-22].
La perenne giustificazione del quaccherismo consiste nella sua energica affermazione che il regno dei cieli è dentro di noi; che noi non dipendiamo da alcuna organizzazione esteriore per quanto riguarda il nostro benessere spirituale. La sua perenne difficoltà giace nell'inveterata disposizione degli esseri umani a guardarsi l'un l'altro in cerca di aiuto spirituale, nella debolezza della loro percezione di quella voce divina che parla a ciascuno in un linguaggio che nessun altro orecchio può udire, e nell' apatia che si appaga di attraversare la vita senza tentare alcuna autentica comunione individuale con Dio [24].
Io credo che la dottrina di Fox e Barclay (per esempio, brevemente, che la«Parola di Dio» sia Cristo, non la Bibbia, e che le Scritture sono profittevoli nella misura in cui sono lette nello stesso spirito in cui furono scritte) sia stata un valido contrappeso alla tendenza delle altre sette protestanti a trasferire l'idea dell'infallibilità dalla Chiesa alla Bibbia. Niente, io credo, può insegnarci veramente la natura e il significato dell'ispirazione se non la personale esperienza di questa. La dottrina cardinale del quaccherismo è che noi tutti possiamo avere un'esperienza di questo tipo, pur che si presti attenzione alle divine influenze presenti nei nostri cuori. Che questa fede, onestamente praticata, si manifesti nella domestica e solida, forse troppo sobria moralità del tipico quotidiano quacchero, o ci faccia approdare nel mistico fervore di Isaac Penington, o nell'impegno apostolico di John Woolman o di Stephen Grellet dipende fondamentalmente dal nostro temperamento naturale e da speciali doni [28-29].
Mi sembra che nient'altro che il silenzio possa guarire le ferite arrecate dai conflitti nelle regioni dell'invisibile. Nessun aiuto esterno si è comunque mai rivelato alla mia esperienza così opportuno ed efficace come l'abitudine di riunirsi in un rito pubblico in silenzio.
Fui dapprima attratta da questo tipo di culto perché non mi impegnava in niente, e al tempo stesso mi lasciava indisturbata nella ricerca di aiuto nella maniera da me desiderata. Ma ben presto cominciai a diventare consapevole che i continui e prolungati silenzi avevano un effetto molto più diretto e potente di quanto pensassi. Quei momenti cominciarono ben presto ad esercitare il loro effetto: stranamente mi sentivo più dolce e disposta a sottomettermi. Di solito, dopo un po' di tempo, scendeva su di me un profondo senso di timore reverenziale: stavamo seduti insieme e aspettavamo. Che cosa? Nel mio cuore, che comunicava con altri cuori, sapevo nel nome di chi ci incontravamo, e sapevo chi veramente era presente tra di noi. Prima non mi aveva mai rivelato la sua influenza con tanta potenza quanto accadeva va in quelle assemblee tranquille.
La pratica dell'attesa silenziosa della presenza invisibile determinava un altro risultato: una disponibilità particolarmente viva a ricevere volentieri ogni parola di chi parlasse «in quanto discepolo». Le parole pronunciate erano spesso deboli e sempre inadeguate (come devono esserlo tutte le parole in relazione alle cose divine), qualche volta persino completamente irrilevanti in rapporto ai miei bisogni individuali, anche se talvolta potevano risultare di grande efficacia e aiuto; ma, dal momento che venivano dopo lunghi silenzi come rugiada caduta su un terreno assetato, esse risultavano molto più profonde, e venivano ricevute da un terreno molto meno spinoso di quanto non capitasse con le parole che avevo sentito dal pulpito.
Nelle riunioni degli Amici, per il fatto che ognuno è libero di parlare, si possono inoltre percepire armonie e corrispondenze tra espressioni molto varie, in una misura impossibile altrove. Talvolta è come ascoltare diverse parti cantate, invece di un unisono. La libera ammissione del ministero delle donne, arricchisce certamente questa armonia. Mi sono spesso chiesta se alcuni dei consigli materni che ho ascoltato nelle nostre assemblee non avessero raggiunto alcuni cuori che potevano essere chiusi al predicatore maschio [54-56].
Ma non è solamente il momentaneo effetto come aiuto nel culto pubblico a costituire l'importanza del silenzio nella stima dei quaccheri. Il silenzio che noi valorizziamo non è semplicemente il silenzio esterno delle labbra. E' una profonda tranquillità del cuore e della mente, un mettere da parte tutte le preoccupazioni per le cose effimere, sì, perfino l'attività delle nostre menti; un risoluto fissare il cuore a ciò che è immodificabile ed eterno. Questo «silenzio di tutta la carne» ci appare una preparazione essenziale ad ogni atto di vero culto. Noi crediamo anche che sia la condizione essenziale per ogni illuminazione interiore. «Rimani in silenzio nella luce», dice George Fox, con continuità, e allora viene la forza, la pace e la vittoria e la liberazione e tutte le altre buone cose. «Rimani in silenzio, e riconosci che io sono Dio» [56-57].
