domenica 19 agosto 2018

una discutibile riflessione di Guido Viale

RANDI OPERE? NO GRAZIE

Ai sostenitori senza se e senza ma delle Grandi opere, che nel crollo 
del ponte Morandi vedono solo l’occasione per recriminare la mancata 
realizzazione della Gronda, passaggio complementare e non alternativo al 
ponte crollato, va ricordato che anche quel ponte è (era) una “Grande 
opera”: dannosa per l’ambiente e per le comunità tra cui sorge e 
pericolosa per la vita e la salute di tutti. L’idea di piantare dei 
pilastri di 90 metri in mezzo a edifici abitati da centinaia di persone 
e di farvi passare sopra milioni di veicoli era e resta demenziale; come 
lo era e resta la sopraelevata che ha cancellato e devastato uno dei 
fronte-mare più belli e pregiati (forse il più bello e pregiato) del 
mondo: non a vantaggio di Genova, ma per fluidificare il traffico del 
turismo automobilistico delle Riviera di Levante, così come il ponte 
Morandi serviva a quello della Riviera di Ponente: negli anni “gloriosi” 
(?) della moltiplicazione delle automobili. Con la conseguenza che quei 
nastri di asfalto sono stati presi in ostaggio dal trasporto merci su 
gomma, per il quale non erano stati pensati, lasciando languire la 
ferrovia, tanto che la linea Genova-Ventimiglia (principale collegamento 
tra Italia e Francia e, se vogliamo, con Spagna e Portogallo; altro che 
Torino-Lione!) è ancor oggi a binario unico. Un’invasione di campo, 
quella dei Tir, moltiplicata dalla successiva produzione just-in-time 
che li ha trasformati in magazzini semoventi, cosa impossibile se le 
autostrade non fossero state messe a loro completa disposizione e la 
ferrovia avesse mantenuto il primato che le spetta.

Da almeno 30 anni si sa che il cemento armato, specie se sottoposto a 
forti sollecitazioni come il passaggio di milioni di Tir ed esposto alla 
pioggia, al gelo, ai veleni delle emissioni, al sale antigelo, non dura 
più di cinquant’anni o poco più; e forse anche meno; ma nessuno, e meno 
che mai i fautori della Gronda, avevano programmato una data certa per 
la demolizione di quel ponte che oggi richiede anche la demolizione 
delle case sottostanti. E oggi si scopre che i ponti autostradali nelle 
stesse condizioni pre-crollo sono almeno 10mila in Italia; e altrettanti 
in Francia, Germania e in qualsiasi altro paese. Perché la grande 
“esplosione” automobilistica del miracolo economico, che doveva aprire 
le porte al futuro, al futuro proprio non guardava: né in Italia, paese 
orograficamente disadatto a quel mezzo, né in paesi ad esso più consoni.

Chiunque abbia anche solo ristrutturato il bagno di casa sa che 
costruire è (relativamente) facile; demolire è più complicato, rimuovere 
(le macerie) è difficilissimo; anche se forse non sa che smaltirle è 
devastante, soprattutto in Italia dove scarseggiano gli impianti di 
recupero e mancano le leggi per promuovere l’utilizzo dei materiali di 
risulta. Così, del futuro di tutti quei manufatti stradali non ci si è 
mai occupati, nonostante che oggi, “cadendo dalle nuvole”, si scopra che 
la loro demolizione e sostituzione rientra nell’ordinaria, perché 
necessaria, manutenzione.

No. Il futuro del ponte Morandi non era la sua demolizione; era la 
Gronda: 70 e più chilometri di gallerie e viadotti (in cemento armato) 
lungo le alture di Genova: un’opera devastante in uno dei territori più 
fragili della penisola, come dimostrano gli smottamenti e le alluvioni 
sempre più gravi che ormai colpiscono la città quasi ogni anno. E cinque 
miliardi, ma probabilmente molti di più, regalati ai Benetton con 
l’aumento delle tariffe autostradali in tutta Italia invece di destinare 
quelle e altre risorse al risanamento di un territorio ormai vicino al 
tracollo; il tutto per liberare il ponte, se fosse rimasto in piedi, da 
non più del 20 per cento del suo traffico… Non c’è esempio che spieghi 
meglio quanto le risorse destinate alle Grandi opere inutili e dannose 
siano sottratte al riassetto idrogeologico del territorio e alla 
manutenzione di ciò che già c’è, abbandonandolo a un degrado 
incontrollato: lo stesso vale per il Tav (Torino Lione, ma anche 
Genova-Tortona), il Mose; la Brebemi (che vuol dire 
Brescia-Bergamo-Milano, ma che stranamente non passa per Bergamo) le 
autostrade in costruzione in Lombardia e Veneto; il ponte sullo stretto 
(altro che ponte Morandi!) che ha già divorato più di 500 milioni; un 
gasdotto che attraversa territori in preda a eventi sismici quasi 
permanenti invece di ricostruire quei paesi crollati per incuria e 
puntare all’abbandono dei fossili. E così via. Con altrettante 
opportunità di creare lavoro finalmente utile.

E giù a dare del “troglodita”, del nemico del progresso, 
dell’oscurantista medioevale a chi, in nome della salvaguardia del 
territorio, della convivenza sociale, della necessità di mettere in 
sicurezza, e possibilmente di valorizzare, l’esistente, si oppone alle 
tante Grandi opere inutili e devastanti promuovendo l’unica vera 
modernità possibile, che è la cura e la manutenzione del proprio 
territorio, che è anche difesa di tutto il paese e dell’intero pianeta: 
da restituire alla cura di chi vi abita, vi lavora e lo conosce a fondo. 
Si discute di queste cose prigionieri di un eterno presente, senza 
passato né futuro, come se tutto dovesse continuare allo stesso modo; 
mentre si sa – o si dovrebbe sapere – che tra non più di due o tre 
decenni, se vorremo sopravvivere ai cambiamenti climatici che incombono, 
saremo costretti, volenti o nolenti, a cambiare radicalmente stili di 
vita, modi di coltivare la terra e di nutrirci, uso dei suoli, modalità 
di trasporto. Con tanti saluti sia al ponte Morandi, da non ricostruire, 
che alla Gronda, da non realizzare.

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