martedì 4 agosto 2015

una nuova grande trasformazione

La nuova grande trasformazione

by maomao comune
Le forme recenti dell'accumulazione che il capitalismo impone per tutelare la sua esistenza e potersi riconfigurare secondo le esigenze del momento segnano una profonda trasformazione. Che evidenzia almeno tre grandi cambiamenti: la fine dello stato sociale, quella della sovranità nazionale e quella delle democrazie. La democrazia, che non è l'opposto della dittatura e dovrebbe esprimere qualcosa di ben più ampio dello svolgimento di libere elezioni, non funziona. Peggio, funziona solo se smantella i poteri de los de abajo: i lavoratori, le donne povere, gli indigeni, etc. Senza quei poteri, i cosiddetti diritti democratici valgono niente, sono carta straccia. Raúl Zibechi, che sarà in Italia a fine agosto*, sostiene che non possiamo continuare a credere di poter cambiare il sistema creato da los de arriba(quelli che stanno in alto) con strategie centrate su strumenti e forme del conflitto che sono stati modellati per garantire l'esercizio del loro dominio
Concierto #YoSoy132 en el Zcalo. Sbado 16 de Jnio
Un concerto allo Zocalo di Città del Messico per sostenere la lotta del movimento #YoSoy132
di Raúl Zibechi
Uno dei pochi vantaggi delle grandi crisi è che ci aiutano a sollevare il velo con il quale il sistema nasconde e dissimula le sue modalità di oppressione. In questo senso la crisi che vive la Grecia, può essere una fonte di apprendimento. Per questo propongo di rifarci al lungo cammino percorso da Karl Polanyi nello scrivere La grande trasformazione. Per comprendere l’ascesa del nazismo e del fascismo, Polanyi è risalito alle origini del liberalismo economico, situate nell’Inghilterra di David Ricardo.
Il capitalismo del libero mercato, i mercati non regolamentati, ha disgregato le relazioni sociali e distrutto le comunità, sottoponendo gli individui, strappati dai propri villaggi, alla fame e all’umiliazione. Polanyi sostiene che la recinzione dei campi - l' inizio di questo processo - è stata una rivoluzione dei ricchi contro i poveri. Dopo la Pace dei Cent’anni si è verificata la disintegrazione dell’economia mondiale e “lo Stato liberale è stato rimpiazzato in molti paesi da dittature totalitarie” (La Piqueta, 1997, p. 62).
Come segnala David Harvey in The new imperialism [1], la trasformazione che stiamo vivendo negli ultimi decenni è stata analizzata come l’egemonia dell’accumulazione per espropriazione (o spoliazione). Seguendo le orme di Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi, le radici di questo processo vanno ricercate nelle lotte operaie degli anni ’60 (e degli anni ’70 in America Latina), che hanno scompaginato la disciplina industriale neutralizzando il fordismo-taylorismo, uno dei fondamenti dello stato sociale. La classe dominante ha deciso di passare dall’egemonia dell'accumulazione per riproduzione allargata alla dominazione attraverso l'accumulazione per saccheggio.
Il concetto di accumulazione per espropriazione, tuttavia, non si ferma al tipo di Stato adatto a questa fase. Al fine di imporre il furto/espropriazione, il regime politico non può essere lo stesso di quello che ha scommesso sull’integrazione dei lavoratori come cittadini. A mio modo di vedere, è questo il nucleo degli insegnamenti della crisi greca(e delle crisi nei vari processi latinoamericani).
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Ci troviamo davanti alla fine di un periodo. Una nuova grande trasformazione sistemica, che include almeno tre importanti cambiamenti, che dovrebbero avere una loro corrispondenza nell’adeguamento delle tattiche e delle strategie dei movimenti antisistemici.
