Zona cuscinetto sul confine siriano: intesa Usa-Turchia per isolare l’Isis
Fermerà l’arrivo di “foreign fighters” e sarà controllata dai ribelli filo-occidentali
AFP
Un militare turco a un check point a Diyarbakir, zona di passaggio per i miliziani che si uniscono all’Isis
28/07/2015
PAOLO MASTROLILLI
Stati Uniti e Turchia hanno raggiunto un accordo per creare una zona cuscinetto lungo 60 miglia di territorio al confine con la Siria, libera dalla presenza dell’Isis. Lo scrive il «New York Times», rivelando una nuova svolta strategica nelle relazioni tra Washington e Ankara, che potrebbe avere un effetto determinante tanto nella lotta contro lo Stato islamico, quanto in quella contro il regime di Assad.
Collaborazione a tre
Secondo quanto fonti dell’amministrazione Obama hanno riferito al giornale, la «safe zone» verrebbe creata attraverso una collaborazione tra le forze americane, quelle turche, e i gruppi di opposizione presenti sul terreno che combattono tanto Damasco, quanto il Califfato. Gli Stati Uniti fornirebbero il supporto aereo, usando anche la base di Incirlik, appena concessa da Ankara. I turchi collaborerebbero a questi raid, metterebbero a disposizione l’artiglieria di terra per bombardare le posizioni dell’Isis da dietro i propri confini, e soprattutto sigillerebbero finalmente la frontiera, impedendo così ai militanti stranieri di unirsi alle forze dello Stato Islamico. Sul terreno, invece, lo spazio liberato verrebbe occupato da questi gruppi dell’opposizione moderata, che dovrebbero gestirlo tenendone fuori i terroristi fedeli ad al Baghdadi. Questa area verrebbe quindi riservata anche per ospitare i profughi.
L’operazione potrebbe risultare fatale per il Califfato, perché lo isolerebbe e chiuderebbe una via di passaggio che finora è stata decisiva per la sua crescita. Diversi dettagli operativi, però, devono ancora essere definiti.
Il primo è la profondità della zona cuscinetto all’interno del territorio siriano. Secondo i desideri dei turchi dovrebbe essere di almeno 25 miglia (40 chilometri), e quindi occupare città come Dabiq, Manbij e al Bab, che hanno un grande valore strategico e simbolico per l’ideologia apocalittica dell’Isis.
Pressing per la no fly zone
Il secondo è la creazione di una «no fy zone». In teoria non sarebbe prevista, perché gli aerei siriani non verrebbero presi di mira da quelli americani e turchi, ma Ankara e i gruppi di opposizione la vogliono, proprio per usare questa operazione anche per indebolire Damasco. Cosa succederà, quindi, quando i caccia della coalizione incontreranno quelli del governo siriano? E se gli elicotteri di Assad colpiranno postazioni di gruppi considerati alleati di Ankara, oppure quelle degli oppositori moderati amici di Washington, come reagiranno i piloti americani? E se gli aerei turchi approfitteranno della situazione per attaccare le formazioni curde, che combattono l’Isis, ma sono viste come ostili da Erdogan?
L’incognita Assad
Il terzo problema, infatti, è lo scopo ultimo dell’operazione. Gli Usa la vedono come una iniziativa finalizzata a debellare il Califfato, ma per Ankara e i gruppi di opposizione deve servire anche a far cadere Assad, cosa che Washington al momento non vuole per non creare un vuoto di potere pericoloso nell’intera Siria.
Nessun commento:
Posta un commento