mercoledì 31 dicembre 2014

appunti sulla difesa dell'ordinamento costituzionale

la difesa dell’ordinamento democratico e costituzionale: passare dalle parole ai fatti

felice besostri
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L’attenzione preoccupata per i procedimenti legislativi in corso, che sarebbe improprio chiamare di riforma costituzionale ed elettorale, si è concentrata sulla revisione costituzionale all’esame della Camera, dopo essere stata approvata in tutta fretta e con sviste clamorose dal Senato nell’agosto di quest’anno, e sulla legge elettorale conosciuta come Italikum( è un mio vezzo sostituire la c con la k)all’esame del Senato dopo essere stata approvata dalla Camera, che  aveva pensato solo a se stessa salvando la sua composizione di 630 membri.  Del tutto paradossalmente la vicenda illustra i “meriti” del bicameralismo: ci fosse stata una sola Camera dovevano prendere la decisione di trattare in sequenza la revisione costituzionale e la legge elettorale, decidendo quale fosse prioritaria. Secondo logica la revisione costituzionale dovrebbe avere la precedenza, solo a Costituzione variata si giustifica una legge che riserva l’elezione diretta alla sola Camera dei deputati. Grazie alle due Camere, invece, si può lavorare in parallelo ed essere incuranti della logica costituzionale, ma unicamente  di quella della politica contingente e degli umori dei soggetti politici in campo e di quelli istituzionali, in primo luogo il Presidente della Repubblica.
Chiaramente quei due provvedimenti scardinano il nostro ordinamento costituzionale, eliminando di fatto i contrappesi e diminuendo le stesse garanzie costituzionali rappresentate dalla Corte Costituzionale e da una Presidenza come configurata dalla Costituzione. Con il premio di maggioranza e le soglie di accesso (la cui compresenza già provoca di per sé  una pesante distorsione dell’uguaglianza del voto e quindi della rappresentanza), la sproporzione numerica tra Camera(630) e Senato(100) assicura ad una forza politica  di maggioranza relativa, per di più ottenuta con  una decrescente partecipazione elettorale,  l’elezione del Presidente, dei membri laici del CSM e di 3 membri della Consulta. Ma il nuovo ordinamento si sta preparando da tempo attraverso una serie di norme, che sono apparentemente slegate tra loro e che non hanno suscitato opposizione della stessa intensità e non hanno coinvolto le associazioni o forze politiche e le personalità, che si oppongono alla revisione costituzionale e alla legge elettorale in itinere.
Una legge ha già esplicato i suo effetti nell’indifferenza dell’opinione pubblica e delle forze politiche , anche quelle all’opposizione nel Parlamento od anche non rappresentate Si è votato in 64 province, sì quell’ente locale territoriale che doveva essere soppresso e che nell’attesa erano stati raggruppati  e nelle città metropolitane continentali  con l’esclusione di Reggio Calabria e Venezia.
Le elezioni non si sono i svolte nelle province di Imperia, Viterbo , L'Aquila e Caserta (scadenza mandato: primavera 2015) e nelle province di Vercelli, Mantova, Pavia, Treviso, Ravenna, Lucca, Macerata e Campobasso (scadenza mandato: primavera 2016). In ben 18 province su 64, il 28,13%, vi era un unico candidato presidente e in alcune province addirittura una lista unica con un numero di candidati  pari ai posti. Allego un prospetto delle elezioni provinciali che da immediato conto del degrado politico, che è frutto diretto delle elezioni di Presidenti di Provincia e Consiglio Provinciale con un sistema di secondo grado, in difformità dagli artt. 48 e 51  Cost.,con elettorato attivo e passivo riservato ai sindaci e consiglieri comunali della Provincia e, solo per questa volta, con elettorato passivo esteso ai componenti del Consiglio Provinciale uscente, se non commissariato. Con le elezioni di secondo grado si evita l’incertezza di un premio di maggioranza a rischio di costituzionalità e che al massimo consente di sapere chi governerà La sera delle elezioni. Con le elezioni di secondo grado e un corpo elettorale ristretto si può conoscere chi vincerà la sera prima delle elezioni!! .
Le elezioni provinciali impugnate sono stare quelle della Regione a statuto speciale del Friuli V. G. con l’effetto di ottenere un’ordinanza, la n. 495/2014, del TAR Friuli V.G. di rinvio in Corte Costituzionale  della legge regionale ricalcata sulla l.n. 56/2014, la cosiddetta Del Rio, e quella di Avellino. Sono state impugnate anche le “elezioni” delle Città Metropolitane di Napoli e Milano e probabilmente Torino. Ci sono in corso, cioè già radicate delle azioni contro le province di Como e Monza Brianza, ma senza impugnare i risultati, ma come azioni di accertamento, sul modello usato per il porcellum e replicato con successo ( ordinanze di rinvio alla Corte Costituzionale dei Tribunali civili di Venezia, Cagliari e Trieste ) per le legge n. 18/1979, per l del diritto dei cittadini elettori di eleggere gli organi provinciali. Iniziative analoghe sono in gestazione in Toscana.  Corre l’obbligo di segnalare che al contrario il TAR di Palermo (sent. n. 17/2014) ha legittimato la costituzionalità di una elezione di secondo grado previsto  dalla legge siciliana per l’elezione delle Città Metropolitane di Palermo, Catania e Messina
In previsione  della elezione in secondo grado del Senato, si è accentuata la deriva maggioritaria delle leggi elettorali, regionali, si  veda ad esempio la Lombardia, la Sardegna, la Calabria e da ultimo la Toscana. Il principio del premio di maggioranza dato in base ai voti del candidato Presidente, per il quale è ammesso il voto disgiunto, ad esclusivo beneficio delle liste a lui collegate senza una soglia minima di consenso, a differenza delle elezioni municipali e dei principi ex sentenza n. 1/2014 della Corte Cost,. è già stata rinviato alla Consulta dal TAR Lombardia Milano, sez. III con ordinanza n. 2261/2013 ed è in attesa della fissazione d’udienza. Preso il Tribunale civile di Napoli è pendente un ricorso di accertamento del diritto di voto in modo conforme alla costituzione avverso alla legge elettorale campana. Una decisione analoga è imminente per la Toscana, mentre l’inerzia degli sconfitti  nelle ragionali calabresi, non consentirà di sollevare la questione di costituzionalità in sede di impugnazione ex art. 130 C. p.a. delle recenti elezioni.
A fronte di questa situazione  non è più tempo di appelli, ma di dare inizio ad una situazione sistematica di contrasto, cioè di intraprendere azioni finalizzate ad ottenere un controllo di costituzionalità sulle leggi elettorali prima che siano applicate e si svolgano elezioni  con leggi di sospetta costituzionalità ovvero impugnando la proclamazione degli esiti di processi elettorali  svolti con leggi di dubbia costituzionalità. Non è possibile che un’azione di questa ampiezza sia lasciata alla spontaneità creativa di qualche avvocato democratico e dipendere da sensibilità locali di persone che decidano di figurare come attori/ricorrenti. Bisogna trovare ruoli per tutti quelli che condividono le apprensioni per la saldezza del quadro costituzionale democratico, gli equilibri tra gli organi ai vertici delle istituzioni, per la rappresentanza politica dei cittadini sia come persone, che come associazioni, movimenti, sindacati e partiti.
Si tratta di prendere decisioni politiche per passare dai proclami ai fatti.
Milano 14/12/2014
Felice Besostri
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lotta alla corruzione per ora solo negli annunci

