giovedì 30 aprile 2015

Gioele Dix legge la Bibbia


  Parlare di Dio col sorriso

Un attore comico rilegge la Bibbia

Gioele Dix è un attore, scrittore e regista, noto per la sua partecipazione a programmi comici di successo in Italia. Gioele Dix è il nome d’arte di David Ottolenghi, nato e cresciuto in una famiglia ebraica di Milano, profondamente radicato nella tradizione religiosa dell’ebraismo, amante della Bibbia. Una Bibbia che di tanto in tanto affronta, nei suoi spettacoli, con verve ironica, con umorismo, con una sana dose di irriverenza, e con grande intelligenza. Lasciando affiorare dubbi e interrogativi, e anche qualche certezza. Gioele Dix ha la sua bacheca su Facebook. 

Intervista
 
Ho notato che lei spesso mette degli occhiali scuri, degli occhiali da sole. E poi lo spettacolo che sta portando in scena si chiama “Nascosto dove c’è più luce”. Ma che cosa è il mestiere che lei fa, è un nascondersi e un mostrarsi nello stesso tempo?
Esattamente, si è una contraddizione in termini. Infatti “nascosto dove c’è più luce” è una frase che devo a un vecchio amico psicoanalista che mi disse: tu sei fatto per fare l’attore perché ti piace stare nascosto dove c’è più luce. Frase che mi è rigirata nella testa per anni. Non subito ne ho colto la profondità. Noi viviamo questa contraddizione: da un lato abbiamo questa necessità di metterci in mostra per motivi vari. Dall’altro però abbiamo una forma di riservatezza. Essere un po’ schivi, anche un po’ timorosi della gente, del giudizio. E quindi si fa questa specie di lavoro sul filo dell’equilibrio per tutta la vita.
 
Sebbene abbia fatto anche del cinema e abbia scritto un romanzo, lei è prima di tutto un attore comico. Però recentemente ho letto un’intervista in cui lei rivendicava - proprio come attore comico - il diritto di affrontare temi importanti, i grandi temi della vita, il senso delle cose...
Direi che è quasi un dovere. Il confrontarsi con i temi alti è una necessità dal punto di vista filosofico, perché l’istinto comico nasce dalla sofferenza, dal dolore, da tutto ciò che è storto. E la comicità, la risata, è una chiave per superare quel dolore. Ecco da dove nasce, oltre che da un rapporto personale e spirituale, il desiderio di confrontarsi per esempio con la Bibbia.
 
Siamo sui temi alti e saliamo ancora un po’ di più. Lei ha detto molto francamente di essere credente. Di questi tempi però non si sa bene che cosa significa, perché tutti credono in qualche cosa, le fedi si moltiplicano, siamo in un mondo sempre più plurale, allora forse è più semplice se le chiedo: quale è il suo Dio, che aspetto ha il Dio in cui lei crede?
Non posso prescindere dal fatto che da bambino essendo cresciuto in una famiglia credente di religione ebraica la figura del Padre eterno è una figura per l’appunto imponente che forse da bambino intimidisce anche un po’. Mio nonno mi diceva: ricordati che Dio ti guarda. Negli anni ho capito che questo atteggiamento di mio nonno era un modo semplice per dirmi che Dio è la mia coscienza è una presenza che hai dentro di te e io devo dire negli ultimi anni ho evoluto questo pensiero ritenendo che non sia tanto Dio a chiamarti, non citofona lui, ma sei tu che vai a cercarlo.
 
Una decina d’anni fa lei ha scritto un libro che ha avuto molto successo - ed era tratto da un suo spettacolo - “La Bibbia ha (quasi) sempre ragione. Una cosa che lei si chiedeva nella prefazione di quel libro era: “In fondo il problema è chi è Dio e poi che cosa me ne faccio”. Lei che cosa se ne fa?
So cosa non farmene, cioè non usarlo come consolazione perché è un po’ carente. Quello sarebbe un Dio solo buono con qualcuno, io ho la sensazione che Dio sia soprattutto una proposta di equità, quindi di avere un bel rapporto fra ciò che fai e ciò che ricevi magari anche con una buona quota di cose che fai senza preoccuparti troppo di ciò che ricevi. In questi tempi confusi è importante avere alcune idee importanti: una certa onestà, una certa coerenza e un rispetto per gli altri, una discreta attenzione alle cose buone, all’amore verso le cose che si fanno.
 
