mercoledì 30 marzo 2016

le ragioni del si

Referendum del 17 aprile: l'opinione del direttore Armaroli
di  Nicola Armaroli

http://www.saperescienza.it/rubriche/sos-tenibilita/referendum-del-17-aprile-l-opinione-del-direttore-29-3-16

Ecco perché dobbiamo andare a votare, e votare "Sì", secondo Nicola 
Armaroli, direttore di Sapere.

Qual è la vera posta in palio con questo referendum?

Il significato di questo referendum va al di là del suo quesito 
specifico, che riguarda una questione quantitativamente minimale. Del 
resto è sempre stato così, sin dal referendum sul nucleare del 1987, 
dove non fu chiesto esplicitamente agli italiani se volessero o meno 
centrali in Italia. La vittoria del “Sì”, però, bloccò lo sviluppo del 
nucleare per 30 anni. Il referendum del 2011, cancellò poi per sempre 
questa opzione.
Il referendum del 17 aprile ha un cruciale significato politico: siamo 
chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica legata al 
passato o se vogliamo che l’Italia s’incammini senza incertezze lungo la 
strada della transizione energetica alle fonti e tecnologie rinnovabili. 
È una questione su cui si gioca il futuro economico, ambientale e 
occupazionale dell’Italia, perché l’energia è il motore di tutto.


Nello specifico, su cosa votiamo il 17 aprile?
Ci esprimeremo su un unico quesito referendario, promosso da 9 regioni, 
che chiede questo: vogliamo che siano revocate o mantenute le 
concessioni per l’estrazione di petrolio o gas naturale in mare – entro 
le 12 miglia dalla costa – che scadranno tra il 2017 e il 2027? Si 
tratta di circa 20 concessioni che, in caso di vittoria del “Sì”, 
continueranno comunque a essere valide sino alla loro scadenza attuale.
Il quesito non riguarda le concessioni oltre le 12 miglia marine.


Cosa è esattamente una concessione e quanto dura? È cambiato qualcosa di 
recente nel regime di queste concessioni?
Le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato, che però non si 
dedica direttamente ad attività estrattive ma le affida “in concessione” 
ad aziende energetiche specializzate. La procedura è complessa: prima lo 
Stato rilascia “permessi di ricerca” che, in caso di ritrovamento di 
risorse sfruttabili, possono evolvere in “concessioni di coltivazione”. 
Sulla base di queste ultime, le aziende realizzano le infrastrutture 
necessarie alla produzione, tra cui le piattaforme e i pozzi.
Fino allo scorso anno la legge italiana prevedeva che le concessioni di 
coltivazione (ovvero di estrazione) di idrocarburi durassero 30 anni, 
prorogabili per ulteriori 5 o 10 anni. La Legge di Stabilità 2016 
stabilisce che tali titoli non abbiano più scadenza e restino in vigore 
“fino a vita utile del giacimento”.
Cliccando sui link seguenti è possibili sapere quante sono le 
piattaforme che operano entro e oltre le 12 miglia marine.


Le concessioni che sarebbero progressivamente revocate nel prossimo 
decennio, in caso di vittoria del “Sì”, dove sono e a quali aziende 
appartengono?
Queste concessioni riguardano il mare Adriatico (di fronte alle coste di 
Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo), il mar Ionio (provincia di Crotone) e 
il canale di Sicilia (provincia di Ragusa e Caltanissetta). La maggior 
parte riguarda esclusivamente estrazione di gas, solo 5 riguardano anche 
petrolio (una di queste unicamente petrolio). Le aziende titolari delle 
concessioni sono ENI (o sue controllate) e Edison.


Quanto petrolio e gas possiamo ancora estrarre in Italia, complessivamente?
I dati sono consultabili presso il sito del Ministero. Le risorse sono 
stimate in 3 categorie:

    certe (probabilità > 90% di essere prodotte)
    probabili (> 50%)
    possibili (> 10%)

Nella improbabile e ultraottimistica ipotesi che le risorse certe e 
probabili siano interamente estratte e sfruttate, l’Italia coprirebbe 
meno di 2 anni di domanda di gas e poco più di 3 anni di domanda di 
petrolio, agli attuali livelli di consumo.
A questo proposito è importante rilevare due dati significativi:

    tra il 2005 e il 2014 i consumi di gas in Italia sono calati del 
28% e quelli di petrolio del 33%, non siamo un Paese disperatamente alla 
ricerca di nuovi approvvigionamenti;
    i costi di estrazione di petrolio in Italia si aggirano attorno ai 
50 $/barile. Con i prezzi attuali, attorno ai 40 dollari, la produzione 
italiana (assieme a quella in molte altre aree geografiche) è fuori 
mercato. L’Arabia Saudita, abbassando di proposito il prezzo del 
petrolio, ha raggiunto lo scopo di imporsi, ancora una volta, come 
regista del mercato mondiale.