la lotta alla corruzione per ora è solo negli annunci

salvatore tesoriero
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L’annunciata iniziativa governativa in materia di contrasto alla corruzione rischia di soffrire dello stesso deficit di effettività delle norme che si propone di modificare.
Il testo di legge non risulta ancora depositato. Quando verrà presentato, esso, comunque, confluirà, per stare a quanto comunicato dal Governo stesso, in un disegno di legge di complessiva riforma della normativa penale e processuale, che, prevedibilmente, incontrerà un lungo e tortuoso iter di discussione e le cui prospettive di approvazione sono allo stato decisamente incerte.
La sistematicità nelle riforme in materia penale e processuale-penale è sempre un carattere apprezzabile, ma, in questo caso, più che di una valutazione tecnica-legislativa appare figlia di una scelta di opportunità meramente politica: rimandare a domani ciò che è problematico fare oggi. Non proprio una scelta lungimirante.
La necessità di intervenire sulla scarsa effettività dell’attuale risposta ai fenomeni corruttivi (come noto di estrema attualità) avrebbe, al contrario, suggerito un intervento mirato, sganciato dal lento convoglio di riforma complessiva della normativa penale e processuale, ma non per questo meno meditato e coerente a livello sistematico. Un intervento che avrebbe potuto – e dovuto – valorizzare il lavoro già fatto dal Parlamento, nei cui due rami pendono, da tempo ormai, alcuni pertinenti disegni di legge già pronti per la discussione in Aula e l’approvazione.
Così, ad esempio, su un tema di grande attualità come la riforma della prescrizione, in relazione al quale sono maturi, nelle competenti commissioni, testi di legge (certamente migliorabili dall’Aula) già contenenti significativi interventi volti ad allungare i termini di prescrizione in relazione alla generalità dei reati.
Siamo di fronte a motrici pronte per convogli leggeri, ferme in attesa del convoglio pesante. Il rischio è che non arrivi nulla a destinazione.
Nel merito, in attesa dei testi, possono essere valutate solo le linee-guida emerse ufficialmente dal consiglio dei ministri del 12 dicembre.
Il previsto inasprimento sanzionatorio per la corruzione propria (pena minima 6 anni, pena massima 10 anni) riflette la volontà del governo, almeno a livello comunicativo, di “dare un segnale” immediato e adeguato alla gravità del fenomeno corruttivo, ma – se non coordinato con le cornici di pena di alcuni altri delitti contro la pubblica amministrazione – rischia di introdurre una disciplina sanzionatoria poco coerente (solo per fare un esempio, in base alla prospettata cornice di pena, la corruzione propria sarebbe punita più gravemente della corruzione in atti giudiziari – condotta alla quale si è tradizionalmente attribuito un maggiore disvalore penale -, mentre sembrerebbero rimanere punite con pene blande le condotte di chi è corrotto per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri; condotte per le quali il massimo di pena – 5 anni – diverrebbe addirittura inferiore al minimo di pena della corruzione propria- 6 anni-). Il recupero dell’effettività sanzionatoria, oggi precaria (1 processo su 10 per corruzione si estingue per prescrizione; nell’oltre 80% dei casi le condanne per reati di corruzione si attestano su pene inferiori ai 2 anni, attratte nell’area della sospensione condizionale e quindi, spesso, non eseguite) rimane, d’altra parte, obiettivo prioritario e condivisibile.
All’indicato aumento di pena si accompagnerebbe il prolungamento dei termini di prescrizione (calcolati in base al massimo della pena edittale). Come accennato, la riforma della prescrizione necessiterebbe di un intervento generale, perché la scarsa razionalità dell’attuale disciplina dell’istituto della prescrizione prescinde dai termini prescrittivi del reato di corruzione. I citati d.d.l. depositati alla Camera e al Senato vanno in questa direzione con un intervento maturo per la discussione-approvazione. Se si volesse operare un sincero (e rapido) supplemento di riflessione in materia, poi, si potrebbe “rivoluzionare” l’istituto della prescrizione, disciplinandone il decorso esclusivamente dalla consumazione del reato al rinvio a giudizio (o alla sentenza di primo grado) e, garantendo, invece, la ragionevole durata del processo con istituti diversi dall’estinzione del reato.
Tra le linee guida del governo, si segnalano anche un intervento estensivo sull’applicazione della confisca allargata e l’introduzione di un obbligo di restituzione dell’integrale ammontare del prezzo o del profitto del reato come condizione per l’accesso al patteggiamento. Pur prevista con un meccanismo che necessiterebbe di un supplemento di riflessione, quest’ultima previsione si muove condivisibilmente nel solco della disincentivazione sul piano economico dei fenomeni corruttivi (un approccio che andrebbe, in realtà, rafforzato con sanzioni economiche aggiuntive parametrate al prezzo e profitto del reato: alla Camera il 3 dicembre 2013 è stata depositata, in questo senso, una proposta di legge a firma Civati e altri).
Dagli annunci governativi resta esclusa ogni prospettiva di intervento vuoi in materia di indagini relative ai fenomeni corruttivi (rispetto alle quali bisognerebbe calibrare opportunamente l’estensione di alcuni strumenti già utilizzati per i reati a valenza mafiosa), vuoi in relazione a reati come la corruzione privata, il falso in bilancio e in generale i reati tributari, spesso collegati all’ordinaria corruzione, la cui capacità sanzionatoria è oggi precaria, se non inesistente. E sono mancanze “pesanti” perché, nell’ottica del complessivo contrasto al fenomeno corruttivo, l’utilità di ciascun tassello non va taciuta, ma rimane relativa. E dovrebbe essere il mosaico l’orizzonte della politica.
Un mosaico fatto di norme, certo, ma non solo. Vanno promossi i valori dell’etica pubblica in chiave preventiva, ogni giorno, con pazienza, sincerità e tenacia, fornendo – come si suol dire – l’esempio. Anche (e soprattutto) per questo, le buone norme necessitano di convogli adeguati.
http://www.epossibile.org/
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appunti sulla riforma costituzionale

salviamo la costituzione: aggiornarla, non demolirla

alessandro pace
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A seguito del dibattito svoltosi nel corso dell’assemblea nazionale del 1° dicembre 2014 sotto la presidenza del presidente prof. Alessandro Pace, l’associazione “Salviamo la Costituzione: aggiornarla, non demolirla” esprime le seguenti valutazioni sulle riforme costituzionali di cui al d.d.l. cost. n. 2613 AC

