di Linda Finardi
Mi permetto di riprendere lo stesso titolo da cui trae fonte e ispirazione questo contributo perché tale è il titolo e il tema di un interessante intervento esposto al convegno “Saperi di generi” tenutosi all’Università di Trento a fine gennaio di quest’anno. La relatrice è una giovane studiosa: Federica Bastiani. Insieme ad altri colleghi, Michele Grassi e Patrizia Romito, ha indagato il rapporto tra la cultura cosiddetta femminista e la cultura delle più giovani generazioni. Si tratta di uno studio su un campione ristretto di ragazze universitarie italiane ma che inizia a dare qualche risposta a quesiti che la stessa comunità delle Eredi si è posta da tempo sul perché sia così difficile avvicinare ed essere interessanti per le giovani generazioni.
Cosa ci restituisce la ricerca. “Che di femminismo c’è ancora bisogno”, e alla luce dei dati emersi, che c’è pure bisogno di “uomini femministi”; su questo alcune di noi non hanno mai avuto dubbi, altre lo hanno scoperto strada facendo, incontrando il mondo del lavoro, vivendo con un uomo, leggendo qualche libro significativo, ripensando al rapporto con la propria madre, incontrando le donne che hanno fatto la storia degli anni ‘70.
Se da un lato si può affermare che idee e concetti del femminismo sono parte integrante della cultura delle giovanissime, dall’altro emerge anche come queste abbiano una scarsa conoscenza del fatto che le “conquiste”, se così si possono definire almeno quelle cognitive che riguardano il livello di consapevolezza, hanno origine in quel movimento. Quest’ultimo infatti è più spesso conosciuto attraverso stereotipi. Si pensa ad esempio che la donna femminista sia presuntuosa e assertiva, che odia gli uomini o che tenda a discriminarli. Ma questo è un modo di restare sulla superficie del movimento visto che altre ricerche, rispetto a questi pregiudizi, hanno dimostrato “che le femministe mostrano meno ostilità verso gli uomini rispetto alle non femministe” o che “le ragazze diventano sì più femministe, ma non più ostili verso gli uomini” e anche che “le coppie eterosessuali in cui uno o entrambi i partner sono femministi sono più felici ed hanno una migliore intesa sessuale”.
Alcune contraddizioni incuriosiscono. Bastiani riporta nel suo paper che “le giovani raramente si dichiarano femministe anche se la loro quotidianità sembra essere vissuta in linea con alcuni dei valori promossi dal movimento femminista” e che “la maggior parte delle intervistate sono d’accordo con gli obiettivi del femminismo ma non si considerano tali”. E allora come si può risolvere questo empasse? Si può rispondere tenendo conto dei risultati di un’altra ricerca compiuta su studentesse universitarie ripresa da Bastiani nel suo lavoro, secondo cui un terzo delle intervistate, tra l’essere femminista e il non esserlo, non sa dove collocarsi. Cioè, ciò significa che non sa, non conosce.
Infatti con la domanda del questionario di questo tipo “Ti definiresti pro o anti-femminista?” seguito dalla lettura di una definizione di “femminismo” è stato possibile per Bastiani osservare un netto cambiamento nella scelta dell’etichetta prima e dopo la lettura di tale definizione. Se prima della lettura le ragazze che si definivano pro-femministe erano il 29%, dopo la lettura la percentuale sale fino al 59.5, raddoppiando. Sono soprattutto le ragazze che si dichiaravano neutrali o che non sapevano come classificarsi a spostarsi nella scelta dell’etichetta.
L’altro aspetto interessante della ricerca riguarda l’influenza dell’essere femministi sulla relazione di coppia eterosessuale. Prima di tutto pare che le ragazze che aderiscono maggiormente ai valori femministi, teniamo conto che stiamo parlando di ragazze di circa vent’anni, sono più spesso single. Inoltre, le ragazze che aderiscono in misura maggiore a questi valori tendono a stare in coppia con ragazzi che similmente appoggiano questi valori, ragazzi femministi insomma. L’aspetto però appunto interessante è che “essere femministe o avere un partner pro-femminista è associato a una miglior relazione e a meno violenza nella coppia” e che “Il fatto che il partner maschile supporti le istanze femministe influenza il benessere della coppia in termini di assenza di violenza, soddisfazione ed accordo”.
Il vero problema sembra quindi la scarsa conoscenza del movimento, delle sue istanze e delle donne che non solo gli hanno dato vita negli anni ’70 ma che ancora oggi si muovono attraverso associazioni e organizzazioni varie. Come afferma Bastiani, questi dati forniscono un’ulteriore indicazione di quanto sia importante parlare di femminismo e “fare chiarezza in merito”. In fondo il progetto dedicato alle scuole messo appunto dalla nostra Comunità va in questo senso anche se probabilmente da migliorare. Ci auguriamo quindi di poter avere altre occasioni, con le scuole ma anche certamente su tutto il territorio, per far conoscere alle giovani ragazze questa parte della storia in cui molte donne insieme si sono maggiormente esposte.
Da “Femminismo e giovani generazioni: a che punto siamo?”, Bastiani F., Grassi M., Romito P., Università degli Studi di Trieste.
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venerdì 24 febbraio 2017
appunti sul femminismo
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