Il primo è già stato menzionato: la fine dello stato sociale. Perfino in America Latina nel secondo dopoguerra abbiamo assistito a un relativo sviluppo industriale, all’assegnazione di diritti alle classi lavoratrici e al loro progressivo e incompleto inserimento come cittadini. La deindustrializzazione e la finanziarizzazione delle economie, sostenute dal Consenso di Washington, hanno sepolto questo sviluppismo.
La seconda trasformazione è la fine della sovranità nazionale. Le decisioni importanti, tanto quelle economiche che quelle politiche, sono passate in mano ad ambiti fuori dal controllo degli stati nazionali. La recente “trattativa” tra il governo greco e l’eurogruppo, mostra chiaramente la fine della sovranità. È certo che molti governanti, di destra e di sinistra, naufragano tra la mancanza di scrupoli e la mancanza di un progetto. Tuttavia è altrettanto certo che, ammesso che esista, il margine di azione dello Stato-nazione è minimo.
Il terzo è la fine delle democrazie, strettamente legato alla fine della sovranità nazionale. Di questo non si vuole parlare. Forse perché sono molti coloro che vivono delle briciole degli incarichi pubblici. Tuttavia questo è uno dei nuclei dei nostri problemi. Quando l’un per cento delle popolazione tiene sequestrata la volontà popolare e il 62 per cento è sottomesso all’uno per cento; e quando questo accade più volte in diversi paesi, è perché qualcosa non funziona. E quello che non funziona si chiama democrazia.
Credere nella democrazia, che non è sinonimo di andare alle elezioni, è un grave errore strategico. Perché credere nella democrazia vuol dire smantellare i nostri poteri di classe (cioè quelli dei lavoratori, delle donne povere, degli indios, dei neri e dei meticci, dei settori popolari e dei contadini senza terra, degli abitanti delle periferie, insomma di tuttilos abajos). Senza quei poteri, i cosiddetti “diritti democratici” sono carta straccia.
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La democrazia funziona smantellando i nostri poteri. E qui è necessario introdurre alcune considerazioni.
UnoLa democrazia non è l’opposto della dittatura. Viviamo la dittatura del capitale finanziario, di piccoli gruppi che nessuno ha eletto (come la troika) e che impongono politiche economiche contro le maggioranze, perché, tra le altre cose, quelli che vanno al governo sono comprati o minacciati di morte, come ci ricorda bene Paul Craig Roberts: “È molto probabile che i greci sappiano che non possono dichiarare la sospensione dei pagamenti e andarsene, perché se lo fanno saranno assassinati. Di certo gliel’hanno fatto capire molto chiaramente”. [2] Craig Roberts sa quello che dice, perché viene da[gli ambienti] là in alto.
Due. Da quando la borghesia ha imparato a manipolare il desiderio e la volontà della gente per mezzo del marketing, imponendo il consumo di merci assurde e inutili, la democrazia è soggetta alle tecniche del marketing. La volontà popolare non giunge mai a esprimersi nelle istituzioni statali, nei termini e nei codici che le classi popolari usano nei loro spazi-tempi, ma [vi giunge] mediata e vagliata fino a essere neutralizzata.
TreI poteri di classe sono stati codificati in diritti. Non è la stessa cosa riunirsi, pubblicare opuscoli o creare reciprocità basandosi sulle proprie forze ed evitando la repressione, che lasciare che siano gli stati a regolare e disciplinare questi modi di fare per mezzo di sussidi. La repressione è spesso il primo passo per conseguire la “legalizzazione”.
Adesso il problema è nostro. Possiamo continuare, come abbiamo fatto finora, puntando tutto sulle elezioni, i cortei e le manifestazioni, sugli scioperi regolamentati, e così via. Nulla di tutto questo, sia chiaro, va scartato per una qualche questione di principio. Il problema sta nel costruire una strategia centrata su questi strumenti, che sono regolati da “los de arriba” [da coloro che stanno in alto, ndt]. Audre Lorde, femminista nera, ha scritto: “Gli strumenti del padrone non smantellano mai la casa del padrone” .