1. L’assemblea ribadisce il proprio favore per la tesi, già sostenuta dal Presidente Scalfaro, secondo la quale una legge di revisione costituzionale dovrebbe essere sottoposta a referendum popolare confermativo quand’anche venisse approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera; auspica quindi che il Parlamento colga questa occasione per rivedere in tal senso l’art. 138 della Costituzione.
2. L’assemblea rileva la disomogeneità che caratterizza il contenuto del d.d.l. in quanto introduce contestualmente modifiche sia alla forma di governo sia alla  forma di Stato. Così facendo il d.d.l. viola gli articoli 1 e 48 della Costituzione - che proclamano rispettivamente la sovranità popolare e la libertà di voto - in quanto costringe l’elettore, in sede di referendum confermativo, a votare a favore o contro entrambe tali modifiche ancorché sia favorevole solo ad una delle due. L’assemblea auspica, nel contesto della revisione prospettata nel precedente § 1, che sia previsto che il referendum debba avvenire separatamente per gruppi di disposizioni che siano omogenee in considerazione dell’argomento trattato. Con riferimento al d.d.l. in discussione, l’assemblea auspica perciò che la Camera disponga lo stralcio di una delle due delle riforme per consentire agli elettori di poter votare liberamente sull’altra.
3. Il fatto che il Governo Renzi, contro ogni logica, abbia ritenuto di sottoporre all’approvazione del Parlamento la sola legge elettorale della Camera, autorizza l’assemblea a valutare contestualmente sia il d.d.l. cost. n. 2613 AC sia il c.d. Italicum. E’ infatti questa legge elettorale, e non altra, quella che, nelle intenzioni del Governo, dovrà costituire la struttura portante della riforma della Camera dei deputati.
Ciò premesso, nell’ambito delle valutazioni sia della forma di governo che della stessa forma di Stato (in quanto la riforma del Senato incide sia sull’una che sull’altra), come modificate nell’articolato del d.d.l. in esame, l’assemblea manifesta la più viva preoccupazione a che rimanga inalterato il testo della legge elettorale denominato Italicum (sia nella versione approvata dalla Camera, sia in quella successiva diffusa dagli organi di informazione), la quale, distaccandosi dalle precise indicazioni contenute nella sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, rischia di privilegiare la governabilità rispetto alla rappresentatività, anche e soprattutto in conseguenza del sistema prevalentemente  monocamerale cui darebbe vita il d.d.l. (v. § 4). Al riguardo è stato prospettato il rischio che il premio di maggioranza, a seguito del ballottaggio, possa spettare - senza adeguati correttivi sui requisiti per la partecipazione al ballottaggio - non alla prima lista ma alla seconda ancorché questa sia stata votata soltanto dal 20 per cento degli elettori. Con la conseguenza che le verrebbe attribuito un premio assolutamente irragionevole.
4. Nel merito del d.d.l. l’assemblea, pur convenendo sull’opportunità di aggiornare la forma di governo e quindi di attribuire alla sola Camera dei deputati il rapporto fiduciario col Governo, manifesta la sua decisa contrarietà all’accentramento di poteri quale sarebbe determinato in capo alla Camera, e quindi alla maggioranza di governo. La Camera dei deputati, alla luce dell’attuale articolato, e grazie alla sproporzione esistente tra i componenti della Camera (630) e i componenti del futuro Senato (100), potrebbe procedere praticamente da sola alla revisione della Costituzione, all’esercizio della funzione legislativa - tranne i pochi casi di esercizio collettivo di tale funzione -, all’elezione del Presidente della Repubblica, all’elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e all’elezione di tre dei cinque giudici costituzionali.
5. Oltre all’assenza di un forte ed effettivo contro-potere esterno - il Senato essendo stato delegittimato quanto alla fonte dei suoi poteri, al numero dei suoi componenti e alle attribuzioni ad esso conferite - l’assemblea rileva la carente previsione di contro-poteri interni: la disciplina delle garanzie delle minoranze parlamentari viene  demandata ai regolamenti parlamentari (che sono approvati dalla maggioranza); nel procedimento legislativo viene escluso, salvo eccezioni, l’esame in commissione referente dei disegni di legge; non è stata prevista la possibilità di ricorso alla Corte costituzionale contro le decisioni delle Camere in tema di ineleggibilità, incandidabilità e incompatibilità, da anni ed anni auspicato dai più autorevoli studiosi.
6. Come appena detto, l’assemblea è fortemente critica nei confronti del ruolo riduttivo attribuito dal d.d.l. al Senato quale testimoniato dal fatto che i senatori non rappresenterebbero più la Nazione, come se il Senato - ancorché ridotto a soli 100 componenti - non fosse anch’esso un organo dello Stato repubblicano che partecipa al procedimento di revisione costituzionale e alla funzione legislativa, elegge il Presidente della Repubblica e due dei cinque giudici costituzionali.
Per quanto limitati siano i poteri riconosciuti dal d.d.l. al Senato a fronte di quelli riconosciuti alla Camera dei deputati (significativo è che il Senato non potrebbe istituire commissioni parlamentari d’inchiesta sulle materie sulle quali potrebbe legiferare o esercitare il controllo!), ciò nondimeno allo stesso Senato viene attribuito sia il potere di partecipare alla revisione costituzionale sia alla funzione legislativa, senza però che i senatori siano eletti con suffragio diretto in sede regionale oppure grazie ad un serio sistema di elezione indiretta. Ciò urta contro un principio fondamentale del costituzionalismo, risalente ad almeno 800 anni,  secondo il quale i detentori del potere legislativo debbono essere eletti dal popolo ed al popolo debbono  rispondere.
Pur ammettendo che anche l’elezione indiretta sia sufficiente per rispettare tale principio, l’assemblea ritiene che il sistema previsto dal d.d.l. identifichi una designazione tra consiglieri regionali effettuata in 21 piccoli collegi elettorali che solo in sette casi superano i 50 votanti, e non una vera elezione in collegi. I 1032 futuri “grandi elettori” (tra consiglieri e sindaci) “sceglierebbero”, tra di loro, i 95 senatori che continuerebbero ad esercitare part-time le funzioni di  consigliere regionale o di sindaco, laddove in Francia sono 150.000 i “gradi elettori” (deputati, consiglieri regionali, consiglieri generali e delegati dei consiglieri municipali) che eleggono i circa 330  senatori.
9 dicembre 2014
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le piccole vedette leghiste

