giovedì 21 aprile 2016

ripensare Cristo

GESÙ VERO UOMO E VERO EBREO
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Gli ebrei che indagano sulla fede e la figura di Gesù possono aiutare i cristiani a ridisegnare la loro immagine di Gesù
(Alfredo Berlendis) A Seelisberg, in Svizzera, si svolse, nel 1947, un importante incontro internazionale tra personalità ebraiche e cristiane. Tema dell’incontro di Seelisberg fu il problema dell’antisemitismo. In quella occasione fu elaborato un documento in dieci punti.
Un fondamentale contributo alla stesura del documento lo diede lo studioso ebreo Jules Isaac, autore di Gesù e Israele. Il secondo punto del documento di Seelisberg recitava: “Gesù è nato da una madre ebrea della razza di Davide e del popolo d’Israele ed il suo amore eterno ed il suo perdono abbracciano il suo popolo ed il mondo intero”. Il terzo diceva: “I primi discepoli, gli apostoli ed i primi martiri erano ebrei”.
L’ebraicità di Gesù
L’attenzione all’ebraicità di Gesù era stata già indicata da Martin Lutero nel 1523, nello scritto Gesù Cristo è nato ebreo, che apprezzava l’ebraicità del nazareno esortando alla missione verso gli ebrei. Più tardi, nel 1542, Lutero mutò il proprio atteggiamento e scrisse Degli ebrei e delle loro menzogne, uno scritto decisamente antiebraico.
La pubblicistica ebraica moderna sul personaggio Gesù data dai primi decenni del ‘900. A partire da quella data inizia una rinnovata riflessione sul suo essere ebreo e sulle conseguenze che questo ha per la valutazione ebraica, per la teologia cristiana e per i rapporti tra ebrei e cristiani.
La riflessione moderna
Joseph Klausner inaugurò la riflessione del ‘900 su Gesù con l’opera Gesù di Nazareth, pubblicata in ebraico nel 1922 e poi tradotta in varie lingue. Seguirono le ricerche del filosofo ebreo Martin Buber sulla fede ebraica e cristiana (Zwei Glaubensweisen, Zurigo, 1950, nella quale si indica una differenza di concezione della fede tra Gesù e Paolo, un passaggio dall’ebraicità alla grecità), di Paul Winter (Sul processo di Gesù, 1961), di David Flusser (Jesus, 1968), di Pinchas Lapide (Il rabbi di Nazareth, 1974) e di Riccardo Calimani (Gesù ebreo, 1990, di recente ristampato).
Le tesi di Shalom Ben-ChorinShalom Ben Chorin pubblicò, in tedesco, nel 1967, Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno. Le tesi sostenute nel libro sono riconducibili ai contributi del Klausner e di altri autori che abbiamo citato. Ben Chorin esprime tutta la sua simpatia al personaggio Gesù, che può essere ben compreso proprio da chi ha una fede ed una cultura ebraica. Nella postfazione Ben Chorin dichiara di essersi trovato, leggendo il vangelo, nel suo terreno. È la fede ebraica che vive in Gesù, è la vicenda dell’ebreo perseguitato ed ucciso, quella della sua vita, il suo richiamo al Regno di Dio è la costante della predicazione della Parola di Dio rivolta ad Israele. Gesù è un profeta come Elia ed Eliseo, un maestro della legge come i tannaiti (maestri ebrei dei primi secoli dell’era cristiana, che insegnavano con le parabole e con l’interpretazione dei testi canonici). Un maestro particolare, che sceglie di indirizzarsi agli incolti, agli am ha-arez, il popolo della terra o del paese che era disprezzato dai dottori della legge. Gesù è collocabile nella linea della scuola farisaica di Hillel, non rigorista ed esaltante l’amore quale centro della legge.
Ebrei e cristiani
Ciò che unisce ebrei e cristiani è la fede di Gesù non la fede in Gesù. Insomma la fede nel Cristo del dogma, elaborato concettualmente e linguisticamente nel pensiero greco, la fede nel Cristo-Dio e nella sua rappresentazione trinitaria, scavano un fossato tra il Gesù-ebreo della storia e il Signore del mito proposto dall’iconografia cristiana.
Troviamo, nell’analisi ebraica, i dibattiti che hanno attraversato anche l’esegesi cristiana di questi decenni. Si veda, ad esempio, la discussione sulla verginità di Maria, non collegabile alla profezia di Isaia 7, 14, ove si parla di una “giovane donna” (‘alma) e non di una “vergine” (bethulah).
Gesù sposato?
Varie sono le letture del personaggio Gesù che, dogma a parte, divergono dalla immagine che i cristiani hanno tramandato. Così non mancano sorprese circa il rapporto del nazareno con le donne (Fratello Gesù, pp. 162-174).
Possiamo imparare nuovi significati dei brani evangelici, apprezzare meglio la vastità della sensibilità di Gesù e ricevere, forse come una sfida per la nostra visione tradizionale, l’idea di Ben Chorin che Gesù, come ogni maestro, fosse sposato. Sia ciò accertabile o meno, resta vero che l’ascetismo cristiano che portò all’esaltazione della castità e alla misoginia non ha alcun retroterra nella cultura ebraica, né nella persona o insegnamento del rabbi di Galilea.
Gesù e Qumran
Molto interessanti gli accenni di Ben Chorin ai rapporti con Qumrân, ove visse il gruppo degli Esseni, comunità ebraica i cui testi, riscoperti dal 1947, mostrano una interessante “parentela” con quelli del Nuovo Testamento. L’interprete ebreo del vangelo ci guida verso una comprensione della Cena del Signore come cena pasquale ebraica, con elementi propri di Gesù, ma non orientati affatto verso la concezione eucaristica che una filosofica dogmatica cristiana ci ha consegnato.
Gli ebrei che indagano sulla fede e la figura di Gesù, possono ben aiutare i cristiani a ripensare e ridisegnare la loro immagine di Gesù, che sarà tanto più correttamente descritta e comunicata, quanto più sarà radicata nella fede di tutta la Bibbia (Alfredo Berlendis, teologo evangelico valdese).

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