Come mai lei si è messo a leggere e portare in teatro la Bibbia, anche in modo ironico?
Gli ebrei hanno una tradizione di discussione, quindi anche discutere su noi stessi e discutere anche con Dio e dire: no, questa cosa non mi garba. Io ho pensato che potesse valere la pena portare in scena la Bibbia, in un paese che fra l’altro nella maggioranza schiacciante è cattolico o comunque cristiano e dovrebbe avere un rapporto forte con la Bibbia, anche se spesso non ce l’ha.  E devo dire che la cosa più sorprendente per me è stata il grande assenso che ho avuto dal mondo cattolico. Non è irrisione, è un modo morbido di leggere questo libro che è molto umano, che dovrebbe essere sporco di sugo perché te lo porti in cucina: è un libro da vivere, da respirare, che cambia a seconda della tua età. Le parole sono sempre quelle, ma ti suonano in una maniera diversa a seconda dell’età.
 
Che rapporto ha lei con l’ebraismo? Mi viene da chiederglielo perché tempo fa è circolata la notizia che Moni Ovadia - un altro attore, un uomo di teatro come lei - avrebbe rotto il rapporto con la comunità ebraica di Milano. Allora mi sono chiesto quale sia il suo rapporto con la religione in cui è nato...
Diciamo che intanto è una tradizione abbastanza ebraica quella di dividersi: ci sono due ebrei e tre organizzazioni, di solito si dice che sia così. Proprio Moni Ovadia, mi ricordo raccontava una storiella straordinaria di un naufrago ebreo che quando finalmente vengono a prenderlo fa vedere al comandante della l’isola nella quale si è organizzato per un anno, da solo. Gli fa vedere due capanne sul fondo e allora il comandante gli dice: ‘che cosa sono quelle due capanne?’ Lui dice: ‘quelle sono le due sinagoghe’. ‘Ma scusi, lei era da solo…’ ‘Sì - risponde il naufrago - perché in una andavo a pregare e nell’altra per fortuna non ho messo mai piede!’. Io non so i motivi per i quali Moni Ovadia abbia fatto quella dichiarazione, quindi non mi pronuncio, però so che questo è un po’ nella nostra tradizione. Ma questo legame comunque non si scinde in ogni caso, perché probabilmente rientrerà da un’altra parte.
 
Un’ultima domanda per concludere: lei quando sale sul palco e ci sale spesso, praticamente ogni giorno, che cosa cerca là sopra?
Il teatro è senz’altro un’esperienza che si rinnova ed è un’esperienza nella quale il godimento è abbastanza evidente. Quando si stabilisce la relazione e spesso si stabilisce quasi subito, quel momento lì è molto bello e quindi io è a quello che mi preparo quando entro in scena: che si crei quella piccola magia, una magia che poi non è così misteriosa, non è un trucco, è una cosa proprio vera. Diceva Benigni una volta che al suo paese diceva quando c’era il teatro: stasera c’è il cinema con gli uomini veri. Ecco, il teatro è una cosa con gli uomini veri, respiranti, il pubblico lo è, tu lo sei, puoi fare degli errori, è una relazione interessante e tra l’altro irripetibile. (intervista a cura di Paolo Tognina, adattamento Luisa Nitti).

dall'Italia alla Costarica per salvare la foresta

Michel, da Como al Perù per salvare l’Amazzonia

Michel, a poco più di vent’anni, ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Sud America e combattere contro la deforestazione e la monocoltura. Oggi ha 33 anni; in Perù ha fondato una Ong con cui porta avanti il suo progetto e ha dato corpo e voce a ciò in cui crede. E ci racconta la sua storia.

di Elena Tioli - 30 Aprile 2015






Michel, classe ‘82, nato a Cantù, una laurea in Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, da 10 anni vive in Sud America per inseguire un sogno: attuare un modello di sviluppo sostenibile nella regione amazzonica, per permettere alle comunità presenti di coesistere con l'ecosistema forestale senza trasformarlo in una vasta monocoltura agricola. Oggi, dopo aver viaggiato, studiato e lavorato in Costa Rica, Nicaragua e Perù, vive a Madre de Dios, nell’amazzonia peruviana, dove ha fondato una Ong locale - ArBio - con cui porta avanti il suo progetto di preservazione dell’ecosistema forestale.


Michel come è iniziato il tuo viaggio in America Latina?


«Tutto è cominciato con il corso di studi in Ingegnieria Ambientale e dalla possibilità di partecipare a un programma di cooperazione internazionale tra atenei, che mi ha permesso di studiare un semestre Ingegneria Forestale a Santiago del Cile. Avevo 21 anni, non sapevo lo spagnolo, ma ho pensato che non poteva essere così difficile e mi sono tuffato. In Cile ho scoperto la differenza tra l’insegnamento accademico italiano, molto teorico, e quello latinoamericano, dove gli esami si fanno camminando nella foresta con il prof che ti chiede i nomi di flora e fauna che si presentano lungo il cammino. Questo mi ha permesso di trasformare la teoria in pratica, di trasformare lo studio nella mia vita e nel mio lavoro».