iccole vedette lombarde

paolo bonetti
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Abbiamo deprecato per decenni la retorica nazionalista e francamente non immaginavamo che ad essa sarebbe subentrata quella regionalista. Eppure c’era da aspettarselo, dopo i tanti esempi di malgoverno che ci sono arrivati da quasi tutte le regioni italiane. Da quando sono state istituite, dopo molti anni durante i quali si era ignorato il dettato costituzionale, le regioni sono state la più grande e amara delusione della politica italiana. Il livello morale e culturale delle classi politiche regionali si è dimostrato largamente inferiore (è tutto dire) a quello della dirigenza nazionale, gli scandali si sono succeduti agli scandali, le ruberie alle ruberie, e le regioni, a cui sono stati in seguito concessi poteri che la Carta del 1948 non prevedeva, sono diventati centri di spesa irresponsabili controllati da lobby di ogni genere, in collusione perfino con la malavita organizzata. Per un certo periodo si è creduto che questi fenomeni degenerativi riguardassero soltanto alcune regioni del sud, finché la magistratura ha messo le mani nel verminaio e ha portato alla luce un marciume generalizzato. Il vecchio mito dell’autogoverno locale, concepito come necessariamente onesto perché direttamente controllato dai cittadini, si è rivelato una di quelle favole che possono incantare soltanto coloro che non hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà.
Su questo mito ha costruito le sue fortune la lega Nord, anche se adesso ha scoperto l’unità della nazione e la solidarietà fra tutti gli italiani contro le orde degli immigrati e la dittatura delle istituzioni europee. Le nuove piccole vedette lombarde, Salvini e Maroni, del tutto dimentiche di quello che ha combinato la vecchia lega di Bossi, non hanno però rinnegato gli antichi amori regionalisti e hanno pensato bene di dotare la regione Lombardia di un inno che ne esalti le incorruttibili virtù. La musica è, in realtà, quella di una vecchia canzone riciclata, ma le parole di Mogol, ispirate da Maroni, riflettono bene le più recenti vicende di quei luoghi di incontaminata purezza. La gente lombarda (uomini politici in testa) viene descritta come “forte, operosa, senza una bugia”, insomma gente col cuore in mano, come si è sempre detto dei milanesi, gente che “pensa a tutti e stringe tutti a sé”. Sarà certamente vero per molti lombardi, ma lo è anche per le piccole vedette leghiste? Riuscite a immaginarle mentre stringono tutti a sé? Se la gente lombarda è “senza una bugia”, che ci stanno a fare in Lombardia Maroni e Salvini?
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Al Quirinale?Einaudi

