lunedì 1 dicembre 2014

Genova;prossimi appuntamenti grandi opere

Ciao a tutt*,
vi inoltro alcuni appuntamenti per questa settimana, buona lettura!
Martedì 02 Dicembre, ore 18:00, presso il Circolo Arci Zenzero, viaTorti 35 Genova, Marco Bertorello presenterà il suo nuovo libro “Non c’è euro che tenga” ed. Alegre;
Mercoledì 03 Dicembre, alle ore 21:00Casa della Beata Chiara (ex Capitanato del popolo), Via San Bonventura 4, Ge-Pontedecimo, "50 Sfumature di...Cibo", incontro con Federica Del Grosso,  biologa e nutrizionista; 
Mercoledì 03 Dicembre, ore 21:00assemblea pubblica sul terzo valico, presso l'auditorium della Scuola Media Alice Noli, via Martiri della Libertà 103, Campomorone (Ge) (vedi locandina allagata);
Venerdì 05 Dicembre, ore 17:30, Libreria Finisterre, Piazza dei Truogoli di Santa Brigida 25, Genova, presentazione del libro di M. Pagliassotti "Sistema Torino, sistema Italia" riflessioni in salsa ligure (vedi locandina allagata); 
Venerdi 5 Dicembre, ore 21:00, Circolo Arci Barabini di Trasta, Salita Ca' dei Trenta 3canc, Ge-Trasta, "Terzo Valico non avrai il mio scalpo.Firmato: Frecciabianca" (AperiCena e bar aperto a partire dalle ore 19:30 vedi locandina allegata);
Sabato 6 Dicembre, ore 21:00,Circolo Arci Barabini di Trasta, Salita Ca' dei Trenta 3canc, Ge-Trasta, BOURBER CREEK live rock cover band(AperiCena e bar aperto a partire dalle ore 19:30 vedi locandina allegata);

Domenica 7 Dicembreil mercatino di ogni prima domenica del meseCircolo Arci Barabini di Trasta, Salita Ca' dei Trenta 3canc, Ge-Trasta, dalle 10:30 alle 18:00: mercatino dei prodotti locali e artigianato.Ore 12:30 Il mercatino in tavola: pranzo sociale con prodotti di stagione. (Prenotazione obbligatoria al 328.1754661) Ore 15:30 FUNKALAI and friends in concerto ovvero due balordi al basso e batteria con due nuovi amici (vedi locandina allegata);

olive sotto scorta

Olive “sotto scorta”: furti in tutta Italia e gli olivicoltori si organizzano

Scritto da:  - 

La scarsità dei raccolti ha fatto alzare la quotazione dell’olio e si moltiplicano, dalla Liguria alla Puglia, i furti delle olive e dell’olio. Tanto che in molte zone i coltivatori si stanno organizzando per monitorare il territorio

La scarsità del raccolto ha fatto esplodere le quotazioni dell’olio e ha provocato un vero e proprio boom di furti nelle campagne, dove i ladri assaltano cascine e fattorie a caccia di olive o di fusti di olio. È la stessa Coldiretti a denunciare il fenomeno dei raid di squadre organizzate che riescono a compiere dei blitz e a raccogliere, all’insaputa dei legittimi proprietari, un quintale di olive.
Anche le cisterne d’olio sono un vero e proprio tesoro che può arrivare a un valore massimo di 200mila euro a botte.
In pochi giorni le forze dell’ordine hanno effettuato decine di arresti, ma i tentativi di furti sono continuati tanto che gli agricoltori hanno dovuto organizzare delle ronde, mentre altri si affidano alle scorte della polizia.
Nel foggiano una banda composta da cittadini bulgari è stata fermata dalle forze dell’ordine dopo che si era organizzata per ripulire gli uliveti della zona di Cerignola, altre squadre composte da romeni agivano poco distante. Nel Barese e nei pressi di Barletta sono finiti in manette 5 italiani che con due colpi avevano sottratto al raccolto dei legittimi proprietari 5 quintali di olive. Altri colpi sono stati tentati o realizzati nel Trapanese (dove 8 persone hanno tentato il furto in un terreno confiscato alla mafia), in Liguria (dove gli olivicoltori si stanno trasformando in vigilantes) e nel Maceratese dove due persone sono state arrestate dopo avere rubato 50 chilogrammi di olio.
Coldiretti ha chiesto alle prefetture delle zone più a rischio un pattugliamento delle strade più sensibili, ma si sta pensando di installare videocamere negli uliveti.
Via | Coldiretti