Cos’è successo da lì in poi?


«Finita l’università partii subito per la Costa Rica, un’eccellenza a livello mondiale sulle politiche ambientali. Un Paese che dal 1946 ha abolito l’esercito per destinare i fondi militari all’educazione e alla sanità pubblica e che già oggi, grazie alle sue politiche ambientali, si può definire a “emissioni zero”. E’ il primo e unico Paese al mondo a non contribuire all'effetto serra. Questa esperienza mi ha insegnato tanto sulla gestione delle politiche ambientali a livello internazionale e su come funzionino le grandi Ong. E a questo punto non sono più riuscito a tornare indietro. La decisione è stata ovvia sia dal punto di vista etico che lavorativo: sono un ingegnere senza lavoro, con maestria in gestione e conservazione della foresta tropicale, e con una foresta amazzonica a fianco, che faccio? Così, insieme alla mia compagna di allora, Tatiana, anche lei ingegnere ambientale, e a Rocio, un’ingegnere dell’industria alimentare, abbiamo deciso di creare qualcosa di nostro, e così è nato ArBio».


Di cosa si tratta?


«ArBio è una Ong che vuole opporsi alla monocoltura intensiva proponendo e sviluppando un modello di Conservazione Produttiva: un metodo che permette di conservare e valorizzare l’ecosistema, mantenendo l’architettura della foresta e, al contempo, generare benessere per le comunità che vi vivono, coltivando specie produttive. Questo modello si chiama Forestería Analoga: un sistema di agricoltura che promuove la resilienza, rispetta l’ecosistema forestale e garantisce reddito e sostentamento alle comunità che vi abitano».


Perché proprio nella regione di Madre de Dios?


«Perché in questa regione è stata da poco terminata una superstrada: la Superstrada Interoceanica che parte dalla costa pacifica del Perù e scende nella regione amazzonica fino alle coste atlantiche del Brasile. Questa strada ha sicuramente aiutato a migliorare la qualità della vita della popolazione locale ma al tempo stesso ha portato con sé il classico sistema di sviluppo e uso del territorio che prevede deforestazione, incendi massivi, monocolture e allevamenti bovini estensivi. Oggi in Brasile guidando lungo la stessa superstrada, la foresta non si vede più: in soli venti anni sono stati rasi al suolo 50 km di foresta a destra e 50 km a sinistra dalla superstrada. Questo mi ha fatto scattare l’idea: in Perù la superstrada è ancora nuova e quindi è ancora possibile intervenire per fermare la deforestazione. Madre de Dios inoltre è una delle uniche zone al mondo che ancora possiede comunità indigene pristine. La metà della regione è sotto l’egida di parco nazionale, riserva territoriale delle comunità indigene destinata alla conservazione assoluta. Ma cosa fare con l’altra metà? Un territorio grande come la Svizzera, che non è protetto in nessun modo e che, se lasciato a se stesso, si trasformerà in monocoltura o terra di allevamento, cosa inammissibile per moltissime ragioni: la quantità di CO2 che attualmente è immagazzinata in forma solida e che verrebbe bruciata, la quantità di biodiversità che si perderebbe, l’importanza che ha il manto forestale nella preservazione del suolo e della sua fertilità».


Come si svolgono le tue giornate?


«In genere per tre settimane al mese vivo in città a Puerto Maldonado, dove svolgo più o meno lavoro d’ufficio, autogestito. Per una settimana poi mi trasferisco nella foresta e qui il mio lavoro varia dal pattugliare ad aprire sentieri, dal costruire o installare fototrappole al coltivare l’orto dal pulire al sistemare il campo e molto altro ancora. Si tratta comunque di uno stile di vita molto diverso da quello cui si è abituati».


Cosa intendi?


«La nostra è una vita sobria, molto diversa da quella “tradizionale”. Cambia la maniera di vedere le cose, qui una cosa mezza rotta non è ancora rotta e quindi si continua a usare e poi si cerca di aggiustarla e, soprattutto, cambia il modo di relazionarsi con le persone, qui le relazioni, la comunità, i rapporti anche con gli sconosciuti hanno un immenso valore. Sicuramente ho molte libertà e molto tempo. Dal 2006 non ho neanche la televisione e adesso non sopporto nemmeno i 4 secondi di pubblicità di youtube. A volte però mi sento fuori dalla società, intesa sia come possibilità di andare al cinema, al teatro, al centro sociale, in discoteca, in libreria, a un concerto o via dicendo, sia come presenza di infrastrutture, trasporto pubblico, rete fognaria, eccetera».