per il quirinale candido einaudi

paolo bonetti
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Fra le tante candidature per la presidenza della Repubblica che circolano, in queste settimane, nella stampa e negli ambienti politici, mi sia consentito di avanzare quella del prof. Luigi Einaudi, valente economista e politico di tradizione liberale. Lo farò con le parole di un uomo che lo conosce molto meglio di me, Ernesto Rossi, il quale pensa giustamente che una repubblica parlamentare come la nostra avrebbe un urgente bisogno di un presidente dotato dell’equilibrio di Luigi Einaudi. Sostiene Rossi che tutti gli scritti di Einaudi “sono illuminati dalla medesima concezione della vita come lotta, come contrasto tra ideali e interessi diversi, come libertà di sacrificare anche agli idoli falsi, perché la verità acquista un valore solo quando venga raggiunta superando per proprio conto l’errore, come facoltà per tutti di muoversi, di produrre, di commerciare, senza divieti e senza impedimenti di trincee scavate a difesa delle posizioni acquisite”.
Dice ancora Rossi che Einaudi è il presidente che ci vorrebbe per “cercar di disintossicare il nostro popolo dalla retorica”. Non compie mai gesti esagitati, non usa parole magniloquenti, non si atteggia a profeta o capopopolo. Somiglia, piuttosto, a certi uomini di lettere cinesi, dipinti dagli antichi pittori di quel paese, “in chimono, con gli occhiali a stanghetta, un leggero sorriso a fior di labbra, la mano delicata sul libro di seta. Del saggio cinese Einaudi ha anche le doti spirituali: la passione per i libri, l’amore per l’agricoltura, la fiducia nella ragione umana e nelle virtù elementari che costituiscono il fondamento della famiglia e dei regni: laboriosità, parsimonia, rispetto della tradizione dei padri e delle leggi”. Rossi è sicuro che non solo Einaudi darà prestigio all’Italia sul piano internazionale, ma che, con il suo buon senso e la sua esperienza, saprà tracciare “la strada su cui potranno domani camminare più sicuri i successori”; saprà, inoltre, “contenere, col suo intelligente controllo, la attività del potere legislativo ed esecutivo, entro gli argini stabiliti dalla Costituzione”. Si mostrerà poco alla ribalta, non sarà ossessionato dalla smania del presenzialismo e delle dichiarazioni a getto continuo (soltanto qualche messaggio al parlamento per mettere in evidenza errori e contraddizioni di un’attività legislativa troppo spesso superficiale e qualche consiglio riservato al governo per evitare brutti scivoloni); farà insomma, nei saloni fastosi del Quirinale, “il suo dovere di presidente, come suo padre faceva il suo di esattore delle imposte, nella piccola agenzia di Carrù, in provincia di Cuneo”.
Rossi conclude dicendo che, se Einaudi dovesse rifiutare la candidatura per il fondato timore di essere messo sulla graticola parlamentare ad arrostire a fuoco lento, bisognerà cercare qualcuno che un po’ gli somigli, ma dubito fortemente che ci sia, nelle forze politiche, la volontà di cercare un presidente all’Einaudi. Ammesso poi che lo si trovi, cosa di cui dubito fortemente.
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se lo dice il Papa

se lo dice il papa

paolo bonetti
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Gli auguri natalizi di papa Francesco alla Curia romana sono stati davvero terribili: una valanga di rimproveri per le “malattie” e per le “tentazioni” a cui cedono si è abbattuta sui poveri curiali da sempre fedeli servitori dei papi. Soffrirebbero a quanto pare di tutte le patologie del potere (peggio della casta politica italiana), sarebbero spiritualmente inariditi, macchine burocratiche e non testimoni di Cristo, di volta in volta pianificatori eccessivi oppure incapaci dello spirito di comunione, vanagloriosi e falsi, ipocriti e carrieristi. Addirittura dissoluti e malati di schizofrenia esistenziale, per non parlare di una sorta di “Alzheimer spirituale” che li chiude spesso in un mondo puramente