La parola «preghiera» può, è vero, essere usata nel senso ristretto di una richiesta; ma in questo caso occorre riconoscere chiaramente e tenere in mente che la richiesta non è che una parte, la più bassa e la meno essenziale, dell'adorazione o comunione con Dio.
Possiamo parlare della preghiera correttamente e saggiamente in un senso più ampio, non come richiesta, ma come comunione, come il respiro della nostra vita spirituale, come la potenza attraverso cui la vita è trasfigurata, e a cui tutte le cose sono possibili. Ma questa distinzione tra richiesta e comunione non è solitamente presa in considerazione da quelli che scrivono e parlano di preghiera, e perfino da quelli che la praticano. Mi sembra che molti cristiani anche di profonda esperienza usino tutta la loro energia per incoraggiare e stimolare soprattutto quella parte di preghiera sicuramente legata per la maggior parte a ciò che è puramente umano e carnale, piuttosto che mettere in primo piano quella parte più nobile a cui questa parte più bassa non dovrebbe essere che un innocente e naturale preludio [73-74].
Si può dire che il nostro ministero sia libero in molti significati distinti:
1. E' aperto a tutti.
2. Il suo esercizio non è sottoposto ad alcuna disposizione preventiva.
3. Non è pagato [91].
Altri gruppi di cristiani hanno riconosciuto fin dagli inizi una distinzione tra il clero e i laici, e hanno considerato almeno due sacramenti come direttamente istituiti da Cristo, e quindi in qualche modo «necessari alla salvezza»; e la maggior parte di questi gruppi, e comunque quelli più numerosi, ha abitualmente adottato l'uso di forme liturgiche di pubblico culto.
Alla base dell' astenersi da tutte le pratiche generalmente adottate sta la convinzione della completa sufficienza dell'individuo e dell'immediata comunicazione con il Padre dei nostri spiriti; e una profonda credenza che con la sua Incarnazione il nostro Signore Gesù Cristo ha aperto, in verità, un nuovo e vivente accesso a Dio [93].
In effetti fu piuttosto audace da parte dei primi Amici liberarsi d'un colpo di tutto il sistema ecclesiastico, con la sua venerabile pretesa, stabilita da molto tempo, di essere un canale di nutrimento spirituale direttamente stabilito da Dio. In questo modo, senza dubbio essi assunsero un atteggiamento ostile nei confronti dei «preti mercenari», delle loro «case-campanile» e delle «cosiddette ordinanze», che, per quanto potessero essere relativamente comprensibili in quel tempo, pure non solo rimanevano altamente odiose, ma sembrava persino comportare un qualche grado di ingiustizia.
Dopo sessanta o settanta anni di severe persecuzioni, affrontate con straordinaria pazienza e costanza, il loro diritto a condurre il culto nella maniera desiderata fu riconosciuto pienamente; e un singolare risultato del cambiamento fu che in parte entro la stessa Società e in parte nell'ambiente circostante gli Amici, passarono dall'essere considerati come una particolare e pestilenziale setta di eretici, all'essere visti come il più innocuo e meno odioso gruppo di non-conformisti. Credo, tuttavia, che questo fosse vero fino a quando noi eravamo contenti di mantenerci in uno stato passivo o di decrescente influenza. Ogni tentativo di divulgare le nostre opinioni particolari deve necessariamente procurare offesa. Possiamo, forse, non pensare più che sia un dovere denunciare l'istituzione del clero separato, e l'osservanza delle «cosiddette ordinanze», come illegittime o peccaminose. Ma dire semplicemente che noi le consideriamo superflue richiede non meno audacia e difficilmente può essere digerito in maniera migliore [94-95].
Sono lungi dal rivendicare che la Società degli Amici rappresenti un perfetto esempio vivente di quello che è stato chiamato «nuovo cristianesimo primitivo», ma credo che il suo ideale sia vero, l'unico vero, quello della Chiesa, o «assemblea» di quanti vivono con l'obiettivo unico di obbedire agli insegnamenti di Gesù in maniera estrema: obbedire al suo insegnamento, non a quello di coloro che hanno parlato in suo nome, anche se questi erano gli apostoli, a meno che non parlino in accordo con lui. Vivere il Sermone della Montagna, e il resto degli insegnamenti del Vangelo, e in tutte le cose ascoltare la voce vivente dal buon Pastore, prestando costante attenzione al fatto che nessuna tradizione umana ce ne distolga: questo è il nostro scopo riconosciuto e il legame che tiene unita la Società degli Amici. La nostra convinzione della sua sufficienza costituisce il motivo fondamentale della nostra esistenza come gruppo separato [95-96].