Una notte a Bhopal

Quella notte a Bophal

by Citta invisibile
bo2
di Marino Calcinari
Nella notte tra il 2 e 3 dicembre del 1984 dallo stabilimento della Union Carbide di Bophal, in India, fuoruscirono 40 tonnellate di isocianato di metile che, spargendosi nell'aria, causarono la morte, pressochè istantanea di quasi 3.787 persone, lesionarono in modo grave e permanente altre 4.000, ne intossicarono altre 558mila.
L' isocianato di metile è un sale che si ottiene da da un radicale monovalente derivabile dal metano e che viene usato, anche nella fabbricazione di fitofarmaci , come la multinazionale statunitense era solita fare nello stabilimento che aveva impiantato nel 1969 nella capitale del Madhya Pradesh. Nel 1983 la fabbrica stava per essere dismessama 63 tonnellate di isocianato di metile erano rimaste in tre serbatoi sotterranei, poi la manutenzione fu sospesa, la refrigerazione delle vasche fu interrotta, la fiamma pilota della torre di combustione, cioè il sistema di sicurezza per bloccare eventuali fughe di gas contaminante fu spenta. A questo punto bastò che un po' d' acqua finendo nelle vasche si mescolasse con l' isocianato, cio' provocò calore che fece aumentare la pressione all'interno dei serbatoi formando nuvole di gas compatto; questo gas si espanse verso la torcia, la cui fiamma era spenta e tappata, così face aumentare la pressione fino alla rottura delle valvole e poi si diffuse libero nell' atmosfera, un vento di morte che si depositò sulle baracche dei quartieri poveri, di quegli stessi operai che sino a poco tempo prima avevano lavorato proprio in quella fabbrica.
bo
Un disastro umano e ambientale di immani proporzioni e che purtroppo fa parte di una lista lunghissima ed infinita.
Ma oltre il ricordo di quanto è accaduto vale ed è necessaria la denuncia politica che costruisca un modello alternativo a questa barbarie. Abbiamo bisogno di un'alternativa alla mitologia del produttivismo ugualmente praticato e generalizzato ad est come ad ovest e che ci sta portando al disastro climatico ed ambientale. A causa della produzione di olio di palma l'Indonesia è divenuto il terzo paese al mondo per emissioni di gas serra, dopo Usa e Cina; l'Indonesia detiene il 10 per cento delle foreste pluviali, ma se fino a cinquant'anni fa esse ricoprivano l' 82 per cento del suo teritotrio oggi gliene restano appena il 48 per cento. A qualcuno importa delle conseguenze della deforestazione? Eppure è comprensibile che un modello del genere sia insostenibile ed antieconomico e che però dal punto di vista ambientale non vi sia stata nessuna seria politica di dismissione dei combustibili fossili è un dato preoccupante.
Dunque come si può sconfiggere o almeno contenere il cambiamento climatico (leggi anche Lezione indigena, a proposito dell'appuntamento a Lima di questi giorni, ndr), mettere un limite alle emissioni, invertire la tendenza al modello produttivista della old economy se non si affronta progettualmente il nodo di uno sviluppo alternativo cioè ecoambientale e compatibile? Noi pensiamo che progetti veri devono e possono costruirsi in un New Deal che affronti la cura del territorio, il suo riassetto idrogeologico (sul ruolo dei cittadini rispetto a questo tema ragiona qui Alberto Castagnola Cittadini e dissesto idrogeologicondr), la difesa delle aree agricole, bloccando lo sviluppo speculativo delle bioenergie, l'asservimento all' industria di trasformazione o il ricorso agli Ogm (uno splendido articolo su Crisi ambientale, clima e disuguaglianza lo ha scritto Silvia Ribeiro,ndr), come base di partenza per aggredire il nodo della programmazione delle politiche energetiche a livello europeo. I cui parametri non siano il consumo e il profitto ma innanzitutto la riproducibilità della natura, dunque le fonti di energia rinnovabile, le loro applicazioni concrete nell'edilizia, nei trasporti, nella stessa impresa manifatturiera, e poi l' accesso ai saperi ed alle tecnologie che veicolino anche un modello sociale più sostenibile e di relazioni non conflittuali o gerarchizzate.
bo3
Ora, se il 5 giugno è la Giornata mondiale dell'ambiente, avendo consapevolezza dell'importanza della memoria per comprendere gli sviluppi delle vicende umane, proponiamo di dedicare qui, di lanciare da Trieste*, magari in accordo con altre realtà, in Italia , la giornata del 3 dicembre , come monito e denuncia dei crimini e disastri ambientali. Crimini e disastri che in nome di un sedicente “progresso si sono compiuti.  Qui ci limitiano a ribadire che la parola sviluppo non può essere impiegata per giustificare altre nefandezze e per perpetuare un modello che calpesta i diritti, le vite delle persone, l'ambiente, la crescita civile della società. Quando parliamo di conversione ecologica dell'economia non pensiamo ad utopie ma a progetti concreti di cambiamento di questo modello come quelli che ho accennato.
Non esiste una crescita infinita delle merci. Inoltre mai come oggi il perdurare della crisi rende evidente la stretta connessione tra ambiente, debito ecologico, giustizia ambientale, riconoscimento e tutela dei beni comuni e della vita. Già la vita: a Bophal, la Union Cardibe aveva offerto all'epoca un indennizzo di 600 milioni di dollari, per oltre mezzo milione di persone: circa cento dollari a testa. Anzi, con inconsueto tempismo ed ineffabile sensibilità per la tragedia che allora si compiva, nei giorni che seguirono l'International Businness Week, il più importante settimanale finanziario statunitense. così si era espresso su quella catastrofe ambientale e sociale: “Union Carbide fights for its life” (!) proprio così: la Union Carbide si batteva per la sua vita, cioè per Wall Street, perchè ieri come allora , contano molto di più milioni di dividendi vivi che non 4.000 persone morte, e mezzo milione di intossicate.