immaginario e del tutto autoreferenziale. Non parliamo poi delle chiacchiere e dei pettegolezzi che li fanno sovente diventare seminatori di zizzania, omicidi della fama dei propri confratelli, vili che parlano dietro le spalle e cortigiani che divinizzano i  capi. Ma c’è di più e di peggio: negando il fondamentale comandamento cristiano dell’amore, si mostrano spesso indifferenti verso il prossimo, trattano gli inferiori con durezza e arroganza, mentre esibiscono senza pudore i segni materiali del loro successo mondano. Naturalmente il papa non ritiene che tutti i curiali siano  così, ma il suo elenco delle “malattie” che hanno intaccato la Curia lascia sconcertati noi poveri laicisti. Se lo dice il papa, non abbiamo poi tutti i torti a sostenere da tempo che c’è del marcio entro le mura leonine.
Su un quadro così desolato e desolante del centro stesso della Chiesa di Roma, è opportuno fare subito due osservazioni. La prima l’ha già fatta il teologo Vito Mancuso e non possiamo che associarci ad essa. La Curia è notoriamente espressione delle scelte papali: come si spiega allora una simile degenerazione quando essa è stata plasmata, nel corso del Novecento, da una serie di papi tutti santificati o in procinto di esserlo? Non dovrebbe Francesco – aggiungiamo noi – mettere sotto accusa i suoi predecessori che sono, chi in misura maggiore chi in minore, corresponsabili di un simile disastro morale? Se la Curia, che dovrebbe essere un modello per l’intera cristianità, è invece una specie di fossa dei serpenti, la ragione di questa degenerazione non starà per caso nel manico, vale a dire nella guida sbagliata o mancante dei pastori che avrebbero dovuto risanare in tempo e con mano ferma le malattie delle loro pecorelle? Francesco non può limitarsi a constatare il male e deplorarlo, deve anche risalire alle presumibili cause, a quella monarchia assoluta che è tuttora, nonostante certi progetti di riforma, la Chiesa cattolica, assolutismo che genera necessariamente servilismo, ipocrisia e corruzione.
L’altra questione sollevata dall’intemerata del papa è quello del rapporto fra etica e religione, un rapporto di causa-effetto che, anche in questo caso come in tanti altri, viene regolarmente smentito dai comportamenti. In realtà fede religiosa e morale, contrariamente a quello che pensano coloro che, magari non credenti, vedono nella religione il fondamento dell’etica e la difendono come garanzia e tutela del buon ordine sociale, appartengono a due ambiti spirituali profondamente diversi. Le religioni positive si fondano sulla speranza di vincere l’angoscia della morte e di poter oltrepassare l’inevitabile finitudine della condizione umana: esse confidano nella misericordia di Dio che concede a tutti la sua “salvezza”, se si crede fermamente in lui e nella sua grazia. Non a torto, dal suo punto di vista, Martin Lutero proclamava : Pecca fortiter, sed crede fortius. Si può condurre una vita dissoluta, e tuttavia nulla è perduto finché c’è la fede. La colpa per cui non c’è perdono, quella di cui parla San Paolo, è solo la mancanza di fede. L’etica, invece, ha in se stessa le proprie ragioni, non ha bisogno di trovarle fuori di sé, nel comando, più o meno capriccioso, di un qualche dio. Le norme morali nascono dalla storia e dall’esperienza e hanno il compito di regolare i rapporti fra gli uomini, indipendentemente da ogni richiamo alla trascendenza. Nessuna società può vivere senza una qualche etica, perché gli uomini non sono né angeli né diavoli, ma creature fallibili che cedono facilmente alle loro passioni e ai loro egoismi. L’etica di una società secolarizzata non può che essere evolutiva e pragmatica, con una considerazione realistica della natura umana. Quando una qualche religione cerca di imporre, con la legge civile, le sue particolari concezioni morali, pretendendo che siano di origine divina, non può che suscitare la naturale reazione del non credente di fronte a una simile arroganza: Ecclesia, cura te ipsam!