Com’è vivere dedicando il proprio tempo alle proprie passioni, ai propri sogni, alla natura?


«È bello. Sono orgoglioso di quello che faccio, e non è sempre facile esserlo. Certo, vorrei che il mio lavoro mi permettesse una vita più decorosa in termini di guadagni e più gratificante in termini di riscontri, ma sono sicuro che prima o poi la gente capirà l’importanza di quello che facciamo».


Come si può dare una mano?


«Adottando un pezzo di foresta! Diecimila metri quadri si possono proteggere con 30 euro all’anno, 2,5 euro al mese. E’ il costo stimato per coprire le spese per il custode forestale, la manutenzione basica delle stazioni di vigilanza (cucina e acqua potabile), il monitoraggio e gli investimenti in ricerca. Oppure si può donare a ArBio il 5 per mille. O ancora, decidere di proteggere una foresta come azienda, associazione o ente. E infine, nel caso delle aziende, si può decidere di fare un Life Cycle Assessment (valutazione del ciclo di vita, conosciuto anche con la sigla LCA, ndr) dei propri prodotti con Demetra. Oppure potete sempre venire a trovarci! Chi ha adottato un ettaro di foresta può venire a vederlo quando vuole: l’alloggio al campo base è gratuito, viaggio e vitto no. Per chi invece volesse venire a darci una mano o a imparare il mestiere il momento migliore è da ottobre in poi. L’inizio della stagione delle piogge è, infatti, il periodo in cui si pianta, prima non c'è tanto da fare. Dall’anno prossimo invece le possibilità aumenteranno: stiamo mettendo in piedi una fattoria didattica per la popolazione regionale e stiamo pensando a una casetta dove far alloggiare i volontari».


Come vedi l’Italia da laggiù?


«Una tartaruga gigante che si muove a rilento, con un sacco di molecole che stanno ribollendo di attività interna ma con un guscio duro di vecchie e corrotte abitudini che ancora oggi non si riesce a spezzare».


Cosa consigli a chi vorrebbe molare tutto e cambiare vita?


«Cambiatela. Come paracadute, potete sempre tornare a quella vecchia, che non sarà ovviamente la stessa, ma meno male. Per questo volete cambiare, no?».