* Articolo preparato per un'assemblea sui temi ambientali promossa in Friuli Venezia Giulia
PER APPROFONDIRE
IN LIBRERIA
Mezzanotte e cinque a Bhopal (di Javier Moro e Dominique Lapierre): libro del 2001 edito in Italia nel 2003 da Mondadori

Ipotesi per la conversione ecologica dell'economia

Territori di conversione ecologica

by benicomuni
cooling_nuclear_tower_graffiti_art_1 

La Fiera delle Utopie Concrete non è la fiera dei sogni, tanto meno dei sogni di denari e potenza, ma tra le Utopie ce n'è una che appare più realistica di altre: che la ricerca di ricchezza, di benessere, di felicità debba indirizzarsi altrove per non spingere alla rapida svendita e al degrado dell’intero pianeta
Alexander Langer

di Laura Greco*
Martedì 2 dicembre viene presentata alle forze politiche e all'opinione pubblica unaproposta di legge regionale sulla riconversione ecologica del sistema produttivo della regione Lazio, promossa dall'Associazione A Sud e dalla Fondazione Ecosistemi e che ha coinvolto nei mesi di lavoro numerose realtà sociali, sindacali e produttive.
Era giugno del 2013 quando diversi soggetti, tra cui la Cgil Roma e Lazio, la Fiom, associazioni come Occhio del Riciclone, esperienze di autoproduzione come OfficineZero e Scup, cooperative e associazioni come Fairwatch, Solidarius, Laboratorio urbano Reset assieme a giursiti, avvocati, rappresentanti di imprese, si sono riuniti a Roma, ispirate da un precedente: una legge regionale veneta sulla riconversione ecologica allora in discussione presso il consiglio regionale.
Da quell'incontro è nato un percorso mirato all'elaborazione condivisa di una proposta legislativa declinata sulle specificità del territorio laziale, tenendo conto delle sue criticità e delle esperienze virtuose esistenti, con il costante accompagnamento di Marta Bonafoni, consigliera regionale proveniente da una storia di attivismo sociale che ha appoggiato da principio il percorso.
La Regione Lazio, colpita negli ultimi decenni da una grave crisi occupazionale e interessata da un'altrettanto grave crisi ambientale, è stata caratterizzata da uno sviluppo industriale che, soprattutto nell'ultimo mezzo secolo, ha drammaticamente segnato il territorio. Si pensi, per fare solo un esempio, ai livelli di inquinamento riscontrabili nella Valle del Sacco o a Civitavecchia, dove il livello di morti per tumori legati alla contaminazione ambientale è superiore alle medie regionali di riferimento.
A ciò si aggiunga la gravità della crisi economica che ci consegna numeri allarmanti:14.269 le imprese chiuse in Italia nel solo 2013, 54 al giorno, che nel Lazio arrivano, secondo Confcommercio, a quota 90. Nonostante tale evidenza, è del tutto assente dal dibattito politico nazionale e locale un necessario dibattito circa l'incompatibilità ambientale del sistema economico e il bisogno urgente di impostare una transizione verso modelli produttivi, energetici e di consumo improntati alla sostenibilità ambientale e sociale.
La proposta di legge sulla riconversione rcologica  è rivolta in primis alle piccole e medie imprese, accanto alle quali ricadono entro l'ambito di intervento del provvedimento anche altri soggetti: lavoratori di imprese in procedimento fallimentare, associazioni, onlus, organizzazioni con scopi sociali e enti che tutelano beni comuni, accogliendo la sfida diampliare il concetto stesso di conversione introducendovi la riconversione sociale, e dunque l'ambito culturale, formativo.
capitalismo-1024x651
