Quando il gioco non si arrestaby JLC |

di Anna Lisa Pecoriello
L'occasione per scrivere queste note viene dalla presentazione di un libro uscito di recente dal titolo “Il gioco non si arresta”, scritto da Viviana Petrucci e Laura Moretti con un contributo dell'antropologa Adriana Goni Mazzitelli. Le autrici sono ricercatrici e attiviste di CantieriComuni, una delle associazioni che fanno parte della Rete Slurp (Rete per gli Spazi Ludici Urbani a Responsabilità Partecipata). Slurp si occupa della promozione in Italia delle pratiche ludiche in ambiente urbano attraverso azioni di “guerrilla ludica” che riportano l'attenzione sul gioco nello spazio pubblico come fondamentale elemento del diritto alla città.
La scomparsa delle forme di gioco libero nella città è uno dei fenomeni più evidenti di quel silenzioso processo di segregazione e controllo dell'infanzia, che ha preso avvio nella modernità e ha avuto un'accelerazione dal secondo dopoguerra in poi, con la specializzazione dello spazio pubblico e la sua normazione attraverso le pratiche educative e di pianificazione. I bambini e quindi il gioco, cioè la pratica attraverso la quale si relazionano con il mondo e sperimentano le proprie capacità e competenze, hanno perso la città per guadagnarsi quella sorta di “riserva indiana” che sono i playground, cioè spazi segregati, attrezzati con giochi standardizzati, caratterizzati dall'orizzontalità che favorisce il controllo, che hanno la funzione principale di togliere i bambini dallo spazio pubblico per non intralciare, con le loro pratiche anarchiche e di "detournement", gli usi normati da adulti e pianificatori asserviti alle logiche economiche e produttive.
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Negli anni Settanta il libro di Colin Ward The child in the city mette per primo a fuoco questa realtà e comincia a sviluppare un filone di pensiero sull'infanzia e la città molto rivoluzionario che vede le prime sperimentazioni di aree di gioco pedagogicamente orientate, come i campi gioco di avventura e autocostruizone, spazi paradossali dove i bambini possono ritrovare, anche solo in uno spazio limitato, la libertà di trasformare lo spazio, di creare i propri giochi, di affermare il diritto alla propria esistenza e irriducibile diversità.

In quegli anni la dimensione conflittuale del rapporto tra i bambini e la città era ben chiara. Negli anni Novanta questo tema viene ripreso da molti studiosi attraverso importanti sperimentazioni pedagogiche, come quelle di Francesco Tonucci della “Città dei Bambini”, che ottiene una grande popolarità presso le amministrazioni soprattutto grazie alla legge 285/97 sulla promozione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza o al premio “Le città sostenibili delle bambine e dei bambini”, con l'effetto indesiderato di diffondere in modo acritico un tema dal forte appeal mediatico, ma di scarsa efficacia trasformativa. La lunga stagione di politiche di immagine sulla pelle dei bambini non ha affrontato i nodi che sono alla base della questione, cioè l'autonomia - quindi la costruzione sociale dell'idea di infanzia - e la pianificazione e le normative a riguardo.
Il libro “Il gioco non si arresta” ci aiuta a rimettere a fuoco la questione nel modo giusto, evidenzianodo la vera partita in gioco e proponendo un approccio creativo e allo stesso temopo molto radicale nei contenuti, che invita ad attivare e sostenere un agire politico che si assuma la responsabilità della qualità di vita in città e che tenga realmente in considerazione la potenzialità trasformativa di una pratica che prende come parametro di riferimento i bambini per il benessere collettivo.
Un grande merito del libro è di ricontestualizzatre queste pratiche nella contemporaneità, rileggendo il contesto sociale e la fase storica all'interno della quale si collocano, cioè una società in rapida trasformazione, globalizzata, colpita dalla crisi e dall'aumento della povertà, da imponenti flussi migratori che richiederebbero uno sforzo di accoglienza dei servizi che sono invece in sofferenza per i continui attacchi al welfare, nella quale la distanza tra cittadini e amministrazione pubblica si è trasformata in un baratro e predomina una sensazione diffusa di impossibilità di incidere sulle scelte politiche. In questo contesto sociale si inseriscono con sempre maggior forza e urgenza le pratiche educative e partecipative descritte nel libro, che sole sono in grado di ricostruire contesti di dialogo e cooperazione tra gli abitanti dei territori, laddove la percezione dell’interesse generale e le azioni di rivendicazioni dei diritti democratici si sono indebolite.
Roma è il teatro di queste sperimentazioni, una città dove la forza dei movimenti non si è mai lasciata intimidire dalle trame del potere, ma che sta vivendo in modo particolarmente forte la transizione in atto. I luoghi della sperimentazione sono molteplici, dal centro alle periferie: il Rione Monti, il quartiere Appio Tuscolano, Valco San Paolo, Centocelle... Per ognuna di esse sono state messe in campo un set di metodologie originali, un approccio multidisciplinare che, partendo dai principi dell'educazione attiva e non violenta, diventa azione politica sulla città e pratica di trasformazione diretta attraverso la pianificazione condivisa e l'autocostruzione come strumenti per ricreare comunità e un immaginario etico ed estetico condiviso sulla città, a partire dai bambini e dal gioco come metafore della condizione perduta da tutti di appartenenza ai luoghi e alla città.
Come dicono le autrici:
“La posta in gioco è la città. Se il gioco si arresta, il rischio è perderne il diritto”.
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