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di Robin Morgan*
Ci siamo già passati. E, tragicamente, ci passeremo ancora. E ancora. Gli altari sui marciapiedi, le candele, i fiori, le persone in lutto, la rabbia. Gli assalti dello “Stato Islamico”, o Daesh come lo chiamano gli arabi, contro Beirut, contro le linee aeree russe, contro Parigi, provano che l’IS ha più gente – decine di migliaia di soldati – e scopi maggiori e portata più ampia di quanto si pensasse.
Perciò i prevedibili tentativi di analisi sono proposti di nuovo e girano in tondo: perché uomini giovani sono così attratti da questa setta super violenta – ma non è una setta. “È il sogno di un passato glorificato e mitizzato nella reinstallazione del califfato. Per un uomo povero è salario, niente di più. Cibo. Pane. Come pure il senso di valere qualcosa, dicombattere per una causa più grande e naturalmente, se è religioso, la ricompensa del martirio”.
Ma, chiede la gente, perché quelli che sono meglio istruiti? Come possono coloro che hanno retroscena di classe media, o persino medio-alta, andare a unirsi all’IS? “Anche loro lo fanno per ragioni religiose, per i sogni del passato di gloria e per le aspettative disattese, perché anche se istruiti non trovano lavoro. E, ovviamente, il premio: la promessa di schiave femmine è un enorme allettamento”.
Sino a che non andremo oltre tali analisi superficiali, continueremo a ripetere e ripetere questo scenario tragico. Perché il terrorista è la logica incarnazione delle politiche patriarcali in un mondo tecnologico.
Il terrorista è il figlio che mette in pratica ciò che il padre (che ha il potere) ha sempre fatto reclamando di trovare in ciò la propria identità. Per cui il figlio lo imita. E come al solito, con una paterna mistura di orgoglio e allarme, il padre lo disereda o lo riconosce, a seconda di quanto da vicino il figlio ha seguito o no i suoi passi. Lo potete sentire nelle prediche e nelle pratiche del padre: per l’amministrazione Reagan negli Usa, i contras del Nicaragua erano combattenti per la libertà, non terroristi, e le squadre della morte del generale Pinochet in Cile erano poliziotti, non terroristi. Invece i militanti neri sudafricani che combattevano l’apartheid e i gruppi paramilitari palestinesi che combattevano l’occupazione – quelli erano terroristi. Per l’Unione Sovietica, d’altra parte, l’esercito popolare in Salvador era una forza rivoluzionaria insorgente, mentre la resistenza popolare afghana era un fenomeno terrorista. Molto ironico, sì.
Il misticismo terrorista è il fratello gemello del misticismo della mascolinità e il padre mitico di entrambi è l’Eroe. Il terrorista ha carisma perché è la manifestazione dell’Eroe nell’era tecnologica, e questa è la democratizzazione della violenza, perché ora qualsiasi uomo può essere un eroe. È il trionfante eroe che vince la sua rivoluzione e si sposta nel palazzo presidenziale: George Washington e Mao Tse-tung, Fidel Castro e Anwar Sadat e Menachem Begin. Ed è l’eroe martirizzato che perde e viene distrutto: Spartaco, Cavallo Pazzo, Zapata, Patrice Lumumba, Che Guevara – e naturalmente c’è il martirio promesso dal fondamentalismo islamico
Senza la propaganda del mito dell’eroe, l’omicidio è un affare sordido. Però con il mito dell’eroe, ogni atto di violenza è reso non solo possibile, ma inevitabile. Lo stupratore è trasformato in seduttore, il tiranno governa per diritto divino e il terrorista ricostituisce l’Eroe. Guardatelo. Eccolo là, giovane, snello, vestito tutto di nero, il viso in ombra o mascherato da un passamontagna, i suoi gesti svelti ed economizzati come quelli di un predatore. Non solo il suo corpo regge i magici attrezzi della morte, ma è lui stesso un magico attrezzo di morte. Il suo impegno è totale. È un fanatico della dedizione, una mistura di impetuosità e disciplina. È disperato e perciò vulnerabile, è completamente a rischio e perciò coraggioso, è un idealista però temprato e, più di tutto, è qualcuno del tutto assorbito da una passione.
Ma la sua passione è la morte. Lui è quel che passa per “mascolinità”. Nel fatto che cerca (o rischia) un nobile annichilimento, e nel fatto che minaccia (o promette) lo stesso ad altri, lui in effetti ci magnetizza. Ci affascina come un avatar del potere.
Noi riconosciamo che si tratta di un potere insano. Riconosciamo meno ciò che si trova dietro il suo passamontagna. Quel che c’è dietro lo abbiamo invocato per generazioni, è l’erotizzazione della violenza: il Demone Amante.
Quel che c’è dietro è l’uomo-guida della cultura popolare dell’intrattenimento, l’eroe di milioni di persone, Lone Ranger, Zorro, tutti gli eroi mascherati dei fumetti, l’abbandono spersonalizzato del martedì grasso, il carnevale, il ballo mascherato, lo smargiasso, il bandito, il pirata, il temerario, il principe-rospo, la Bestia che minaccia la Bella; i costumi, le uniformi, i travestimenti indossati dagli uomini della chiesa e dagli uomini dell’esercito, come Virginia Woolf nota ne “Le Tre Ghinee”, e dagli uomini delle corporazioni con le loro proprie divise, e dai radicali all’ultima moda o dai capitribù. L’Eroe si traveste e i vestiti dell’Imperatore furono tagliati dallo stesso sarto – e per lo stesso scopo.
Ma queste sono sciocchezze, potreste pensare: il terrorista è un uomo che indossa un passamontagna o una calza sul viso perché non vuole essere identificato; semplicemente non vuole che chiunque sappia chi lui è, tutto qui. Ed è esattamente quel che dico io.
* Femminista, scrittrice e conduttrice radiofonica. Questo articolo, scritto per Women’s Media Center - dove è apparso con il titolo “On the Terrorist Mystique” -, è stato scelto e tradotto da Maria G. Di Rienzo, femminista, giornalista e regista di teatro, autrice del blog ).DA LEGGERE
Cosa lega terrorismo e guerre? La tendenza maschile alla violenza
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venerdì 4 dicembre 2015
mistica del terrorismo
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