sabato 27 giugno 2015

cambiare il mondo in una fattoria

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Cambiare il mondo in una fattoria

by JLC
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di Claudia Fanti*
C'era una volta, alle porte di Firenze, una splendida fattoria in stato di abbandono - duecento ettari di vigneti, uliveti, pascoli e boschi con tanto di villa rinascimentale -, messa in vendita, o in svendita, a causa dell'enorme debito accumulato dalla società che l'aveva in gestione, di proprietà della Provincia di Firenze (la Mondeggi s.r.l., in liquidazione). Una storia che sarebbe uguale a innumerevoli altre, in questa Italia inspiegabilmente in guerra contro la propria bellezza e le proprie risorse, se non fosse per un inatteso colpo d’ala: quello della “custodia popolare”, un'interessante sperimentazione condotta dal Comitato Mondeggi Bene Comune – La Fattoria senza padroni (tbcfirenzemondeggi.noblogs.org), costituitosi nel novembre del 2013 con l'obiettivo di restituire alla comunità locale uno spazio di inestimabile valore, sottraendolo a un'ennesima operazione speculativa e riportandolo in vita attraverso un'agricoltura contadina a bassa meccanizzazione, sostenibile e naturale, e una gestione comunitaria della terra, “senza padroni”, appunto.
A un anno dal primo insediamento del presidio contadino sulla terra di Mondeggi, è già tempo di un primo bilancio di ciò che è stato fatto (coltivazione di varietà antiche di grano, patate, alberi da frutto, orto, olivi e vigneti, allevamento ovi-caprino e di galline ovaiole, apicoltura, produzioni erboristiche) e di ciò che dovrà esser fatto - per fermare il degrado, per costruire una comunità territoriale, per realizzare il “bene comune” -, delle speranze e dei progetti legati a questa fattoria «eletta a paradigma di ciò che poteva essere e non è stato, per convertirla in ciò che potrebbe essere e che vogliamo diventi». Perché, spiega il Comitato, occorre alzare la posta rispetto agli interventi “clandestini” di cura e manutenzione del territorio agricolo finora realizzati, mirando «all'insediamento sul territorio di una presenza che lo sappia gestire e valorizzare, amare e difendere». Del resto, come si legge nell'“Appello in sostegno all'esperienza di Mondeggi Bene Comune, contro la vendita della fattoria”, «quanto sia imprescindibile riprodurre e conservare con rispetto le risorse che utilizziamo, lo gridano le terre di mezza Italia, cementificate o inquinate irreparabilmente o, ancora, abbandonate perché in grado di produrre “solo”cibo e non profitto, e lo affermano i cittadini che alla custodia di questo patrimonio sono interessati per motivi anche diversi tra loro, accomunati però da una visione di fondo condivisa».
Non è dato sapere se questa storia avrà un lieto fine - l'assenza di risposte da parte delle istituzioni non lascia presagire nulla di buono -, ma intanto quella che una volta era «soltanto un'azienda agricola dalla gestione industriale» oggi è abitata e vissuta, e decisa a instaurare e consolidare legami nuovi tra la terra e la comunità che la vive e la abita, in un progetto, condiviso a livello nazionale con altre realtà dello stesso tipo (come per esempio la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio, ex fabbrica recuperata e autogestita), mirato a creare, evidenzia l'Appello, «interazioni che sappiano oltrepassare la dicotomia produttore-consumatore», «creando filiere complete, in grado di soddisfare i bisogni e dicostruire processi di autodeterminazione alimentare e sociale del territorio, indipendenti da logiche di profitto indiscriminato e di sfruttamento».
Da qui l'appello rivolto dal Comitato Mondeggi Bene Comune a esercitare una pressione sulla pubblica amministrazione affinché abbandoni ogni progetto di alienazione e riprenda «il dialogo col Comitato, interrotto mesi addietro, con la determinazione necessaria a raggiungere un accordo che funga da esempio, a livello nazionale, di gestione partecipata di un bene pubblico».