Riprendendo quanto diceva Langer a proposito della conversione ecologica, essa viene definita come la «svolta oggi quanto mai necessaria ed urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi. Preferisco usare questa espressione, piuttosto che termini come rivoluzione, riforma o ristrutturazione, in quanto meno ipotecata e in quanto contiene anche una dimensione di pentimento, di svolta, di un volgersi verso una più profonda consapevolezza e verso una riparazione del danno arrecato. Inoltre nel concetto di “conversione” è meglio implicita anche una nota di coinvolgimento personale, la necessità di un cambiamento personale ed esistenziale» (Langer, 2005 b, p. 115).
Ed è proprio al principio di conversione individuale oltre che a quello di riconversione produttiva che guarda questa legge. Legge che nel suo articolato prevede che a fianco di una qualsiasi iniziativa volta alla sostenibilità ambientale del ciclo di produzione o di un prodotto, sia imprescindibilmente legato un processo di formazione di funzionari d'impresa, lavoratori, sindacalisti e cittadini che fornisca gli strumenti necessari ad attuare un cambiamento radicale, interiore ed esteriore. Non basta dunque un cambiamento nell'hardware: se si vuole cambiare rotta e rendere la riconversione produttiva socialmente desiderabile occorre formare nuovi individui pronti a vedere nel cambiamento verso stili di vita sostenibili l'unica via d'uscita a queste crisi. La formazione prima di tutto, abbinata a tutte le iniziative necessarie a compiere materialmente la riconversione delle produzioni.
Una riconversione che prevenga le crisi, e che non agisca solo ed esclusivamente laddove la crisi è già compiuta ed ha destrutturato unità produttive, relazioni, prospettive.Per svolgere tale funzione, la legge si rivolge in particolare alle imprese in stato di pre-crisi, di cui siano visibili i segnali di debolezza e le criticità, ma che possiedono ancora gli strumenti per raddrizzare il tiro, trasformando le proprie produzioni, rendendole più competitive ma soprattutto più sostenibili.
RIMAFLOW-mercatino-Matteo-Storchi-grande-
Ri-Maflow, fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio (Mi): mercato del riuso (foto di Matteo-Storchi)
Nel testo è quanto mai evidente la necessità di coinvolgimento degli attori sociali,irrinunciabili alleati in grado di fornire preziose indicazioni su contesti sociali ed ambientali che mutano rapidamente. Sono comitati, associazioni, centri di ricerca indipendenti, che osservano le trasformazioni sociali, economiche ed ambientali, ne denunciano gli impatti e costruiscono proposte ed alternative ad un modello di sviluppo ormai insostenibile.
L'ambizione di questa proposta di legge è di avvicinare mondi spesso troppo lontani, chiedendo al mondo produttivo di allearsi con chi il territorio lo conosce, lo studia e lo vive, con il mondo scientifico e con gli enti pubblici per delineare strategie di sviluppo che risultino realmente compatibili con i limiti di questo pianeta.
Consapevoli del ruolo delle amministrazioni pubbliche nella creazione di strumenti concreti e della centralità della società civile nella sua funzione di stimolo a pratiche virtuose, il 2 dicembre, presso la Sala Tevere della Regione Lazio, per sancire il passaggiodalla fase di convergenza sociale al percorso istituzionale, la proposta viene presentata pubblicamente e “consegnata” simbolicamente dai promotori alla giunta regionale, nella persona del vicepresidente Massimiliano Smeriglio, affinché inizi l'iter di discussione e approvazione in seno alla Regione.
Da quel momento, le realtà sociali promotrici dell'iniziative legislativa diventano sentinelle e guardiane della proposta di legge, perchè la conversione ecologica non sia solo evocazione ed utopia, ma una visione complessiva entro cui costruire strumenti ed esperienze concrete per promuovere alternative occupazionali e garantire il diritto a vivere e lavorare in un ambiente sano.