Le 15 preposizioni quacchere di Barclays a fondamento della teologia quacchera nel corso dei secoli è in fase di traduzione da parte del Prof. Carlo Nicola Colacino che essendo toscano ruotava solo intorno al gruppo del Meeting bolognese.

I nostri tre siti nel giro di 24-36 ore avranno tutti l’estensione .eu e saranno quindi più facili da cercare in rete, nei motori di ricerca e nella ricerca manuale dell’internauta
www.ecumenics.wordpress.com in solo lingua inglese
www.ecumenici.wordpress.com bilingue italiano/inglese
www.quaccheri.wordpress.com in sola lingua italiana

la curiosità di una persona anziana

La cura di una persona anziana

by JLC
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di Anna Foggia*
Sperimento la cura e l’assistenza a una persona anziana di famiglia, che ha passato la vita a prendersi cura di tutti i familiari che, nel tempo, si sono ammalati: sua madre, poi suo padre, poi una sorella, poi un’altra sorella (mia madre). Insomma, capita che sia lei, per la prima volta a ottantasette anni, ad aver bisogno di cura ed assistenza. La mia vita si riorganizza repentinamente su questa necessità.
Siccome non riesco a scindere ciò che mi riguarda personalmente da ciò che riguarda tutti, mi torna alla mente un post di Lorella Zanardo nel mese di ottobre su donne, malattia e cura. In quel post la riflessione è su dati Censis, i quali raccontano di un welfare sulle spalle delle donne italiane, che si fanno carico di tutto ciò che lo Stato non è in grado di garantire. Laura Boldrini ci è ritornato proprio pochi giorni fa in un’intervista al Corriere.
Chi si occupa di welfare lo sa bene, gli economisti parlano di welfare familistico. Lo Stato, le Istituzioni, però, sembrano non saperlo perché non si vedono interventi di sistema che ne prendano atto e provino ad invertire questa tendenza involutiva, malata. Già, malata.Solo poche settimane fa mi confrontavo e sentivo la sofferenza di un’amica che si accinge a ricoverare la madre in una residenza sanitaria assistita, dinanzi all’impossibilità di sostenere in casa la degenerazione della malattia. Mi fa un certo effetto pensare che una persona di famiglia quando, per età o per malattia, passi dalla funzionalità alla disfunzionalità, debba ritrovarsi espulsa dal suo nucleo e collocata in uno spazio specializzato. Mi suggerisce un approccio consumistico alle relazioni: se “funzioni”, ok, altrimenti ti rottamo.
Non è detto che debba andare per forza così, anzi, in realtà sarebbe evitabile. In Italia abbiamo una delle più alte percentuali di sanitarizzazione di anziani e non autosufficienti, mentre nei Paesi con un welfare più avanzato la percentuale si inverte a favore dell’assistenza domiciliare, così che le persone possono restare a casa loro anche quando non sono più autosufficienti e ricevere cure e assistenza per come necessitano, a beneficio loro e dell’intero nucleo familiare, senza stress da sovraccarico di incombenze sui familiari che se ne occupano (di solito donne) e senza traumi da allontanamento per l’intero sistema familiare. E poi, anche a beneficio collettivo, perché le assistenze domiciliari, pure di qualità, hanno, per lo Stato, costi notevolmente inferiori a residenze sanitarie ed ospedali. Sono sempre convinta che lo Stato siamo noi (cit. Calamandrei) e mi faccio delle domande sul perché in Italia non si costruisce un welfare di questo tipo. E qualche risposta me la do. Intanto è un dato che la cura degli anziani e degli ammalati, nelle famiglie italiane, ricada sulle donne.