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Vi proponiamo un commento di Giovanni Pandolfini, contadino e attivista di Genuino Clandestino legato all'esperienza di Mondeggi, a cui abbiamo chiesto di fare il punto sul progetto della “Fattoria senza padroni”.

Ricordi e pensieri da Mondeggi
di Giovanni Pandolfini
La rete di Genuino Clandestino si sta occupando da diversi anni, sempre in un’ottica di sostegno all'agricoltura contadina naturale, delle difficoltà legate all'accesso alla terra. A livello mondiale si sta osservando una sempre più intensa corsa all'accaparramento delle terre da parte di imprese multinazionali, governi stranieri e nuovi attori finanziari pubblici e privati. Sempre di più, nel prossimo futuro, la “risorsa cibo” risulterà strategica per consentire o consolidare profitti, speculazioni e potere. La terra viene quindi vista come una risorsa di cui impossessarsi e assumere il controllo il più velocemente possibile.
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Nei nostri territori, dove la terra è ormai di fatto quasi del tutto sottratta all'utilizzo delle comunità locali - sempre più depredate della propria autodeterminazione - e messa al servizio di speculazioni varie (comprese quelle di una agricoltura industriale gestita dalla Grande Distribuzione Organizzata), l’intero tessuto socio-culturale, compresa l'identità stessa del territorio, è fortemente messo a repentaglio.
Uno degli ultimi atti dell'ultimo governo Berlusconi, poi recepito dal successivo governo Monti e di seguito fino a oggi, è stato il cosiddetto decreto “Salva Italia” (incredibile ma vero) che, all'art. 66 prevede, tra le altre cose, la vendita e quindi la privatizzazione dei terreni a vocazione agricola di proprietà degli enti pubblici, al dichiarato scopo di contribuire all'abbattimento del debito pubblico. L'ennesimo tentativo di imporre le logiche del mercato e del profitto per pochi a scapito della gestione collettiva dei beni comuni.
In questo contesto, circa tre anni fa, il gruppo di contadini e contadine aderenti alla rete di Genuino Clandestino, insieme ad alcuni rappresentanti della rete dei Gas, diede vita, nel nostro territorio, a una serie di iniziative di sensibilizzazione riguardo alle tematiche descritte, entrando in contatto con alcuni centri sociali e collettivi universitari dell'area fiorentina. Ed è così che nacque l'idea di trasformare la lotta contro la vendita delle terre pubbliche in qualcosa di propositivo che potesse mettere in gioco le nostre vite.
Da un lato, la disoccupazione, specialmente giovanile, e la crisi della dimensione comunitaria che vede l'individuo sempre più isolato e senza ideali, senza radici e senza identità, senza fantasia e senza prospettive, privato della propria libertà e autodeterminazione, costretto a una vita modellata da un sistema iniquo e immorale, neanche più in grado di offrire una parvenza di “buon vivere”. Dall'altro, la trascuratezza e l'abbandono di grandi porzioni di territorio di proprietà pubblica, condannate all'incuria da un susseguirsi di amministratori preoccupati solo di difendere le proprie poltrone, attraverso una gestione clientelare del bene comune, e oggi impegnati a dirci candidamente che ormai la privatizzazione è l'unica via possibile.
Il recupero di una cultura millenaria
L'idea di opporsi alla vendita di questi terreni rivendicandoli come un bene comune, proponendo un percorso che riscatti la loro funzione sociale, in termini di produzione di cibo e di relazioni umane e non di profitto, ha dato vita a un'esperienza che si sta rivelando di importanza enorme.
Abbiamo iniziato, cioè, a pensare in termini di rivendicazione del diritto all'accesso alle risorse terra, cibo, acqua e aria come elementi indispensabili alla vita umana e quindi non mercificabili, a partire dalle terre che già sono di proprietà della collettività e che per di più versano in stato di abbandono. E da una prima indagine e mappatura dei terreni pubblici in vendita o in stato di abbandono nel nostro territorio è subito emersa la fattoria di Mondeggi, di proprietà della Provincia di Firenze. Ed è su questa terra che, per iniziativa del “Comitato Terra bene comune” di Firenze, è nata l'esperienza “Mondeggi Bene Comune - Fattoria Senza Padroni” (MBCFSP).