{ Pubblicato il: 27.12.2014 }
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storie vere dell'Italia ecologista e civica

Nuovo articolo su Comune-info

Coltiviamo comunità, seminiamo qui e ora

by Citta invisibile
Un'azienda agricola biologica composta da un caseificio, due ettari e mezzo di campi , un agriturismo a conduzione familiare. Il contadino proprietario cerca qualcuno che vuole prendersi cura di quella azienda. Alcuni gruppi di acquisto solidale del territorio pensano a una cooperativa per gestirla: parte una campagna, "vogliamo arrivare a 100 soci che versano 4.000 euro ciascuno". Intanto, alcuni hanno già cominciato a realizzare il progetto, facendolo. Chi segue un corso da un agronomo del territorio esperto di filiera bio, chi si occupa della semina e della mungitura, chi studia iniziative dai quelle di tipo culturale ai laboratori, ai corsi di formazione. Il loro obiettivo, dicono, è ridurre le distanze tra chi produce e chi consuma, di ridurre soprattutto la contrapposizione. Accade in provincia di Treviso
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di Marco Boschini*
Perché la storia, anche quella di un'intera civiltà, la si ricostruirà comunque ricomponendo minuscoli mattoncini
Riccardo Finelli, Appenninia - Viaggio nella terra di domani