In questo scenario l’Italia e l’Europa, con le loro misere riserve 
residue, non hanno voce in capitolo: è sommo interesse strategico 
nazionale pianificare l’abbandono progressivo degli idrocarburi.


Viste le esigue quantità disponibili, perché è appetibile estrarre 
idrocarburi in Italia?
In Italia vige un regime di concessione estremamente "benevolo", che 
aveva ragion d’essere quando ENI era al 100% proprietà dello Stato ed 
era di fatto l’unica azienda impegnata nello sfruttamento degli 
idrocarburi nazionali. Oggi ENI è una società per azioni quotata in 
borsa e opera in competizione con altre aziende private, spesso 
straniere. Questo vecchio regime di concessione è oggi vantaggioso solo 
per le aziende energetiche, non per la collettività nazionale.
I canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione 
ammontano a poche decine di euro per km2. Altrettanto basse sono le 
percentuali sugli utili che le aziende energetiche pagano allo Stato 
(royalties): per il petrolio in mare sono del 7% e per il gas del 10%, 
ma sono pagate solo oltre una certa quota produttiva (quindi conviene 
produrre poco…). Tra l’altro, il sistema della royalties è ormai 
superato in tutti i Paesi più avanzati, tranne appunto l’Italia. 
Normalmente le aziende versano allo Stato una percentuale dei profitti 
che, in Norvegia, sfiora l’80%!


A quanto ammontano le royalties pagate dalle aziende che estraggono 
idrocarburi?
Tutti i dati sono presenti sul sito del Ministero. Nel 2015 lo Stato ha 
incassato 55 milioni di euro, una cifra irrisoria nel bilancio 
nazionale. Le Regioni hanno incassato 163 milioni, di cui 143 alla sola 
Basilicata (16 milioni al Comune di Viggiano, che conta 3200 abitanti). 
L’Emilia Romagna – che ha 4,5 milioni di abitanti e un bilancio 
regionale di 12 miliardi – ha incassato 7 milioni. 1,5 euro per 
abitante: un’elemosina che non compensa neppure i danni ambientali di 
questo tipo di attività, in primis la subsidenza.


Nel caso di vittoria del “Sì”, che senso avrebbe lasciare nel sottosuolo 
petrolio e gas, dato che le infrastutture di estrazione sono già in loco?

Ci sono almeno quattro buoni motivi per lasciarli dove sono:

    Non è accettabile che alle compagnie petrolifere debba essere 
concessa la disponibilità di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. 
Nei Paesi democratici è regola porre precise scadenze temporali alle 
concessioni date a società private che sfruttano beni appartenenti allo 
Stato, cioè a tutti. Le regole dello Stato liberale debbono valere 
sempre e per tutti.
    Come recita il movimento britannico Keep it in the ground, dobbiamo 
essere consapevoli che il margine per ulteriori aggiunte di CO2 in 
atmosfera è ormai minimo. Gli idrocarburi vanno lasciati il più 
possibile dove sono perché la destabilizzazione del clima è una delle 
più imponenti minacce che grava sul futuro della nostra civiltà. 
Cominciamo da casa nostra.
    Per disinnescare altri quesiti referendari, il Governo ha vietato 
per legge nuove concessioni entro le 12 miglia marine, anche perché 
ritenute potenzialmente dannose per un’attività ben più rilevante per 
l’economia italiana: il turismo. È ragionevole liberare definitivamente 
le acque territoriali italiane dai rischi connessi a queste attività.
    Certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas 
che abbiamo in Italia, abbiamo il dovere morale di lasciare qualche 
risorsa del sottosuolo anche alle generazioni future. Non sta scritto da 
nessuna parte che dobbiamo consumare tutto noi.



Quali tipi di rischi ambientali esistono?

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si 
tratti di ricerca, estrazione o uso.
Nella fase di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica 
di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che potrebbe avere un impatto 
negativo sulla fauna marina (il tema è controverso).
Per quanto riguarda l’estrazione, uno degli impatti più seri – che 
colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale – è la subsidenza, un 
fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione, che ha già 
causato molti danni. È poi stato rilevato di recente che nei pressi 
delle piattaforme in mare vi è un aumento della concentrazione di 
diversi inquinanti. Inoltre, nonostante si tratti di un rischio a 
bassissima probabilità, un ingente sversamento accidentale di petrolio 
in mare avrebbe conseguenze ambientali ed economiche catastrofiche. In 
particolare per l’Adriatico, che è un mare molto chiuso, caratterizzato 
da una profondità media inferiore a 100 metri nella parte 
centro-settentrionale.
Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di 
idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che 
contribuisce a causare milioni di morti ogni anno per inquinamento 
atmosferico e accresce la temperatura del pianeta attraverso gli scarti 
dei processi di combustione. Con l’Accordo di Parigi, il nostro Governo 
ha dichiarato di voler fare la sua parte per la lotta ai cambiamenti 
climatici. È ora che l’Italia adotti, nei fatti e non solo a parole, una 
politica energetica coerente sino in fondo con gli accordi che 
sottoscrive a livello internazionale.



