(Foto di Flavio Lo Scalzo)
“Lasciare spazio agli striscioni del campionato Under 21”, “Evitare speculazioni politiche”, “Era impolverato”, “Il vento l’aveva rovinato”, “No a campagne con striscioni e braccialetti”.
Questo è un piccolo campionario delle motivazioni che, nell’ultimo anno (ossia, dalla formazione del governo nazionale) e soprattutto nell’ultimo mese (cioè, dopo le elezioni amministrative), hanno spinto alcune amministrazioni – tra cui quella del Friuli Venezia Giulia – a rimuovere dalle facciate dei palazzi istituzionali lo striscione “Verità per Giulio Regeni”.
Ho tenuto da parte l’ultima. Perché, non credo involontariamente, l’ha espressa il sindaco di Sassuolo: “Quella di Giulio Regeni è una storia vecchia”.
La prima cosa che viene in mente è che se davvero quella di Giulio, a 41 mesi dal suo rapimento al Cairo, è una “storia vecchia”, lo è diventata perché il governo egiziano voleva che fosse così e perché tre distinti governi italiani non hanno fatto niente per impedirlo.
Ma non è una “storia vecchia”, quella di Giulio, no. Non lo è neanche quella di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, eppure è passato un quarto di secolo. Le storie non invecchiano fino a quando non si arriva alla verità.
Chi fa campagne per i diritti umani, soprattutto chi le fa in prima persona – sopravvissuti e testimoni – sa che i tempi sono lunghi: la ricerca della verità e della giustizia coinvolge più generazioni. La ricerca della verità e della giustizia è un fastidio per molti, sì. Perché obbliga a ricordare, costringe a pensare al presente.
Se il sindaco di Sassuolo e i suoi colleghi pensano che rimuovendo lo striscione “Verità per Giulio Regeni” ci abbiano spinto a dimenticare e a parlare di Giulio al passato, hanno commesso un errore madornale.
(Foto di Flavio Lo Scalzo)
“Lasciare spazio agli striscioni del campionato Under 21”, “Evitare speculazioni politiche”, “Era impolverato”, “Il vento l’aveva rovinato”, “No a campagne con striscioni e braccialetti”.
Questo è un piccolo campionario delle motivazioni che, nell’ultimo anno (ossia, dalla formazione del governo nazionale) e soprattutto nell’ultimo mese (cioè, dopo le elezioni amministrative), hanno spinto alcune amministrazioni – tra cui quella del Friuli Venezia Giulia – a rimuovere dalle facciate dei palazzi istituzionali lo striscione “Verità per Giulio Regeni”.
Ho tenuto da parte l’ultima. Perché, non credo involontariamente, l’ha espressa il sindaco di Sassuolo: “Quella di Giulio Regeni è una storia vecchia”.
La prima cosa che viene in mente è che se davvero quella di Giulio, a 41 mesi dal suo rapimento al Cairo, è una “storia vecchia”, lo è diventata perché il governo egiziano voleva che fosse così e perché tre distinti governi italiani non hanno fatto niente per impedirlo.
Ma non è una “storia vecchia”, quella di Giulio, no. Non lo è neanche quella di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, eppure è passato un quarto di secolo. Le storie non invecchiano fino a quando non si arriva alla verità.
Chi fa campagne per i diritti umani, soprattutto chi le fa in prima persona – sopravvissuti e testimoni – sa che i tempi sono lunghi: la ricerca della verità e della giustizia coinvolge più generazioni. La ricerca della verità e della giustizia è un fastidio per molti, sì. Perché obbliga a ricordare, costringe a pensare al presente.
Se il sindaco di Sassuolo e i suoi colleghi pensano che rimuovendo lo striscione “Verità per Giulio Regeni” ci abbiano spinto a dimenticare e a parlare di Giulio al passato, hanno commesso un errore madornale.
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