DA LEGGERE

Come comincia il temporale?

Il temporale comincia con una sola goccia

by maomao comune
Viviamo in un mondo dove il calcolo razionale dice che la cosa migliore da fare è adattarsi alla realtà e sistemarsi più in alto che si può, perché sconfiggere i potenti è quasi impossibile. Non sono i programmi né le lucide analisi che possono farci superare la soglia di quel possibile, è la rabbia, la forza motrice di tutte le lotte e le dignità collettive. Sono l'indignazione, il dolore, la rabbia a far nascere le ribellioni, le rivoluzioni, i grandi movimenti. I programmi e le analisi possono essere utili ma non possono sostituire il motore, la rabbia. E non c'è magia capace di trasformare la rabbia in voti senza farla diventare merce, oggetto da scambiare con altri oggetti nel mercato della politica istituzionale. I familiari e i compagni dei 43 desaparecidos di Ayotzinapa sono andati al caracol Oventik per riunirsi con gli zapatisti. In quell'incontro, segnato dal mettere in comune un enorme dolore e una rabbia profonda, sono state dette parole di grande importanza per chi vuole costruire un mondo nuovo
di Raúl Zibechi
Le crisi grandi e profonde, quelle che capitano di tanto in tanto ma sono spartiacque, possono creare movimenti antisistemici di lunga durata, vale a dire movimenti che non si consumano nelle mobilitazioni. Per numerose che siano, le mobilitazioni sono necessariamente effimere. I movimenti, al contrario, permangono, non si dissolvono con il trascorrere del tempo, sono capaci di superare le situazioni contingenti e assumono uno slancio particolare che li porta molto più lontano di quello che consentirebbero le forze d’inerzia del momento.
Le crisi profonde rompono le barriere e i muri costruiti da los de arriba (quelli che stanno sopra, ndtper separare in diversi compartimenti stagno i diversi abajos (quelli che stanno sotto, ndt), in modo da impedire la convergenza delle ribellioni. Soltanto durante le crisi avvengono quelle rotture degli argini che mettono in contatto movimenti nati in differenti periodi, in diversi settori della società, con geografie varie e dolori eterogenei che, in qui precisi momenti, si riconoscono e si abbracciano.
Il 15 novembre i familiari e i compagni dei 43 desaparecidos di Ayotzinapa sono andati al caracol Oventik per riunirsi con l’Esercito zapatista di liberazione nazionale(Ezln), come parte delle carovane che stanno percorrendo il paese. Nei momenti di maggior dolore, sono andati in cerca dei loro simili, dove hanno trovato ascolto e rispetto. “Siamo stati noi a cercarli perché conosciamo le loro posizioni politiche e il loro modo di fare”, hanno detto nell’incontrare gli zapatisti.
Ayotzinapa-en-Oventic-8-Tlachinollan
Ayotzinapa a Oventic e Tlachinollan
Sento che le parole della comandancia general, espresse per bocca delsubcomandante insurgente Moisés, meritano di esser lette con attenzione, perché nascono dal cuore di uno dei movimenti contemporanei più importanti. Esse riassumono la saggezza collettiva accumulata in trent’anni dai ribelli del Chiapas che, a loro volta, incarnano cinque secoli di resistenze contro il dominio coloniale e il più solido impegno per creare un mondo nuovo.
Le parole della comandancia sono già argomento di discussione attenta per collettivi in molti luoghi del mondo. Mi pare necessario evidenziare tre questioni, sebbene sia certo che le migliaia di persone che le discuteranno troveranno maggiori e migliori argomenti nel testo zapatista.
Il dolore e la rabbia, trasformati in dignità attiva, creano i movimenti. Sono il nucleo “che ha messo in moto tutto”, ha detto Moisés. Rabbia, ribellione e resistenza che contrastano con le discussioni su tattica e strategia, sui programmi, sui metodi di lotta e, naturalmente, su chi dirige. Questo prima di tutto. Senza di questo non c’è nulla, per quante elucubrazioni teoriche si possano tentare e per quanti discorsi e analisi razionali si possano elaborare. Le ribellioni, le rivoluzioni, i grandi movimenti, nascono dalla rabbia, il motore di tutte le lotte e le dignità collettive.