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Succede che queste donne, magari, abbiano un proprio lavoro, a cui, dunque, il lavoro di cura va a sommarsi. Nei casi in cui non hanno un proprio lavoro, la situazione finisce per fagocitarle totalmente privandole della propria vita personale. Nell’ulteriore caso, anche questo molto diffuso, abbiano un lavoro precario, può capitare che lo perdano o che debbano scegliere se occuparsi del familiare da assistere o perdere il lavoro, come, del resto, già sono abituate a fare quando scelgono tra lavoro e maternità. Tutto ciò, nel Bel Paese, è considerato una sorta di ordine naturale delle cose più o meno da tutti e da tutte, al di là delle lamentele d’occasione. Ecco perché nulla cambia.
Solo pochi giorni fa si è celebrata la giornata contro la violenza sulle donne; del nesso tra welfare, lavoro e violenza se n’è parlato un po’ pochino. Scelgo di ignorare coloro che anche in vesti professionali ma privi di pudore come di buon senso, hanno approcciato discorsi del tipo “eh, ma anche gli uomini, però…”. No. No. No. Se vogliamo centrare un problema per andare alle sue radici e risolverlo a beneficio di tutti, queste banalità da bar lasciamole pure a chi non è obbligato a capirci qualcosa di dinamiche culturali e fenomeni sociali.
La violenza sulle donne è un problema preciso, che esiste in una sua specificità e che non va confuso assolutamente con altre questioni, così come non si cura il mal di pancia con il collirio; detta specificità va riconosciuta, ne va individuata e chiarita l’origine che sta nel sistema culturale del quale tutti e tutte siamo parte e che dovremmo smettere di far finta che non esista. Ora, è proprio questo sistema culturale che ha prodotto l’attuale impianto del welfare così come le stesse disparità nell’accesso al mondo del lavoro e nel salario: il Global Gender Gap Report che si occupa delle differenze che diversi Paesi registrano tra le opportunità degli uomini e quelle delle donne in diversi settori, quest’anno ci dice che l’Italia, su 136 Stati, è 65esima per quanto riguarda la scolarizzazione, 72esima per la salute, 44esima per l’accesso alla politica e 97esima per la partecipazione alla vita economica e l’accesso al lavoro.
Piccolo focus sull’ultimo di questi dati: il 97esimo posto per l’occupazione. Spesso le donne si trovano costrette a rinunciare al lavoro per farsi carico di famiglie con minori, anziani e persone con disabilità; nel contempo, con questa scelta, vanno ad alimentare il welfare familistico, sostituendosi allo Stato e relegandosi progressivamente in una condizione di deprivazione, non solo economica; vale la pena ricordare che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la violenza sulle donne si declina in psicologica, verbale, economica, fisica e sessuale.
Uomini e donne di buona volontà che conoscano il tema e, soprattutto, scelgano di non ignorarlo, possono provare a ragionare su ipotesi di lavoro e proposte politiche. Politiche di genere, perché assolutamente insufficienti si sono dimostrati gli interventi che incrociano le donne solo per la “tangente”; va capovolto il paradigma, il sistema di servizi e di orientamento e inserimento al lavoro va pensato in un’ottica di genere, proprio a partire dalla consapevolezza sia dell’acclarata specificità sia del nesso welfare-lavoro-violenza.
Esempi in ordine sparso: reddito minimo garantito, misure di rilancio dell’occupazione femminile, riconoscimento del lavoro di cura (economico e contrattuale) quando viene svolto, educazione sentimentale e alle differenze nelle scuole, alfabetizzazione al linguaggio dei media, investimenti massicci nei centri antiviolenza, ecc., ecc., ecc..
JLC | dicembre 1, 2015 alle 12:16 pm | Etichette: anzianicuradonnegenerelavorosanitàviolenza | Categorie: News | URL: http://wp.me/p2krhM-1sRN