Sembrandoci fin dall'inizio evidente il fatto che stessimo percorrendo sentieri completamente nuovi, abbiamo immediatamente concordato sul carattere sperimentale di questa esperienza. E due aspetti hanno occupat subito la scena.
Il primo è stato quello di mettere in primo piano l'utilizzo della terra come fonte di cibo e di relazioni umane, e questo nel completo rispetto dell'ambiente. La terra non appartiene a nessuno ed è nostro dovere lasciarla alle generazioni future così come noi l'abbiamo trovata. Anzi, nel caso nostro, dobbiamo addirittura rimediare agli errori commessi in un passato di utilizzo industriale e predatorio tipico dell'agribusiness. Dobbiamo invertire completamente la modalità di gestione che abbiamo studiato e praticato finora e che il sistema, sia a livello culturale che attraverso leggi e regolamenti, ci spinge a esercitare. Giustizia e legalità seguono strade incompatibili: o si sceglie l'una o si sceglie l'altra. Da qui, i principi di agroecologia, l'eliminazione totale dell'uso della chimica di sintesi, la meccanizzazione ridotta al minimo indispensabile - secondo il principio generale che le macchine devono aiutare il contadino nei campi e non sostituirlo -, un'estrema cura e parsimonia nell'utilizzo di risorse non illimitate come l'acqua e l'energia e invece l'impiego illimitato di risorse come la fantasia, la creatività e le proprie braccia, motori di relazioni, di vero benessere e di intelligenza. In sintesi, agricoltura contadina e ricostituzione di una comunità viva, legata alla terra, alle proprie risorse e al proprio cibo. In pratica, il recupero della cultura millenaria con cui l'essere umano è riuscito sempre a cavarsela, malgrado disponesse di conoscenze più limitate rispetto ad ora e nonostante la presenza e l'oppressione del “padrone” (in tutte le accezioni possibili del termine).
Ed ecco il secondo aspetto (secondo non per importanza) su cui si basa la sperimentazione di MBCFSP: la ricerca, non facile, di un esercizio di democrazia vera, partecipativa, in cui i rapporti fra le persone siano caratterizzati da un'assenza completa di strutture piramidali, attraverso un'assemblea aperta a tutti, unico organo sovrano in cui si decide esercitando il metodo del consenso. Mai, in quasi due anni di esperienza, abbiamo preso decisioni, anche di grande importanza, senza darci il tempo di discutere ogni particolare, e sempre rinunciando a imporre il volere della maggioranza. Esistono poi sottogruppi, anche creati all'occorrenza, che, su mandato dell'assemblea plenaria, svolgono compiti specifici, temporanei o fissi, tenendosi però in rapporto continuo di comunicazione con la stessa.
Uno dei primi passi è stato quello di dotarci di una carta. Una bussola con cui orientarci in qualsiasi momento. La “Carta dei principi e degli intenti” è il frutto di un lungo lavoro assembleare durato diversi mesi ed è stata discussa e approvata da tutti. A volte è utile anche solo rileggerla. Fin dall'inizio, questo lavoro intellettuale è parso utile e necessario, ma è del tutto insufficiente se non viene accompagnato da una sperimentazione fatta di mani nella terra, subito, anche con l'intento di fermare il degrado. Ed è ovvio che, in qualsiasi forma riusciremo ad organizzare il lavoro contadino anche in futuro, non sarà mai attraverso relazioni di lavoro subordinato.