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Fonte: la Jornada 
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo
Note:
[1] El nuovo imperialismo ed Akal 2004; in it. La guerra perpetua, analisi del nuovo imperialismo, Il Saggiatore 2006
[2] Wall Street Italia: Economista di Reagan: "governo greco potrebbe morire assassinato"
* OLIVERA E ZIBECHI AL SEMINARIO AMERICA LATINA 2015 A PESCIA
Il Seminario America Latina, organizzato con tenacia e passione da Aldo Zanchetta fin dal 2008, ha otto anni e sette vite. Quest’anno vede la partecipazione di Oscar Olivera, protagonista della guerra dell'acqua di Cochabamba, Bolivia, e di Raúl Zibechi, invitato in Italia da Re Common, e protagonista di un breve tour promosso da Comune-info e Camminar domandando con alcune esperienze importanti, soprattutto di autonomia e autogestione, delle città che ospiteranno gli incontri.  Per quel che riguarda il seminario del 28/29 e 30 agosto a Pescia, provincia di Pistoia, Zanchetta spiega che cause di forza maggiore lo hanno costretto a spostare la sede abituale da Cortona. Il tema centrale è quello del titolo originale dell'ultimo libro di Raul, “Decolonizzare il pensiero critico e le pratiche emancipatorie", uscito in questi giorni in Italia con il titolo: "Alba di Mondi Altri" ma naturalmente si tornerà anche sugli argomenti ancora molto attuali trattati in "Territori in resistenza. Periferie urbane in America Latina", uscito per Nova Delphi.
Le iscrizioni al seminario di Pescia si sono chiuse in questi giorni, la sede logistica consente una partecipazione limitata ad alcune decine di persone. Si può tuttavia provare a cercare Aldo per verificare se ci fosse stata qualche rinuncia dell'ultima ora.  aldozanchetta@gmail.com, cell. 338.6702858, tel fisso 0583.975996
Il 3 settembre, dalle 18, Zibechi sarà invece a Roma per un incontro pubblico aperto a tutti in Piazza Persiani Nuccitelli, al quartiere Pigneto, intitolato: "I territori che resistono sono già mondi nuovi". Seguirà una cena popolare conviviale. Sul libro nuovo, su questa e le altre date degli incontri di Zibechi in Italia, daremo altre informazioni nei prossimi giorni.
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Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata in Italia in luglio dalle edizioni Museodei. Zibechi verrà a presentarlo in Italia a fine agosto-inizio settembre (per informazioni sul libro e il viaggio: aldozanchetta@gmail.com) Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.
L’adesione di Raul Zibechi alla campagna di Comune
ALBA DI MONDI ALTRI
I NUOVI MOVIMENTI DAL BASSO IN AMERICA LATINA
è l’ultimo libro di Raúl Zibechi in uscita nei prossimi giorni in Italia ediz. museodei Hermatena pagg 200 – E 15
Saranno gli esclusi a costruire la nuova storia? A modo suo, Raúl Zibechi propone per molti versi questa domanda. È il mondo dei dannati della terra, quelli che vivono nella zona del non-essere e subiscono ogni giorno violenze inaudite. Sono loro, persone che possono perdere solo umiliazioni e catene, a essere davvero interessate a creare un mondo altro. Possono riuscirvi? Questo libro è parte della tenace ed emozionante ricerca per rispondere a questa cruciale domanda.
Marco Calabria nella nota introduttiva scrive: «Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso (Raúl) consuma le scarpe percorrendo in lungo e in largo l’America. Attraversoautopistas e impervi caminos insegue le tracce della resistenza al dominio del capitale e delle merci sulle persone. Le ha trovate ovunque: nelle periferie di Asunción e lungo le steppe della Patagonia, sugli altopiani andini e tra le nebbie delle selve tropicali. A volte è tornato per mettere in discussione quel che gli era sembrato di capire». Lo sguardo di Zibechi penetra a fondo dentro un mondo invisibile, occultato com’è agli occhi di quelli che stanno in alto.

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