cohousing

Spazi in comune e risparmio energetico

by JLC
Un condominio con sette nuclei familiari e un progetto di vita condiviso: a Ferrara nasce il progetto Cohousing San Giorgio. Alloggi con spazi comuni, tra risparmio economico e ambientale. E la spesa iniziale di acquisto della casa si ammortizza in cinque anni
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FERRARA - “Tramite il nostro progetto di cohousing puntiamo al risparmio delle famiglie, alla tutela dell'ambiente, alla solidarietà tra generazioni, a invertire un modello di vita in cui la solitudine e l'emarginazione sociale avanzano. Vogliamo promuovere nuove forme di quell’antico vicinato solidale che esisteva cinquanta anni fa, distaccandoci dalla direzione della società attuale” afferma Alida Nepa di Solidaria di Ferrara. È questo l’obiettivo dell’associazione estense impegnata a promuovere progetti di cohousing nel territorio e che oggi ha consegnato le chiavi di casa alle sette famiglie che hanno aderito al progetto Cohousing San Giorgio.
Negli ultimi anni si sta diffondendo la necessità di uno stile di vita più ecologico e meno consumistico: il cohousing risponde a questa esigenza proponendo un modo di abitare condiviso, fatto di alloggi privati – in cui ognuno può mantenere la propria privacy – e dispazi comuni, come la lavanderia, la stireria, la ludoteca, il giardino, l’orto, dove è possibile svolgere insieme le attività. Si tratta quindi di una coabitazione intenzionale mirata a forme solidaristiche, di risparmio e di minor impatto sull’ambiente circostante. Questa tipologia di abitazione favorisce quindi l’inserimento di categorie svantaggiate o bisognose di cure particolari, le quali possono trovare in questi progetti un ambiente che risponde alle loro necessità. Per questo, dal 2013 l’associazione Solidaria ha radunato circa 60 famiglie interessate ai temi dell’abitare condiviso. Fra queste sono sette quelle che stanno effettivamente traslocando nel condominio in questi giorni.
L’idea è nata dal basso, dalle persone stesse, che hanno gestito in autonomia la scelta dell’area in cui è sorto lo stabile: un lotto di circa 3500 metri quadrati a pochi passi dalla rinascimentale chiesa di San Giorgio, a un paio di chilometri dal centro storico di Ferrara. “Le famiglie non si conoscevamo prima e la sfida è stata proprio questa: non conoscersi ma voler condividere il nostro quotidiano con altre persone, per migliorare la qualità di vita di tutti. Dal 2013 a oggi abbiamo imparato a conoscerci, aiutati durante il percorso da una ‘facilitatrice’ che ha potenziato la consapevolezza del potere del gruppo, portando alla luce gli eventuali conflitti e preoccupazioni e facendo sì che li risolvessimo collettivamente – spiega Alida Nepa, una degli inquilini – La fase di progettazione partecipata è durata circa tre mesi, durante i quali abbiamo definito un progetto tagliato su misura in base delle esigenze specifiche di ogni abitante, dagli anziani soli, alle famiglie con bambini. In uno spazio di 70 metri quadrati abbiamo scelto di mettere a disposizione di tutti la sala in cui possono giocare i più piccoli – ma dove è possibile organizzare eventi e condividere hobby – la libreria, il camino, il bagno, la lavanderia, il giardino e l'orto”.
La parte architettonica è stata affidata allo studio bolognese Rizoma architetture: “Il fattore principale che contraddistingue la scelta di abitare in modo condiviso con gli altri è quello del tempo, cioè metterlo anche a disposizione degli altri, aiutarsi a vicenda nelle faccende quotidiane, farsi compagnia e far parte di una comunità – spiega Giovanni Franceschelli, architetto dello studio –. Inoltre questo tipo di scelta porta a un risparmio economico e ambientale da non sottovalutare”. L’edificio realizzato è infattioff-grid, cioè autosufficiente, non ha la connessione alla rete del gas, il sistema di smaltimento delle acque reflue viene effettuato in sito senza collegamento alla rete fognaria pubblica ed è stata installata una vasca di raccolta dell’acqua piovana di 12.700 litri, che consente l’irrigazione del giardino e dell’orto condiviso. La spesa iniziale di acquisto della casa viene ammortizzata, secondo i calcoli dei tecnici, nel giro di cinque anni: i pannelli fotovoltaici e la pompa di calore consentiranno infatti spese irrisorie per il riscaldamento e raffreddamento individuale, per l’uso delle lavatrici condominiali e l’utilizzo dei vasti spazi comuni. Nel bilancio dei consumi e dell’energia prodotta, a ciclo completo questi aspetti si tradurranno in una spesa per ogni famiglia prossima allo zero.
Cohousing Ferrara 2
La struttura del condominio è in legno e comprende tre piani. In programma la realizzazione futura di un secondo edificio dove si svolgeranno le attività pubbliche di quartiere. (Cristina Mazzi, Redattore sociale)
JLC | dicembre 1, 2015 alle 1:08 pm | Etichette: co-housingFerrararisparmio energetico | Categorie: News | URL: http://wp.me/p2krhM-1sGQ