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Basta deleghe
Si tratta di sostituirci, come cittadini attivi e critici, alla palese incapacità dell'ente pubblico di agire nell'interesse del bene comune, stanchi di poter solamente delegare e aspettare. Ma andando avanti in questa sperimentazione, ci siamo trovati in rotta di collisione con le istituzioni. Pur essendo la nostra una lotta pacifica, risulta sempre più inevitabile aprire una vertenza di tipo conflittuale con istituzioni ostinatamente chiuse alle richieste di attenzione e considerazione di una parte sempre più corposa della cittadinanza attiva. Una conflittualità che si traduce in azioni pacifiche anche se “illegali”, di resistenza e mai di “offesa” nei confronti di cose e persone. Mai come in questa esperienza si evidenzia come legalità e giustizia abbiano imboccato due strade molto diverse.
Dopo una primissima fase di incontri formali e informali con la pubblica amministrazione proprietaria della fattoria di Mondeggi, è stato subito evidente lo scarso interesse nei confronti del nostro progetto. Cercavamo una strada possibile da percorrere affinché si potesse, anche per un periodo limitato, disporre legalmente dell'uso della fattoria o di parte di essa. Ma non abbiamo ottenuto nessun risultato. Presidenti, sindaci, assessori e consiglieri regionali, provinciali e comunali hanno più o meno concordato con noi sulla bellezza del progetto che andavamo via via proponendo nei vari uffici. Ma qualcuno ha detto che per realizzarlo ci vuole tempo, tanto tempo, così tanto che forse potrebbero giovarsene i nostri nipoti, chissà. Altri ci hanno detto che siamo arrivati tardi, che il progetto è fantastico ma che la situazione è compromessa, che vi sono interessi che oltrepassano la singola proprietà, che occorre privatizzare, liquidare, ripianare buchi di bilancio, per garantire servizi di cui altrimenti i cittadini non potrebbero più disporre.
La solita storia, insomma, delle proprietà pubbliche, specialmente quelle di grande valore storico e paesaggistico, che tanto fanno gola ai danarosi speculatori pronti a metterci sopra le mani. A maggior ragione se la compravendita avviene nel disinteresse generale o, peggio ancora, se la si fa passare per una necessità funzionale, in primo luogo, a fermare il degrado in cui versa il patrimonio pubblico e, in secondo luogo, a garantire il funzionamento dei principali servizi ai cittadini in tempi di vacche magre. D'altronde è vero o no che fino ad oggi abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e per questo abbiamo accumulato così tanti debiti? E così via fino allo sfinimento, tra un “forse” e un “ci aggiorniamo”, malgrado i tempi della terra, dei lavori agricoli e dei nostri bisogni fossero ben altri. L'unico risultato, forse, lo abbiamo ottenuto in maniera indiretta, quando, nelsettembre del 2014, è stata indetta dalla Provincia di Firenze un'asta pubblica per la vendita della fattoria di Mondeggi ed è andata deserta. Ce ne sentiamo orgogliosamente un po' responsabili.
Un incitamento all'azione
Nel novembre del 2013, si è svolto a Firenze, per tre giorni, un incontro nazionale della rete di Genuino Clandestino, che aveva per oggetto le tematiche legate all'accesso alla terra e alla “Campagna Terra bene comune”. Durante il secondo giorno, abbiamo fatto unacamminata nei campi, nei boschi e nelle olivete di Mondeggi e abbiamo tutti insieme realizzato una prima azione simbolica di semina del grano su una piccola porzione di terreno. Nel pomeriggio, in una grande assemblea in una Casa del Popolo di uno dei paesi vicini alla fattoria, abbiamo presentato a tutta la rete e ai cittadini presenti gli scopi del Comitato Terra bene comune di Firenze e della neonata esperienza “Mondeggi bene comune - Fattoria senza padroni”. Fra tante cose, c'è stato un intervento che è rimasto impresso nella mente di tutti. In sintesi, diceva questo:
“Durante la camminata, ho visto, passando per l'oliveta, che le piante, anche se trascurate, non potate e coperte da rovi e vegetazione spontanea, sono cariche di olive. Perché non ci organizziamo e non andiamo a raccoglierle?”.