Qualcuno obietta che estrarre idrocarburi in Italia aumenta il rischio e 
il danno ambientale globale poiché, in alternativa, si estrarrebbe in 
Paesi con minori controlli ambientali. Inoltre, transiterebbero più 
petroliere nei nostri mari.

Rinunciare a meno dell’1% di consumo nazionale di petrolio equivale al 
carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, 
l'ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico, 2010) è 
avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera.
A proposito di inquinamento, occorre poi sottolineare che le grandi 
multinazionali europee, che vorrebbero trivellare i nostri fondali 
marini vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo 
aspetto nelle aree produttive più povere del mondo, come per esempio il 
Delta del Niger in Africa. Le pratiche di sostenibilità ambientale non 
possono valere solo laddove i controlli sono più stretti, ma debbono 
valere sempre.



Limitando l’industria estrattiva in Italia, ci saranno impatti negativi 
sull’occupazione?

La maggior parte degli italiani addetti al settore estrattivo lavorano 
all’estero. Considerando il quadro qui descritto, l’eventuale effetto 
sull’occupazione in Italia sarebbe ridotto e diluito nel tempo. Occorre 
poi sottolineare che il numero di posti di lavoro creati dalla filiera 
rinnovabile, che è il futuro, è almeno quatto volte superiore a quello 
dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. Quest'ultima è per 
sua natura a bassa intensità di lavoro.
In questi ultimi 3-4 anni sono state perse decine di migliaia di posti 
di lavoro, a causa delle politiche miopi e vessatorie che hanno tagliato 
le gambe all’ascesa delle rinnovabili per favorire, ancora una volta, i 
combustibili fossili. Si tratta per lo più di aziende piccole e 
piccolissime che spesso non hanno voce, ma è stata una vera e propria 
ecatombe.
Anche in un Paese poco propenso a progettare il futuro come l’Italia 
bisognerà farsene una ragione: tutte le transizioni epocali innescano 
grandi ristrutturazioni industriali e occupazionali. La transizione 
energetica non farà certo eccezione.


Il Governo ascolta la comunità scientifica?
Attraverso un’esperienza di oltre 15 anni, posso dire che tutti i 
Governi, di qualsiasi colore, hanno sinora sistematicamente ignorato la 
voce della comunità scientifica sui temi dell’energia. Nell’ottobre 
2014, assieme ad alcuni colleghi di Università e centri di ricerca di 
Bologna abbiamo inviato una lettera al Governo, nella quale chiediamo di 
aprire un confronto sulla Strategia Energetica Nazionale. Nessuno ha 
avuto il garbo istituzionale di rivolgerci un cenno. Nella maggior parte 
dei Paesi avanzati esistono strumenti per far dialogare i diversi attori 
sociali portatori di conoscenze e interessi diversi (politici, 
scienziati, tecnici, cittadini).


Cosa perde e cosa guadagna l’Italia, limitando le estrazioni di idrocarburi?
Numeri alla mano, l’Italia perde davvero poco. D’altro canto, 
privilegiando lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili – 
manifatturiero e conoscenza – ne guadagnerebbe enormemente in termini di 
innovazione e posti di lavoro, di qualità della vita delle persone, di 
rispetto degli impegni internazionali. Penso poi che la promozione del 
turismo, del cibo e dell’agricoltura di qualità siano valori 
inestimabili che non dobbiamo mettere a rischio per nessuna ragione. 
Tanto meno per estrarre quantità residuali di idrocarburi, 
sostanzialmente regalate ad alcune grandi aziende energetiche.


È possibile far funzionare la civiltà moderna solo a energia rinnovabile?
Non solo è possibile, ma è anche un’opzione senza alternative. I 
combustibili fossili inquinano e compromettono il clima. L’unica 
possibilità di sopravvivenza per la nostra civiltà è passare nel più 
breve tempo possibile all’uso dell’unica fonte energetica illimitata di 
cui disponiamo, il Sole. Senza però dimenticare che solo utilizzando in 
modo oculato le (limitate) risorse naturali a nostra disposizione 
(metalli, acqua dolce, biomasse, ecc.) saremo in grado di fabbricare i 
convertitori e gli accumulatori di energia solare che ci servono.
Sarà una sfida molto complessa, ma non impossibile.


L’Italia a che punto è?
Se avete in casa una bolletta elettrica di qualche anno fa, 
confrontatela con quella di oggi. Nell’ultima pagina troverete i dati 
delle fonti primarie utilizzate per produrre elettricità in Italia. 
Vedrete che nel 2008 il 48% era ottenuto bruciando gas, mentre le 
rinnovabili contribuivano con il 27%. Oggi la situazione è quasi 
ribaltata, siamo 28 a 43. Quindi, non abbiamo bisogno di più gas, ma di 
meno gas.
Non c’è alcuna ragione al mondo per bloccare questo processo epocale.
Se non vogliamo farci rubare il futuro, il 17 aprile dobbiamo andare a 
votare.

E votare "Sì".

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