l'epidemia degli ulivi del Salento

ulivodisseccatoMentre il problema degli ulivi nel Salento ha assunto grande rilevanza mediatica, due elementi sostanziali vanno sottolineati : - non c'è ancora una precisa cognizione scientifica condivisa del problema in termini qualitativi e quantitativi –le drastiche soluzioni proposte dal commissario Silletti, potranno forse rallentare, ma difficilmente fermare, l'espansione dell'epidemia a nord del Salento. Gli interventi, già in buona parte eseguiti, prevedono su una fascia di territorio, una sorta di linea Maginot a nord di Oria, da un lato lavorazioni diffuse (erpicature, arature ecc.) entro il mese di maggio per eliminare la vegetazione erbacea necessaria al vettore (Philaenus spumarius, la comune "sputacchina") , dall'altro eradicazioni selettive (secondo Silletti comunque limitate nel numero). Da maggio in poi però il vettore andrebbe combattuto, secondo il piano, trattando con insetticidi di sintesi (è facile prevedere l'impiego di neonicotinoidi, fosforganici e piretroidi) che, applicati in modo massiccio, inevitabilmente porteranno ad alterazioni degli agroecosistemi oltre che a rischi sanitari.
Il recente documento di EFSA non porta grandi novità rispetto a quello di gennaio e sostanzialmente dà l'avvallo alla strategia di Silletti: i funghi tracheomicotici, pur se associati a Xylella e ad altri agenti patogeni nella sindrome CoDiRo (Complesso di Disseccamento Rapido dell'Olivo) non ne sono la causa primaria. Pertanto, pur non escludendo l'effetto positivo delle buone pratiche di coltivazione, quali potature, lavorazioni (e non diserbo chimico), risanamento ferite con prodotti rameici, il problema nel mirino rimane principalmente Xylella fastidiosa: EFSA si mostra scettica sulla possibilità di eradicarla dalla zona focolaio del Salento, e quindi suggerisce il ricorso a un insieme di misure di contenimento (impedire il movimento di piante infette o di insetti vettori infetti; eliminare le piante infette; controllare con insetticidi gli insetti vettori ed effettuare una corretta gestione della vegetazione circostante) allo scopo di prevenire o rallentare la diffusione dell'organismo nocivo alle zone limitrofe e poi ad altri territori.
A questo punto entra in ballo il mondo della ricerca che propone, tra le varie cose, tecnologie innovative basate sull'uso di nanoparticelle per una azione curativa (in pratica una endoterapia evoluta).
E' importante però salvaguardare le aziende biologiche non obbligandole ad abbandonare la certificazione, ma appoggiandole, laddove necessario, ad eseguire trattamenti con gli insetticidi consentiti in biologico (piretro naturale, neem ecc.) .
Ad oggi si parla ancora poco del futuro dell'olivicoltura, (nel Salento ma anche altrove), nel caso disgraziato che il problema Xylella dovesse sfuggire di mano, ma sottotraccia è sempre più forte la spinta verso la diffusione in Italia degli oliveti superintensivi, cioè un modello di olivicoltura completamente diverso dalla tradizione, basato su impianti fitti, ultra-meccanizzati, ad alto impiego di pesticidi e di vita utile limitata a pochi anni. Le varietà adatte a questo modello, a sviluppo contenuto, sono pochissime e non sono italiane.
Molto più interessante, in ottica agro-ecologica e di salvaguardia della biodiversità e degli stupendi paesaggi olivicoli italiani è la proposta di realizzare, proprio in Salento, un grande campo-catalogo delle numerosissime varietà olivicole presenti in Italia: qualcuno ha parlato di un nuovo "Getsemani", importante per salvaguardare e potenziare la biodiversità olivicola ed individuare all'interno delle tante varietà italiane e pugliesi quelle più resistenti o tolleranti a Xylella, ripartendo da lì per i nuovi impianti.
Occorre inoltre privilegiare nella ricerca lo studio e la messa a punto di metodi rigenerativi delle autodifese della pianta (e quindi le corrette pratiche agronomiche della coltivazione dell'olivo, tra cui l'equilibrata concimazione organica in luogo degli apporti eccessivi di azoto) e abbandonare del tutto l'impiego dei diserbanti (leggi GLIFOSATE) per tenere puliti gli oliveti , con la conseguenza di aver impoverito o fortemente deviato l'ecosistema microbiologico del terreno con probabili conseguenze sia sullo stato sanitario generale delle piante, che, secondo alcune ricerche, sulla qualità e tipicità degli olli ottenuti da olivi secolari, influenzati e caratterizzati da simbiosi micorrizziche "antiche". )
Piaccia o meno, con la Xylella bisognerà imparare a convivere, e il futuro dell'olivicoltura in Italia starà nell' l'agro-ecologia (e nell'agricoltura biologica), nella ricchezza di paesaggi olivicoli diversi, di olii tipici da salvare e promuovere nel mondo 

l'Uganda sempre piu' vero la dittatura

Alta velocità dove?

ncredibile come i Sindaci di Genova Marco Doria e di Torino Piero Fassino dimostrino un'ignoranza tale da chiedere al Governo di collegare i due capoluoghi con una linea ad alta velocita' ferroviaria. L'unica attentuante sta nel possibile tentativo di rianimare il centro sinistra esangue e nascondere i propri fallimenti. Infatti l'alta velocita' significa una tecnologia completamente differente dalle linee esistenti per permettere a un treno di andare a 300 KM/h. Non in galleria pero', per ragioni aerodinamiche e di gallerie tra Genova e Milano ce ne dovrebbero essere tante. Una nuova linea oltre a prevedibili devastazioni ambientali quanto costerebbe, se la galleria da Genova Fegino a Rivalta Scrivia con tecnologia TAV costa quanto la ricostruzione di Gaza (6,2 miliardi di euro)? A meno di pensare che i Sindaci intendano chiedere alcuni ammodernamenti alle linee. Ma non si parlerebbe di Alta Velocita' Ferroviaria. In ogni caso un intervento ammantato di ignoranza, o propaganda. O di tutti e due i fattori.

i profughi sono cittadini europei


 

 

I profughi sono già cittadini europei

—  Guido Viale 23.4.2015
Una risorsa democratica. Cittadini di ultima classe, senza alcun diritto, ma abitanti che fanno parte del contesto dove si decide il destino d’Europa. Sono il nucleo portante di quella pacificazione in Asia, Africa, Medio oriente che ha bisogno della base sociale che essi rappresentano. Fuggono da paesi in cui vogliono tornare
 