È la rabbia organizzata, fattasi dignità, quella che impedisce ai ribelli di finire per vendersi o per perdersi esitando, in un mondo dove il calcolo razionale dice che la cosa migliore da fare è adattarsi alla realtà, sistemarsi il più in alto possibile, perché sconfiggere i potenti è quasi impossibile. È la rabbia (la bronca, diciamo nel sud) ciò che ci può far superare la soglia dell’impossibile, non il programma né la lucida analisi accademica le quali, in ogni caso, servono alla rabbia ma non la possono mai sostituire.
La seconda questione da sottolineare sono quei meravigliosi e saggi passaggi dove si dispiega la loro storia: l’abbandono di 99 su 100 di quelli che si sono avvicinati nei momenti di euforia, fino a restare soltanto uno, una, una precondizione indispensabile perché succeda “qualcosa di terribile e meraviglioso”: scoprire che esistono milioni di persone come quell’uno o quella una. È saggezza ribelle, quella che si può apprendere solamente vivendola. Chi non è mai rimasto solo, o sola, non può scoprirsi negli altri e nelle altre, non può continuare ad andare avanti contro il vento e la marea. È la storia dello zapatismo.
È la storia di Olga Arédez, Madre de Plaza de Mayo, che per anni ha girato intorno a una piazza da sola, reclamando la restituzione dello sposo vivo, di fronte all’indifferenza dei vicini a Ledesma, un paese reso codardo dalla famiglia proprietaria dello zuccherificio. Quanta dignità c’era nel suo corpo fragile per continuare, in solitudine, a fare giri e giri intorno alla piazza, fino a sfondare la paura dei vicini. Grazia alla sua ostinata perseveranza sono stati portati in giudizio i padroni dello zuccherificio di Ledesma, che avevano provocato i black-out durante i quali l’esercito fece sparire 400 militanti sociali e politici. L’oligarca Carlos Pedro Blaquier, padrone dello stabilimento, venne processato.
La terza questione è il tempo. “Non sarà facile”, dice Moisés. “Non sarà rapido”. Facile e rapido è creare un partito elettorale, come raccomandano in modo colonizzatore alcuni accademici de-colonizzatori. È il modo per il quale “le masse le aprano il cammino al potere”, come dice il comunicato letto a Oventik. Non c’è magia capace di trasformare la rabbia in voti senza farla diventare merce, oggetto da scambiare con altri oggetti nel mercato della politica istituzionale. Manifestazioni in cambio di poltrone, organizzazioni intere che trattano per incarichi, e così via.
Solo il tempo ha la capacità di sedimentare le cose. Di fare in modo che i sopravvissuti di un ciclo di lotte si connettano che quelli che stanno iniziando nuovi combattimenti. La storia de los de abajo pullula di ribellioni e rivoluzioni. Vi compaiono persone e collettivi che permangono oltre il momento contingente, i militanti. Tra loro, e anche questo ce lo insegna la storia, si reclutano spesso i membri delle nuove élite o classi dominanti.
ezln-ayotzi-cartelLa sfida è che quei militanti non si vendano per un incarico né abbassino le braccia ma è anche che obbediscano al popolo, che non comandino da soli. Dopo una manciata di “rivoluzioni che hanno trionfato” nel corso di quasi un secolo, questa è una grande sfida che continuiamo ad affrontare. Di questo tratta il testo della comandancia. Lo zapatismo sfida la “legge di ferro dell’oligarchia” di Robert Michels, quella che assicurava che governerà sempre una minoranza, che ogni organizzazione diventa oligarchica.
Questo spiega, en passant, perché i politici di arriba odiano gli zapatisti e perché siano invece un punto di riferimento per quelli di abajo che resistono.

fonte: la Jornada
traduzione per Comune-info: m.c.
Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo libro, Descolonizar. Il pensamiento critico y las practicas emancipatorias, sta per uscire in Colombia per le edizioni desde abajo.Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

Precari necessari?