ripensare il mondo in un casale

Incontri al Casale: Ribellarsi facendo

by JLC
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Scrive il nostro amico e compagno Carlos Taibo, scrittore e docente universitario a Madrid, a proposito del vertice sul clima di Parigi: abbiamo bisogno di "organizzarci dal basso, tra autogestione, demercificazione, de-patriarcalizzazione, azione diretta e reciproco sostegno". Per farlo, secondo Taibo, servono "buenas compañías" (buone compagnie). Anche per questo tornano le Taverne Comunali: una volta al mese o giù di lì, in luoghi diversi di Roma (per ora), le cene e i pranzi della Taverna raccolgono intorno a una tavola persone che leggono e fanno Comune. Un’occasione per fornire insieme – tra allegria, cibo e vino buoni, lentezza e conversazioni piacevoli –, un sostegno alla nostra fragile avventura di comunicazione indipendente. Ogni Taverna, come accaduto lo scorso anno, sarà diversa dalle altre, pronta ad essere accolta e trasformata dagli spazi sociali che la ospitano e, a sua volta, in grado di offrire qualche zampillo di pensiero critico e molta convivialità.
L'11 e 12 dicembre, ad esempio, il Laboratorio sociale autogestito 100 celle e Comunepromuovono una due giorni dal titolo "Ribellarsi facendo", l'inizio di un percorso comune con appuntamenti mensili. Del resto con la biosteria, la ciclofficina, i corsi, il Gruppo di acquisto solidale, il mercato contadino del sabato pomeriggio, ma anche la milonga popolare e l'orto comunitario, quel Laboratorio è da tempo uno spazio con cui "ribellarsi facendo" ogni giorno, in questo pezzo di periferia romana, nelle ultime due settimane aggredito dalla retorica e dal razzismo dei grandi media per la presenza di migranti e della moschea Al Huda di via dei Frassini.
tc100
Venerdì 11 dicembre ore 18 si comincia con "Vivere in ecovillaggio", incontro con Francesca Guidotti (presidente di Rive-Rete ecovillaggi italiani e autrice di "Ecovillaggi e cohousing" per Terra nuova) e Alfredo Camozzi (insegnante, tra i fondatori di Rive, animatore della Comune di Bagnaia).
tcSabato 12 dicembre, invece, sempre alle 18, Taverna Comunale"Riconvertiamoci". Conversazione su ecologia, società, clima, comunità, decrescita e territorio con Laura Greco (A Sud), Alberto Castagnola (economista, obiettore di crescita, curatore del dossier sul clima "Il bivio di Parigi") e Francesco Martone (in collagamento da Parigi). Una buona occasione anche per ragionare di "Riconversione: un'utopia concreta" (Ediesse), il nuovo libro (con presentazione di Naomi Klein) curato da Marica Di Pierri, Silvano Falocco e Laura Greco per Ediesse. A seguire cena di sostegno a Comune (per partecipare alla cena viene proposto un contributo di 15 euro a persona): è indispensabile prenotare scrivendo a info@comune-info.netIl menù? Lasagne (per veg e non), frittate, insalate e verdure di stagione, dolci e vino naturale. Ingredienti per ribellarsi facendo, ingredienti per buenas compañías.

11 e 12 dicembre
Laboratorio sociale autogestito 100 celle / Casale Falchetti
via della Primavera 319/b

DA LEGGERE
Il racconto della prima Taverna Comunale promossa in gennaio con il Laboratorio sociale autogestito 100 celle. "In un incantevole casale in pietra della periferia romana, abbiamo letto e ricordato il pensiero e la buona vita di Ivan Illich. La straordinaria accoglienza del Laboratorio sociale autogestito 100 celle è stata capace non solo di farci sentire a casa ma di far vivere a diverse decine di persone un modo di stare bene insieme, di cum-vivere sorridendo. Un modo leggero e profondo. Certo, anche i broccoletti, i fagioli contadini e il vino naturale hanno fatto la loro parte. Provare a cambiare le relazioni sociali che dominano il mondo intorno a una tavola è un difficile e affascinante esercizio di libertà, farlo al Casale Falchetti è un piacere..."

noi siamo Islam

Noi siamo l’Islam

by Riccardo
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Da Milano a Roma passando per Genova, tante voci e tanti slogan per esprimere il medesimo concetto: "L'Islam non è violenza, #notinmyname". Dopo gli attacchi terroristici a Parigi e in Mali, le comunità islamiche italiane si sono riunite nella capitale e a Milano per rispondere alle violenze e alle stragi dopo i cortei di Palermo, Parma, Reggio Emilia e Lucca.
Foto gallery sulla manifestazione promossa dalle comunità islamiche a Roma, "not in may name" realizzata per Comune da Adamo Banelli.
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