L’Europa va rico­struita dalle fon­da­menta, a par­tire dalla ride­fi­ni­zione dei suoi con­fini. L’Europa che c’è ora si sta sfal­dando per­ché inca­pace di fron­teg­giare le tre sfide che i suoi popoli devono affron­tare: la sfida ambien­tale; quella eco­no­mica; e quella dei pro­fu­ghi.
Pro­fu­ghi, non migranti; gente che preme ai con­fini dell’Europa non alla ricerca di una «vita migliore», come negli scorsi decenni, ma per sfug­gire a guerre, stragi, morte per fame e schia­vitù.
L’Europa va rico­struita dalle fon­da­menta, a par­tire dalla ride­fi­ni­zione dei suoi con­fini. L’Europa che c’è ora si sta sfal­dando per­ché inca­pace di fron­teg­giare le tre sfide che i suoi popoli devono affron­tare: la sfida ambien­tale; quella eco­no­mica; e quella dei pro­fu­ghi. Pro­fu­ghi, non migranti; gente che preme ai con­fini dell’Europa non alla ricerca di una “vita migliore”, come negli scorsi decenni, ma per sfug­gire a guerre, stragi, morte per fame e schia­vitù.
Tre crisi inter­con­nesse che richie­dono uno sguardo alto sugli oriz­zonti, senza il quale vien meno ogni ragione di sovrap­porre un’entità regio­nale come l’Europa a quelle di Stati nazio­nali ormai pale­se­mente ina­de­guati. Eppure, nel dibat­tito poli­tico il tema della crisi ambien­tale è ormai affon­dato, som­merso dalle pre­oc­cu­pa­zioni finan­zia­rie; l’economia, che dovrebbe essere scienza del ben ammi­ni­strare la casa comune, si è ridotta a una misera par­tita dop­pia del dare e del pren­dere, dove pren­dere, per chi ha il bastone del comando, ha preso di gran lunga il soprav­vento sul dare. La que­stione dei pro­fu­ghi, finora con­si­de­rata mar­gi­nale (quasi un inci­dente di per­corso) è la più grave e urgente, per­ché rias­sume in sé tutte le altre; ma ridi­se­gnerà i con­fini dell’Europa e le sue fon­da­menta.
Una classe domi­nante tir­chia e vorace cerca di elu­dere i pro­blemi posti dalla crisi ambien­tale glo­bale, dall’“emergenza pro­fu­ghi”, dalle vio­la­zioni quo­ti­diane della dignità umana subite da chi è senza red­dito, senza lavoro, senza casa, senza cure, senza fami­glia o affetti, senza futuro: «non ci sono i soldi», «non c’è più posto», «non ci riguar­dano». Sem­bra quasi che il crollo di Stati e il caos di intere regioni, il pro­trarsi ende­mico di con­flitti inso­ste­ni­bili, o le stesse guerre guer­reg­giate ai suoi bordi — a cui a volte l’Europa prende parte, a volte assi­ste ignava — non la riguar­dino. Men­tre la stanno tra­sci­nando nell’abisso. Un abisso dove si intrav­ve­dono già le prime avvi­sa­glie — ma se ne ascol­tano ormai ad alta voce gli inci­ta­menti — di una poli­tica di ster­mi­nio.
Che dif­fe­renza c’è, infatti, se non in peg­gio, come ha fatto notare Erri De Luca, tra le navi negriere di secoli tra­scorsi e le car­rette del mare che tra­sci­nano a fondo i pro­fu­ghi costretti a salirvi? O, come ha fatto notare Gad Ler­ner, tra i treni piom­bati che por­ta­vano gli ebrei ad Ausch­witz, per tra­sfe­rirli subito nelle camere a gas, e le stive dei bar­coni den­tro cui i pro­fu­ghi, chiusi a chiave, spro­fon­dano in fondo al mare senza nem­meno vedere la luce del sole? I numeri, direte voi. No, quelli ci sono. Sono sei milioni – tanti quanti gli ebrei sop­pressi nei campi di ster­mi­nio nazi­sti – i pro­fu­ghi che affol­lano i campi dei paesi ai bordi del Medi­ter­ra­neo, o che si appre­stano a intra­pren­dere un viag­gio della morte verso le coste euro­pee. E se per loro non sapremo met­tere a punto solu­zioni diverse — per­ché man­cano i soldi, o per­ché non c’è posto, o per­ché scon­vol­ge­reb­bero il non più tanto quieto vivere dei cit­ta­dini euro­pei — la sorte che gli pre­pa­riamo è quella.
Biso­gna esserne con­sa­pe­voli. Che cosa signi­fi­cano infatti le “solu­zioni” pro­spet­tate dai nostri gover­nanti: sia ita­liani che euro­pei? Distrug­gere le car­rette del mare? Ne tro­ve­ranno altre, ancora più costose e insi­cure. Alle­stire campi di rac­colta ai con­fini dei paesi di imbarco? Ma per farne che cosa? Per tra­spor­tare in sicu­rezza i rifu­giati, di lì verso la loro meta? O per affi­dare a dit­ta­ture di ogni genere cen­ti­naia di migliaia di dere­litti senza più diritti, né patria, né nome, che prima o poi ten­te­ranno la fuga o ver­ranno ster­mi­nati? Fare la guerra ai paesi da cui si imbar­cano? Ma non sono state pro­prio quelle guerre a creare un numero così alto di uomini, donne e bam­bini senza più un posto dove vivere? Com­bat­tere e arre­stare gli sca­fi­sti (la solu­zione più ipo­crita di tutte)? Ma sono loro la causa di quei milioni di esseri umani che vogliono rag­giun­gere le coste euro­pee, o è la man­canza di alter­na­tive sicure, messe al bando dall’Europa, a pro­durre e ripro­durre gli sca­fi­sti?
