PRECISAZIONI SU PIERCAMILLO DAVIGO
di Paolo Farinella, prete
Genova 25 Aprile 2016. – Oggi giorno della Liberazione – ormai vuoto retorico da parte di chi ne vuole strappare il fiore e il frutto più bello – mi tocca difendere ciò che dovrebbe essere evidente a tutti e non lo è, perché su tutto regna sovrana la confusione e la superficialità.
Affermare che Piercamillo Davigo sia un qualunquista o un avventato «generalizzatore» mi azzardato e superficiale. Seguo da anni, con attenzione e rispetto, l’attività istituzionale di Piercamillo Davigo che ho sempre considerato un magistrato lucido ed efficace nella comunicazione perché semplice, chiaro e non «politichese».
Mai una volta e sfido chiunque a provare il contrario, ha generalizzato. Al contrario la sua attenzione è, al limite, parossistica nel precisare, puntualizzare, distinguere, dissociarsi. In questi giorni, le interviste contestate sono state riportate dai mass media asserviti e superficiali in modo approssimativo, per slogan senza rispetto per il ragionamento di Davigo. Cui prodest! Tutti i giornali che lo hanno criticato prendono finanziamenti pubblici, l’unico che lo ha sostenuto, Il Fatto Quotidiano, guarda caso, è anche l’unico che non prende finanziamenti pubblici: io un pensierino lo farei.
Dice Davigo e riporto solo alcune frasi che rispettano il suo pensiero perché sono state dette da lui:
«La classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi. C’è stato un decadimento qualitativo della classe dirigente politica, basta osservare la sintassi del dibattito politico. Il problema è che la classe politica che c’era allora non ha pensato alla successione. In Italia la vulgata comune è dire che rubano tutti. No, mi fa arrabbiare questa cosa, rubano molti. Non tutti. Altrimenti non avrebbe senso fare i processi».
Forse bisognerebbe avere la pazienza di leggere i testi e non solo i titoli o i catenacci dei giornali. Già questo mestiere di disinformacja lo fa Renzi alla grande e distinguersi da lui è un valore di merito oltre che igienico. L’inciso «quando delinque» in italiano è una delimitazione sia quantitativa sia di contenuto. Esplicitato significa: mi riferisco a chi delinque e non a tutti. L’avverbio di tempo «quando», qui ha anche un valore «modale» e risponde alla domanda: “In che modo la classe politica fa vittime maggiori del comune delinquente?». La risposta è nell’inciso: «La classe politica, essendo preposta come esempio “in capite Rei Pubblicae”, se delinque, nel momento in cui delinque, … fa più disastri del comune delinquente».
Non ravviso generalizzazioni in queste dichiarazioni, fatte a Pisa nella sede della prestigiosa Università durante una «lectio magistralis» (21 Aprile 20\6) e poi riprese esattamente con le stesse parole nelle interviste successive. Chi ha voluto travisare lo ha fatto di proposito e con l’obiettivo di zittiri «tutti» i non politici perché chi governa si sente immune da qualsiasi «dovere». I politici, che hanno la coscienza sporca, si sono sentiti «attaccati», ma non ho visto nesssun politico «pulito» che si sia alzato e abbia parlato in parlamento o fuori per precisare di onesto e di stare dalla parte di Davigo. Chi non ha parlato non solo tace, ma sta anche zitto per paura di ritorsione alle prossime elezioni. Ditemi un solo nome di un politico che si sia dissociato dalle dichiarazioni di Renzi, dal «Brrrr, che paura alle stupidaggini che vuole più sentenze», lui che custodisce gelosamente la prescrizione, altrimenti Verdini lo abbandona.
Infine, non credo proprio che il risultato dell’Austria dipenda dalla generalizzazione, ma dall’incapacità di analisi e dalla paura spinta e ingigantita da partiti localistici che pur di avere un lembo di potere non si preoccupano di una visione «politica» a grande raggio. D’altra parte la quasi totalità dei politici nostrani e no, nulla ha fatto per smentire la generalizzazione, ma si sono accaniti nella difesa del proprio privilegio. Semmai sono essi i responsabili del degrado collettivo e del fallimento europeo, diviso in 27 orticelli che impediscono di provvedere alle necessità del campo intero.
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