Da quel giorno è iniziata una frequentazione assidua del posto. Una parte delle olive è stata raccolta, è stato fatto l'olio e distribuito un po' ai raccoglitori e un po' ai cittadini dei paesi limitrofi. Una distribuzione simbolica, a offerta libera, per recuperare le spese del frantoio, per far conoscere l'iniziativa e per comunicare quello che stavamo facendo e pensando riguardo a quelle terre.
Successivamente si è formato un gruppo che ha iniziato ad andare a Mondeggi una o due volte la settimana per eseguire lavori agricoli vari su piccole porzioni di terra, per fare orti, per iniziare la cura degli ulivi, la pulizia e la rimessa in funzione del pollaio. E via via sono nate sempre più idee e, con queste, la voglia di metterle in pratica. Un'intensa attività di lavoro nei campi e di assemblee, con le prime produzioni contadine di cibo e con la discussione e l'approvazione della Carta dei principi e degli intenti.
Nel giugno del 2014 sono state nuovamente coinvolte, in una tre giorni di campeggio, discussioni, lavoro, buona cucina popolare, teatro e musica, tutta la rete di Genuino Clandestino e tutta la comunità locale: centri sociali, associazioni, gruppi di consumo critico, comitati cittadini in qualche modo impegnati nella difesa del territorio da speculazioni varie. E, alla fine della tre giorni, si è insediato in una casa colonica di Mondeggi un presidio contadino permanente di circa una ventina di persone.
Oggi, a un anno di distanza, molte cose sono state fatte nella Fattoria senza padroni.Mentre le istituzioni, più volte sollecitate, continuano a tacere facendo finta che non esistiamo. Nessuna azione di tipo repressivo è stata messa in atto. Cosa significa? Una implicita accettazione dello stato di fatto? Incuria? Semplice assenza di compratori? Se facessero una nuova asta e saltasse fuori l'investitore russo o cinese o italiano, cosa succederebbe? Arriverebbero immediatamente le denunce e le camionette? Al momento non abbiamo risposte a queste domande.
L'unica cosa che sappiamo è che opporremo sicuramente tutta la resistenza di cui siamo capaci. Una resistenza non armata, naturalmente, considerando la natura del nostro movimento. E lo sottolineo perché la criminalizzazione del dissenso è pratica molto usata dai nostri detrattori e dai loro cantori, sempre pronti a lanciare informazioni false e tendenziose alla massa disattenta e acritica.
La lotta intrapresa a Mondeggi deve essere per tutti noi un richiamo, un incitamento all'azione: dobbiamo riconsiderare il senso della politica, e non più intenderla solo come lo spazio di una delega espressa sulla base di informazioni attinte da un sistema uniformato e plasmato dal potere dominante, il quale evidentemente ha tutto l'interesse a mantenere le cose così come stanno il più a lungo possibile. Dobbiamo considerare la politica un agire diretto, partecipativo, che non sia solo la spregiudicata difesa dei propri interessi personali.
Confidiamo nel valore morale del nostro progetto e anche nella credibilità che ci stiamo guadagnando sul campo: basta venire a Mondeggi per capire di cosa sto parlando.
Confidiamo nell'appoggio di una gran parte di cittadini delle zone limitrofe, ma anche di persone provenienti da tutta Italia e oltre, nel sostegno al significato della lotta di cui vogliamo essere protagonisti.
Confidiamo in un innalzamento del “costo politico” di un'azione repressiva, tale da scoraggiare i nostri amici che si nutrono di consensi e che più volte hanno dimostrato di essere in grado di cambiare idea molto velocemente quando serve.
Confidiamo infine nella voglia e nel bisogno che tutti noi abbiamo di realizzare quello che in maniera chiara e semplice una volta mi è capitato di leggere, durante un viaggio in Chiapas, su un cartellone stradale: “Ti trovi in territorio zapatista; dove il popolo comanda e il governo obbedisce!”. Bello, eh!?
* Articolo pubblicato anche su Adista

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