La verità è che quei pro­fu­ghi sono già cit­ta­dini euro­pei. Cit­ta­dini di ultima classe, per­ché non viene rico­no­sciuto loro alcun diritto; ma tut­ta­via abi­tanti che fanno parte del con­te­sto dove si decide il destino dell’Europa. Pro­prio per que­sto i paesi da cui fug­gono sono già parte inte­grante del suolo euro­peo. Ma, a dif­fe­renza dei migranti degli scorsi decenni quei pro­fu­ghi non ten­tano la tra­ver­sata del Medi­ter­ra­neo, o lo sca­val­ca­mento dei con­fini orien­tali, per tra­sfe­rirsi in Europa per sem­pre; in gran parte sono pronti a tor­nare nei loro paesi non appena la situa­zione lo per­met­tesse. Quella situa­zione è la paci­fi­ca­zione e la rina­scita di quei ter­ri­tori: cose che non si otten­gono con la guerra, né con una diplo­ma­zia che finge di trat­tare con quelle stesse fazioni che ha armato; o che con­ti­nuano ad essere armate da gio­chi e trian­go­la­zioni su cui ha sem­pre meno con­trollo.
Quella paci­fi­ca­zione, in Asia, Africa, Medio Oriente, ha biso­gno di una base sociale solida. E quella base sociale, in potenza, c’è. Il nucleo por­tante potreb­bero essere pro­prio quei pro­fu­ghi che hanno rag­giunto o che cer­cano di rag­giun­gere il suolo euro­peo; i legami che li uni­scono sia a parenti e comu­nità già inse­diate in Europa, sia a coloro che sono rima­sti, o non sono riu­sciti a fug­gire dai loro paesi. Ma a quella mol­ti­tu­dine dispersa e dispa­rata (i flussi) occorre rico­no­scere la dignità di per­sone. Aiu­tan­dole innan­zi­tutto a rag­giun­gere in sicu­rezza la meta; ma anche, una volta qui, per­met­ten­dole di siste­marsi, sep­pure in modo prov­vi­so­rio, in con­di­zioni digni­tose: in case che non siano insa­lu­bri rico­veri ille­gali; pos­si­bil­mente dif­fuse sul ter­ri­to­rio sia per non gra­vare su sin­goli abi­tati votati al degrado, sia per faci­li­tare rap­porti di buon vici­nato con i locali. Con un lavoro, anche par­ziale, a par­tire dalla gestione e dalla siste­ma­zione fisica degli ambienti in cui devono tra­scor­rere una parte della loro vita: tra loro ci sono mura­tori, fab­bri, fale­gnami, elet­tri­ci­sti, agri­col­tori; ma anche mae­stri, con­ta­bili, infor­ma­tici, inge­gneri, medici infer­mieri; per­ché mai atti­vità che, ade­gua­ta­mente soste­nute, pos­sono fare loro, ven­gono invece affi­date a coo­pe­ra­tive che li sfrut­tano e costano il tri­plo? Ma, soprat­tutto, occorre faci­li­tar loro la pos­si­bi­lità di incon­trarsi, di met­tersi in rete, di eleg­gere i loro rap­pre­sen­tanti, di farsi comu­nità sociale e poli­tica, di met­tere a punto stra­te­gie per il loro ritorno.
Ma come si può anche solo pro­porre obiet­tivi del genere in paesi dove la disoc­cu­pa­zione è alle stelle e casa, red­dito e lavoro man­cano anche a tanti euro­pei? Non si può. A meno di per­se­guire per tutti, cit­ta­dini euro­pei e stra­nieri, degli stan­dard minimi di red­dito, di abi­ta­zione, di lavoro (pro­mosso o creato diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente dai poteri pub­blici), di istru­zione, di assi­stenza sani­ta­ria. L’essenza stessa di un pro­gramma radi­cal­mente alter­na­tivo a quello per­se­guito dall’attuale gover­nance euro­pea con le poli­ti­che di auste­rità. Ma l’unico capace di affron­tare l’ondata del raz­zi­smo e della xeno­fo­bia ali­men­tata dagli impren­di­tori poli­tici della paura di destra e sini­stra. E l’unico per for­nire una road map alla rifon­da­zione radi­cale dell’Europa; a par­tire dal rico­no­sci­mento dei suoi con­fini di fatto e di quei diritti senza i quali la pre­tesa di tener uniti i suoi popoli non ha alcun fon­da­mento.
Uto­pia? Certo. Ma qual è l’alternativa? Il castello dell’euro, e quello dell’Unione, e la falsa imma­gine di un con­ti­nente oasi di pace dopo la seconda guerra mon­diale non resi­ste­ranno a lungo se non si lavora fin d’ora per inver­tire rotta. E la nuova rotta è que­sta: insieme ai nostri fra­telli e sorelle che fug­gendo dalle guerre ci por­tano, con la loro stessa vicenda esi­sten­ziale, un mes­sag­gio di pace.