È una valanga strana quella che ascolto con l'orecchio del cronista di parte. Nel senso che non travolge, questa slavina che ha cominciato a venir giù un anno e mezzo fa. Coinvolge. Fa rete, mette insieme le persone. E io ci finisco in mezzo perché la trovo un'esperienza incredibile, di una forza dirompete.
Perché è così che fanno le persone quando decidono di mettersi assieme, scegliendo di prestare il fianco alla gratuità e ad un sogno ambizioso da tradurre giorno per giorno in fatto compiuto, possibilità. Insieme le persone fanno la comunità. E una comunità è appunto una valanga che non travolge, ma coinvolge. Unisce, seminaProgetta il futuro, cambiandolo nel presente. È questa la cosa credo più bella del Gast di Breda di Piave, otto mila abitanti in provincia di Treviso.
In questa terra predata da cavatori senza scrupoli e produttori di prosecco e pesticidi, dove per troppo tempo si sono interrati rifiuti sulle rive del Piave e una politica scellerata ha cementificato ogni angolo del paesaggio, qui una piccola banda di musicisti improbabili si è messa a suonare una musica nuova, originale e potentissima.
Immaginate un'azienda agricola biologica: un caseificio, due ettari e mezzo di campi da coltivare, un agriturismo a conduzione familiare. Alcuni gruppi di acquisto del territorio prendono qui il buon formaggio che si produce. Grazie al rapporto che si instaura tra produttori e consumatori, alcuni componenti dei Gas entrano in contatto con Evano Zaccaron, l'agricoltore ormai sessantenne che da una vita intera porta avanti da solo un'attività faticosissima da tenere in piedi in tempi normali, figurarsi in quest'epoca di transizione da un modello fallito (la crescita ad ogni costo) a qualcosa di ancora indistinto.
I suoi figli hanno studiato altro e non sembrano intenzionati a portare avanti l'azienda. Ecco la scintilla che accende il fuoco: trasformare il problema di una persona in un'opportunità collettiva. Alcuni gasisti illuminati decidono di portare il Gas ad un livello superiore, una sorta di gruppo di acquisto 2.0. Non solo più consum-attori consapevoli, ma auto-produttori attivi, convinti che è dal cibo e dalla terra che passa un cambio di paradigma in grado di fare la rivoluzione, evidentemente pacifica.
Si pensa ad una cooperativa per gestire tutto il progetto, "vogliamo arrivare a 100 soci che versano 4.000 euro ciascuno, in questo modo non avremo un padrone ma tante persone che condividono e condizionando concretamente un processo orizzontale. Abbiamo fatto diversi incontri pubblici, promosso la nostra idea e in questa fase siamo riusciti a raccogliere una trentina di pre-adesioni, che ci consentono di andare da un notaio e dare il via formale alla nostra cooperativa". Affitteranno il caseificio, i terreni e la stalla, per poi arrivare a regime ad acquistare tutta la proprietà, compreso l'agriturismo.
Alcuni di loro hanno già iniziato a realizzare il progetto, facendolo. Chi segue un corso da un agronomo del territorio esperto di filiera biologica, chi sta già da tempo dando una mano ad Evano nella semina dei campi e nella mungitura, chi studia le possibili evoluzioni future di un lavoro che parte dalla terra ma che vuole allargare il campo alla promozione culturale, ai laboratori, ai corsi di formazione.
La democrazia è un ingrediente essenziale di questa storia. "Pianteremo cinquecento esemplari in quello che sarà il nostro frutteto, e discuteremo insieme per decidere che tipo di coltivazioni portare avanti".
Il loro obiettivo dichiarato è quello di ridurre le distanze tra chi produce e chi consuma, di ridurre soprattutto la contrapposizione. "Ci parrebbe ipocrita dichiarare che siamo tutti uguali. C'è chi fatica a produrre e chi ne gode, ma anziché risolvere tutto in una contrattazione sul prezzo, ci si spalleggia simpaticamente puntando alla qualità, prima di tutto delle relazioni e di conseguenza, dei prodotti. In ultima analisi però: della vita. O no?". Eliminare la catena distributiva che ci sta in mezzo, che ricarica, sfrutta, in qualche modo corrompe il nobile lavoro dell'agricoltore. Renderci più saggi e consapevoli di ciò che si sta mangiando.
Stanno lavorando alla creazione di un sito internet che sarà inevitabilmente la vetrina e il megafono di un'esperienza cresciuta piano nel tempo, senza sostegni istituzionali o finanziatori occulti (www.cavindeconfin.it - cavindeconfin@gmail.com).
Vengono da esperienze molto diverse tra loro, i protagonisti di questo Gast "Cavin de Confin" (il cui significato sta per "piccolo sentiero fra i campi poco frequentato, per cui si cammina"). I primi tempi hanno dovuto abbattere pregiudizi, paure e reticenze di cui si erano loro stessi circondati. Ma poi ti confessano che una volta iniziato il cammino l'hanno ritrovato in fretta il sentiero che porta alla terra. Che è poi il posto da dove veniamo e sulla cui superficie attraversiamo il tempo che ci spetta in sorte. Averne cura, valorizzarla con rispetto, prenderne i frutti che abbiamo contribuito a realizzare. Sta tutto qui il segreto di un progetto bellissimo, a cui un cronista di parte augura tutto il bene possibile. "Riflettendo sul nome abbiamo pensato 'Cavin de confin', che potrebbe coniugare toponimia, dialetto e l'ideale che ci muove. Il nostro progetto è un percorso che si situa al confine della vecchia terra e che tende a sconfinare nella nuova terra di cui adesso intravediamo i contorni. È allargare il confine delle terre dedicate alla biodiversità, alla salvaguardia dell'ambiente, all'attenzione al locale... Noi siamo al tramonto di un mondo e all'alba di un altro...".
Perché quando si finisce con l'inciampare in una valanga strana come questo Gast, ci si lascia coinvolgere da quell'odore inconfondibile che hanno le storie buone. Da questa consistenza che sento nell'impastare parole. Futuro, un futuro diverso e grazie (anche) a loro oggi davvero possibile. Buona semina!

* assessore all’Ambiente, Patrimonio ed Urbanistica del Comune di Colorno (Parma), è coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e autore di diverse pubblicazioni - l'ultimo libro, scritto con Ezio Orzes, è "I rifiuti non esistono. Due o tre cose da sapere sulla loro gestione", Emi  - e di alcuni blog (l’articolo di questa pagina è stato pubblicato anche sul blog ospitato dall'huffingtonpost.it).