Precari e necessari. Lavorare all’Istat

by maomao comune
L'attività ordinaria svolta da persone che lavorano con contratti precari ormai in ogni settore è indispensabile. L'Istat lo riconosce. Eppure ci sono voluti quattro lunghi anni di lotte costruite dal basso, poi, durante l'ultimo stato di agitazione permamente promosso dall'Assemblea dei lavoratori precari, l'amministrazione ha finalmente deciso di firmare l'accordo sindacale. In tempi di violenta offensiva ideologica contro ogni diritto elementare, è una bella vittoria della resistenza e della tenacia perfino riuscire a prolungare al dicembre 2017 dei contratti a tempo determinato. Prevista anche la possibilità di un'ulteriore prolungamento di tre anni
PRECARI_ISTAT
di Precari Istat*
A 4 anni dall’ingresso in Istat, 372 lavoratori precari assunti sui Censimenti Generali come collaboratori tecnici, tecnologi e ricercatori, hanno finalmente ottenuto un importante risultato, grazie soprattutto alle loro lotte ed alla partecipazione collettiva costruita dal basso in questi anni.
Nella tarda serata di venerdì 27 Novembre 2014, durante l’Assemblea dei Precari Istat in “stato di agitazione permanente”, l’Amministrazione ha infatti sottoscritto un accordo sindacale, che fissa la proroga dei contratti a tempo determinato di tutti i 372 lavoratori precari al 31/12/2017 e prevede la possibilità di ulteriori proroghe al 2020,affermando l’indispensabilità del lavoro ordinario svolto dal personale precario all’interno dell’Istituto ormai impegnato in tutti i settori, dalla gestione tecnica e amministrativa alla produzione e diffusione delle statistiche ufficiali.
Chi sono i precari Istat
Il personale a tempo determinato ha avuto accesso all’Istat tramite procedure concorsuali pubbliche, requisito che insieme agli anni di esperienza maturati nell’Ente di Ricerca, basterebbe a determinare la trasformazione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato applicando l’Articolo 5 del CCNL degli Enti di Ricerca. Per questo i lavoratori tengono a definirsi “già idonei”.
Peraltro, come attestano i dati dell’indagine “Precar* Istat: Lavoro e Aspettative”, promossa e condotta dagli stessi lavoratori, i precari rappresentano oggi il 16 per cento della forza lavoro dell’Istituto e non sono tutti giovani. Oltre la metà di loro ha più di 37 anni. Hanno una laurea specialistica nel 76 per cento dei casi o triennale nell’11. Molti di loro provengono da situazioni di precariato pregresso: il 43,1 per cento ha avuto almeno tre diverse tipologie contrattuali nel corso della propria esperienza professionale precedente all’ingresso nell’Istituto e in media hanno svolto più di otto anni di lavoro precario.
Una lotta che va avanti da anni
L’esito finale di questa battaglia, per nulla scontato, è stato possibile grazie ad una mobilitazione che dura da quattro anni.
A partire dal 2010, prima sotto la presidenza Giovannini, quindi di Golini e oggi di Alleva,questi lavoratori si sono battuti contro la loro condizione di precarietà e quella di tutto il mondo della ricerca.
Nel 2013 hanno organizzato una intera settimana di mobilitazione contro il Decreto D’Alia “caccia-precari” culminata in un giorno di sciopero. In diverse occasioni pubbliche hanno effettuato “incursioni” per interloquire con le figure istituzionali responsabili della loro situazione di precarietà (Fornero, Poletti, Madia) e in numerose altre iniziativehanno occupato le stanze del potere (Presidenza e Direzione generale dell’ISTAT; sede del PD) e attuato numerosi blocchi dei comunicati stampa in occasione del rilascio dei dati Istat.
1374365_533059940119559_649227877_n-1
Una protesta dei precari dell'Istat al Partito Democratico di via Santa Maria delle Fratte
L’accelerazione degli ultimi giorni
Avvicinandosi la scadenza di fine anno dei loro contratti, il mese scorso hanno deciso di inasprire il livello dello scontro.
Dopo lunghe trattative ai Tavoli per la stipula di un Accordo tra Amministrazione e OO.SS., cui i precari hanno sempre partecipato con una propria delegazione e dopo che il neo Presidente Alleva aveva parlato di possibile stabilizzazione dei precari, è arrivato inveceuno stop nella trattativa riportando di fatto la prospettiva del personale a tempo determinato ad essere progressivamente espulso dall’Istituto con le modalità previste dal DL 101/2013 D’Alia: due terzi del personale al 31/12/2015 ed un terzo al 31/12/2016.
Il mese scorso hanno quindi bloccato l’ingresso all’Istituto di tutto il personale,impedendo con i loro corpi l’accesso ai tornelli di ingresso, e cercando e conquistandosi il consenso e l’appoggio da parte di colleghi di ruolo in diverse occasioni e confronti pubblici.
La protesta è culminata la settimana scorsa con l’occupazione dell’edificio della Contabilità Nazionale, ovvero il fulcro più sensibile della produzione statistica dell’Istat,mettendo a rischio il rilascio dei dati sul PIL. Si è trattato di un’occupazione pacifica ma estremamente rumorosa che per due intere giornate, grazie al frastuono causato da fischietti, tamburelli, coperchi e cucchiai, megafoni, canti e urla che rimbombavano nelle stanze e nei 5 piani di scale a chiocciola dell’edificio [VEDI FOTO], non ha permesso il lavoro dei colleghi impegnati nel rilascio dei dati, che hanno dimostrato tutta la loro solidarietà.
Questo avveniva mentre in un’altra sede Istat, erano in assemblea permanente insieme ai precari, anche i colleghi che rilasciano i dati sulla disoccupazione in Italia.
Da oggi più vicini alla stabilizzazione
La consapevolezza che le soluzioni si trovano a partire dalle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e che non esiste niente che sia di per sé irrealizzabile, ha fatto sì che non venisse accettata passivamente l’ottusa prospettiva di un licenziamento annunciato per il prossimo anno.
Oggi i Precari dell’istat festeggiano l’importante risultato raggiunto, consapevoli che la mobilitazione condivisa, costruita a partire da una informazione capillare e un ampio dibattito nelle assemblee, ha creato un fronte unito di lavoratori e lavoratrici disposti a lottare per i propri diritti e per difendere il proprio posto di lavoro.
Una buona risposta a quanti sostengono che il lavoro precario possa essere una risorsa da sfruttare e buttare via al momento più opportuno e ritengono che i tagli al settore pubblico siano la bacchetta magica per la risoluzione dei problemi del Paese, anziché la malattia che lo sta impoverendo da anni.