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Agli onorevoli componenti della Camera dei Deputati
Caro Onorevole, nei prossimi giorni sarà chiamato ad esprimere il suo voto per l’approvazione della nuova legge di riforma del sistema elettorale.
La legge elettorale non è una legge qualsiasi. Stabilisce le regole in base alle quali si definisce la rappresentanza popolare nel Parlamento. Essa è, quindi, dopo la Costituzione, la legge che fissa i criteri fondamentali per la corretta articolazione della vita democratica. Ogni sua modifica merita un’attenta e meditata riflessione.
Il testo di legge al Suo esame prevede che alla lista che dovesse ottenere il 40% dei voti andrà assegnato più del 55% dei seggi: una evidente e significativa alterazione del corretto principio della rappresentanza!
Questa proposta è giustificata dai suoi proponenti con la necessità di garantire la governabilità. E’ lo stesso obiettivo che si pose nel 1923 il Governo dell’epoca, facendo approvare una legge elettorale, nota come legge Acerbo, dal nome del suo estensore, che prevedeva di assegnare alla lista che avesse ottenuto il 25% dei voti i 2/3 del Parlamento. Quella legge fu approvata e garantì per quasi vent’anni la governabilità del Paese. Non crediamo di dover aggiungere altro sui nefasti risultati di quella esperienza.
La legge oggi al vostro esame si muove nella stessa logica e con lo stesso obiettivo  della legge Acerbo del 1923.
Non sfuggirà a Lei, rappresentante del popolo, che il problema della governabilità, come in tutti gli altri Paesi dell’occidente, non si risolve alterando i sistemi elettorali, ma mediante altri meccanismi, anche, al caso, costituzionali.
La legge elettorale in uno Stato democratico deve garantire che il Parlamento rappresenti il popolo sovrano. I cittadini delegano ai parlamentari la loro rappresentanza. Se si altera questo principio si viola il diritto all’eguaglianza politica sancito dalla Carta Costituzionale.
Vorremmo che Lei non dimentichi un altro storico precedente, il tentativo di modificare la rappresentanza popolare, proposto nel 1953, quando fu introdotta una legge elettorale che assicurava un premio di maggioranza alla coalizione di partiti che avessero ottenuto il 50% dei voti più uno. Quella legge, pur alterando il principio di rappresentanza, rispettava il principio della maggioranza. Eppure fu definita “legge truffa” e fu violentemente attaccata da uomini come Parri, Calamandrei, Lussu, per citare soltanto alcuni degli uomini politici più rappresentativi della storia italiana. Allora si disse che quella legge era integralmente reazionaria e che avrebbe riportato l’Italia ad un nero passato. Cosa direbbero oggi quegli uomini di fronte a questo tentativo di modifica della legge elettorale, che spinge verso il partito unico e assegna la maggioranza del Parlamento a chi ha ottenuto la minoranza dei voti?
Su tutto questo La invitiamo a riflettere. Lei, come  giustamente prescrive la Costituzione, esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato e nell’interesse di tutto il popolo italiano. Non si renda responsabile di questa  offesa alla libertà collettiva. Voti no a questa legge. Non accetti il ricatto che qualcuno le sta ponendo. Noi cittadini italiani facciamo affidamento su di Lei.
Il comitato direttivo dell’Associazione
Roma 14 aprile 2015
UNITA’ REPUBBLICANA  -
Associazione politica per l’Italia della ragione - Piazza D’Ara Coeli,  12  -  00186  Roma  email: unitarepubblicana@gmail.com
[titolo redazionale]