
di Angela Maltoni
"La memoria è determinante. È determinante perché io sono ricco di memorie e l’uomo che non ha memoria è un pover’uomo, perché essa dovrebbe arricchire la vita, dar diritto, far fare dei confronti, dar la possibilità di pensare ad errori o cose giuste fatte. Non si tratta di un esame di coscienza, ma di qualche cosa che va al di là, perché con la memoria si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita".
Mario Rigoni Stern
Nella società di oggi la scuola si trova costretta sempre più spesso a svolgere azioni educative che non rientrano appieno nella sfera di competenza degli insegnanti. Una genitorialità sempre più debole e attenta ai propri bisogni anziché a quelli dei propri figli, unita a una cronica mancanza di tempo che non agevola certo i momenti dedicati al dialogo si materializzano in una sorta di delega all’educazione e alla risoluzione dei problemi che per la scuola sta diventando un fardello gravoso da portare avanti soprattutto se le scelte sono divergenti e non condivise. La tendenza – e di questo talvolta si macchiano anche gli insegnanti – è quella di considerare i bambini come piccoli adulti fin dalla più tenera età, investendoli di responsabilità più grandi di loro.
Ci sono però situazioni ed eventi particolari che necessitano di un lavoro in team – insegnanti e genitori – ben concertato. Proprio in questi giorni molti dirigenti scolastici hanno invitato tutti i docenti, compresi quelli della scuola dell’infanzia, ad affrontare in classe lo spinoso e delicato tema della Shoah. Hanno chiesto, in pratica, di applicare la legge 211 del 20 luglio 2000, che all’articolo 2 recita: “In occasione del Giornata della memoria sono organizzate cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
Sono pienamente d’accordo
per quanto riguarda la scuola primaria – dove insegno – perché
penso che “ricordare” sia fondamentale, soprattutto quando bisogna cercare di rimediare alle brutture perpetrate dalla follia umana.
Al tempo stesso, tuttavia, sono altrettanto convinta che sia riduttivo concentrarsi su alcuni “giorni speciali” slegati dalla programmazione didattica, un po’ come accade per i Diritti dell’infanzia o per la Resistenza (su come e perché superare l'ossessione delle commemorazioni con il cinema leggi
Comunicare le passioni di Carlo Ridolfi, ndr). Il 27 gennaio – “Giornata della memoria” – secondo me bisognerebbe evitare, per la complessità del tema, di proporre attività estemporanee completamente avulse da ciò di cui si stava parlando il giorno prima.
Sarebbe invece interessante scegliere, in fase di progettazione annuale, di far diventare l’“Educazione alla cittadinanza” una consuetudine e non un’azione didattica a spot, legata a una sorta di “ricorrenza civile”
imposta dall’alto.
Il modo migliore perché una “buona pratica” di questo genere resti nel tempo è quello di “viverla” giorno per giorno attraverso il piacere di stare insieme in una classe che gradualmente diventa comunità. Ispirandosi anche a quanto riportato nell’articolo 2 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, dove si sottolinea: “L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace”.
Fin dalla prima, nelle mie classi – dove da diversi anni sto portando avanti unasperimentazione didattica con curricolo interculturale e plurilinguismo – cerco di far riflettere i bambini sui valori dei diritti umani, sulla “non discriminazione” e sul rispetto e la valorizzazione delle diversità e delle differenze. E ogni anno al tema dell’Olocausto – seppur in maniera graduale e interdisciplinare – riservo almeno un’intera settimana di programmazione. Non mi limito quindi a un solo giorno estemporaneo, perché ritengo che buona parte del lavoro educativo quotidiano debba essere speso per far crescere nei bambini una coscienza sociale che li porti ad accettare “naturalmente” la diversità come un valore e non come un ostacolo. Tutto questo è possibile con un’impostazione interdisciplinare attenta alle tematiche sociali e interculturali, accompagnata da un atteggiamento – il mio – accogliente e tollerante.
Riguardo al tema della Shoah, sono consapevole di quanto sia difficile descrivere le dimensioni della tragedia, l’enormità delle perdite umane e l’abisso dove l’uomo è riuscito a spingersi. Ogni anno la mia più grande preoccupazione è quella di riuscire a coinvolgere gli alunni senza traumatizzarli e – se ancora piccoli – senza procurare loro incubi notturni. Dico questo perché proprio lo scorso anno, in seconda, ho potuto toccare con mano quanto i bambini siano sensibili e impressionabili di fronte alla lettura di un libro, nel caso specifico “La portinaia Apollonia” di Lia Levi. Alcuni di loro si sono talmente immedesimati nel protagonista – Daniel, un bambino ebreo – da sognarlo la notte successiva prima di traslocare in lacrime nel lettone dei loro genitori.
È importante portare avanti certe proposte cercando però l’approccio più adeguato, utilizzando gli strumenti più adatti alla sensibilità e alle capacità cognitive dei bambini. Quelli, cioè, che servono ad alimentare la conoscenza e la competenza interpretativa. Come diceva il medico, pedagogista ed educatore polacco Janusz Korczak, morto nel campo di concentramento di Treblinka,
“occorre ricordarsi sempre che il bambino non è una caricatura dell’adulto”.
