mercoledì 5 agosto 2015

a che serve educare nell'era informatica?

Serve ancora educare nell’era dell’informatica?

by JLC
P1150440
di Alain Goussot*
Una domanda ricorrente è quella di sapere in che misura serve ancora educare in questa fase della globalizzazione dei media ultra veloce che forniscono un quantità d'informazioni in una frazione di secondo (leggi anche La ribellione della lentezza e dell’ozio, dello stesso Goussot, edElogio del tempo perso di Sandra Dema). Ma sono proprio la quantità d'informazione e la velocità con le quali vengono scaricate che pongono il problema. La verità è che bambini e adolescenti non hanno più il tempo psicologico e mentale di sedimentare quello che arriva dal web e si trovano in una postura di eccitazione permanente, bombardati come sono da immagini, suoni e messaggi subliminali ad alto contenuto tossico. Sono come dei consumatori di hamburger che stanno male ma che non riescono a smettere di mangiare quel tipo di cibo.
È la posizione da consumatore vorace alienato e captato dal sistema in un rapporto faccia a faccia in cui è il computer che impone i suoi codici e circuiti precostituiti che impoveriscono la fantasia, l'immaginazione e la flessibilità cognitiva del bambino. È una grande operazione di de-sublimazione, cioè di disattivazione della capacità del bambino di canalizzare culturalmente e psicologicamente i propri impulsi in un senso costruttivo sia sul piano intrapsichico (tramite la strutturazione progressiva del racconto di sé e lo sviluppo di un dialogo interiore) che su quello relazionale a contatto con l'altro.
In questo senso l'atto dell'educare diventa ancora più urgente poiché si basa sull'esperienza della relazione umana che ci forma a sviluppare il senso di socialità e la capacità immaginativa della narrazione interiore che è il fondamento del pensiero e della costruzione dell'identità e della soggettività (leggi anche lo splendido articolo di Luciana Bertinato, maestra e collaboratrice di Mario Lodi, Ci vuole il tempo che ci vuole).
Quindi educare è una priorità per aiutare i bambini e le bambine di domani a crescere e a diventare degli adulti ricchi di autentiche passioni, di immaginazione e di riflessività; facoltà che sono alla base della libertà vera e dell'autodeterminazione. Solo se riescono a comprendere il senso di quello che provano potranno comprendere se stessi e il mondo, la relazione con l'altro e l'importanza della solidarietà umana al di là delle differenze.
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*Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è “La pedagogia di Lev Vygotskij. mediazione e dimensione storico-culturale in educazione” (con Riziero Zucchi), Lemonnier università.
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DA LEGGERE
Tempo rubato Filippo Trasatti
Città e scuole senza orologi Gianluca Carmosino

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