vetro di Murano verso il fallimento?

Vetro di Murano verso la chiusura per fallimento? A minacciare gli artigiani una tassazione che sfiora il 70%, e la concorrenza sleale dei prodotti cinesi


Murano
Alle notizie sconfortanti sul fronte economico-finanziaria ormai ci abbiamo fatto il callo, ma questa potrebbe far molto discutere: perché a rischio ci sarebbe un settore che in secoli di tradizione ha prodotto grandi capolavori marcatamente italiani, oltre a diventare una delle icone del turismo straniero nel Belpaese: il vetro di Murano. A mettere a repentaglio una delle più grandi arti italiane, risultato della maestria di mani sapienti che forgiano il vetro fuso specialmente nella piccola isola di Murano, sono principalmente due fattori: la concorrenza sleale del falso vetro di Murano (prodotto in Cina) e l’insostenibile pressione fiscale che attanaglia le botteghe dei vetrai.
L’allarme è stato lanciato dal centro studi e ricerche di Federcontribuienti, che ha valutato al 68% il carico fiscale che grava sugli artigiani italiani, con una media di 24,4 punti in più rispetto alla media Ue. E non è tutto. C’è la questione del vetro falso prodotto in Cina e venduto anche da italiani che vi applicano certificati di originalità, ma a prezzi concorrenziali. Questo, secondo Federcontribuenti, taglia letteralmente le gambe ai produttori del vetro di Murano: tanto che si è passati dai 5mila impiegati di 20 anni fa a poco meno di 2mila in questi ultimi mesi. Una nuova grave sconfitta per il nostro Paese è alle viste?
Paolo Marella