martedì 28 luglio 2015

NO al caporalato in agricoltura

Nuovi schiavi, il consumatore può salvarli

Le indagini sono ancora in corso per cui non è il caso di trarre conclusioni, ma quel che è certo è che la storia di Mohammed Abdullah, il cittadino sudanese morto qualche giorno fa nelle campagne della Puglia mentre lavorava alla raccolta dei pomodori, è l’ennesimo campanello di allarme a indicarci che qualcosa non va. Troppe persone nelle nostre campagne lavorano in condizione al limite dell’umano. Tutto questo per garantire prezzi sempre più competitivi e guadagni a intermediari senza scrupolo. E’ evidente che qualcosa non va nel nostro sistema produttivo.
Già, perché il caso di Nardò non è certo un caso isolato, e la piaga del caporalato in agricoltura non ha confini regionali o di coltivazione (lo testimoniano i casi dell’inchiesta sui lavoratori nelle vigne piemontesi, su quelli impiegati nella raccolta dei meloni nel mantovano o degli agrumi in Calabria e Sicilia, delle mele in Trentino o Piemonte e così via).
Questi, che non sono episodi isolati, dovrebbero portarci a comprendere che il problema affonda le sue radici in profondità, non solo nella smania di qualcuno di fare più soldi o di farli più in fretta.
Le cause ultime di uno sfruttamento del lavoro così difficile da debellare e da estirpare risiedono proprio nel fatto che il modello di competitività imposto dal libero mercato anche all’agricoltura non è compatibile fino in fondo con il pieno rispetto di tutti gli attori della filiera. Questa amara presa di coscienza non deve però lasciarci passivi o rassegnati. I consumatori possono avere un ruolo positivo, seppur non pienamente risolutivo. Ancora una volta l’informazione è l’arma principale per operare scelte consapevoli e per cercare di non premiare proprio quelle realtà che sono ad alto rischio di sfruttamento del lavoro. E poi urge un cambio di mentalità nient’affatto facile: trovare una bottiglia di vino a un euro o una di passata di pomodoro a 0,60 dovrebbe farci venire voglia di saperne di più e non farci esultare per la possibilità di risparmiare qualcosa sulla spesa.
Di Rinaldo Rava
Tratto dalla rubrica Sostiene Slow Food, La Stampa, 26-07-2015

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