Non è possibile, a mio parere, pensare di coinvolgerlo in temi troppo duri senza partire da un’analisi di ciò che può comprendere, considerando che con il tempo e le nozioni storiche adatte arriverà a capire le dinamiche che hanno portato al genocidio. Ed è per questi motivi che di fronte a un invito che viene dall’alto – leggasi ministero e dirigenti scolastici – come educatore mi chiedo, riferendomi alla scuola dell’infanzia: a quale età è giusto iniziare a parlare di morte, persecuzione e razzismo? Secondo me si tratta di temi estremamente delicati, che vanno affrontati quando i bambini sono in grado di concepire la differenza tra bene e male, tra cose giuste e ingiuste. Con i più piccoli, su determinate tematiche, il ruolo dell’insegnante – un po’ come per i genitori – dovrebbe essere quello di dare risposte a domande che derivano dalla loro curiosità e dai loro vissuti personali. Se il mondo di un bambino di cinque anni è limitato al “qui e ora”, come riuscire a spiegargli che questi fatti, ricordati nella “Giornata della memoria”, sono avvenuti molti anni fa e che il mio “raccontare” cose lontane non è una favola ma una storia vera?
Per parlare di Olocausto bisogna parlare di guerra, e allora mi sorgono spontanee alcune domande: un bambino di cinque anni è in grado di capire chi è “cattivo” e chi no? Se passando davanti a un televisore acceso vede, anche distrattamente, scene cruente, siamo certi che sia in grado di distinguere tra fantasia e realtà? Non quella virtuale dei videogiochi, in cui l’eroe ha “molte” vite grazie alle quali può rialzarsi e continuare a combattere. Riesce in qualche modo a comprendere cosa sono i diritti di una persona? Penso che, a chiederglielo, una probabile risposta potrebbe essere: “Mangiare caramelle finché ne ho voglia”. Riesce a immaginare che un uomo possa perseguitare un suo simile per motivi razziali o culturali, arrivando a ucciderlo barbaramente? Mi chiedo anche se quelli tra loro che hanno vissuto la morte di un familiare – la scomparsa di un nonno “volato in cielo” – possano rendersi conto di come degli esseri umani, che nell’ancora ristretto immaginario personale potrebbero essere il papà o uno zio, siano stati in grado di “gasare” un bambino in tutto e per tutto identico a lui… E in che modo potrebbe interiorizzare una situazione così tragica, se non provando timore per gli adulti? Forse pensando che molti “grandi” sono “cattivi” e che magari un giorno qualcuno di questi potrebbe venire a prendere proprio lui e portarlo chissà dove? Oppure – situazione opposta – potrebbe simpatizzare proprio per i più forti, i “duri”, che notoriamente nei cartoni animati prevalgono sugli altri. Un’insegnante come può parlare dell’Olocausto, della persecuzione degli zingari o delle persone con handicap se in classe, seduti uno accanto all’altro, ci sono bimbi rom che vivono in una roulotte parcheggiata lungo il torrente e un bimbo tanto dolce che si regge a malapena sulle gambe sorretto da strani “aggeggi”?
Un’ultima domanda: attraverso la narrazione, così come si fa con i più grandi, si possono proporre anche ai piccoli alcuni argomenti particolarmente delicati?
I libri per l’infanzia dedicati alla Shoah sono tanti, tutti però rivolti ad una fascia d’età superiore ai sei/sette anni [alcuni suggerimenti di lettura possono essere tratti da questa mia ricerca bibliografica di qualche anno fa:
pdf]. Fa eccezione “La storia di Vera” di Gabriele Clima (Edizioni San Paolo), “consigliato” per il finale positivo ritenuto “adatto” ai piccoli di cinque anni pur raccontando la triste storia di una bambina portata in un campo “circondato da filo spinato” che sopporta oltre alla detenzione anche la morte della sorella maggiore.
A mio parere lasciamo i più piccoli sereni, senza che debbano per il momento riflettere sulle inevitabili brutture dell’umanità. Perché se parliamo della Shoah a un bimbo della scuola dell’infanzia che vive ancora nel suo piccolo mondo fatto di affetti familiari, di compagni e di giochi spensierati, dovremmo anche raccontargli dei terroristi dell’Isis, dei pedofili, delle stragi quotidiane di bambini in Siria, in Nigeria o in altre parti del mondo. Aggiungendo al nostro racconto che ci sono bambini come lui che muoiono ogni giorno per la fame, la sete e la mancanza di norme igieniche. E tutto questo, purtroppo, non è una favola…
* Maestra presso la scuola primaria D. Ferrero di Genova, si occupa di intercultura e di plurilinguismo e di progetti di promozione della lettura. È autrice di “Una scuola tante lingue. Lavorare in una classe multiculturale” (introduzione di Graziella Favaro, Junior-Mce, Biblioteca di lavoro dell’insegnante, Gennaio 2013) e del sito angelamaltoni.com
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