LA
COALIZIONE SOCIALE E LA POLITICA
La
politica è sempre più devitalizzata e dominata da ristrette
oligarchie, i partiti e i corpi intermedi sono sempre più svuotati,
il cittadino è sempre più uno spettatore. Il tema del come uscire
dalla crisi radicale della politica è il mio assillo da molto tempo:
da quando decisi, nel 2005, di non fare il parlamentare e di lasciare
la politica tradizionalmente intesa, quella nei partiti e nelle
istituzioni. Ho sempre pensato che il problema si risolve partendo
dal basso, dalle persone, dalle associazioni, dalle spinte sociali e
culturali a cambiare questa società sempre più diseguale e
ingiusta. E ho sempre cercato di praticare questo pensiero, prima da
uomo di partito, poi da amministratore pubblico. Ma ora, dopo otto
anni di esperienza nel sociale, in questa nuova fase della mia vita,
lo faccio ancora di più. Il filo rosso che mi guida è questo: la
politica, e soprattutto la mia parte, la sinistra, o è sociale o non
è. Ho dedicato il mio ultimo libro al tema della ricostruzione della
sinistra: la tesi di fondo è che la sinistra del futuro deve essere
un soggetto al contempo politico e sociale, che potrà sorgere solo
da un’osmosi permanente tra politico e sociale. Da forze dei
partiti e dalle persone, da forze della società.
Riporto
un brano chiave del libro: “Io sono critico nei confronti dell’idea
del primato dei partiti e dell’autonomia della politica: perché i
partiti hanno bisogno del sociale e perché anche i movimenti sociali
hanno contenuti politici. Nel contempo sono critico anche dell’idea
del primato dei movimenti e dell’autonomia del sociale: perché i
movimenti hanno bisogno del politico e perché i partiti devono
essere stessi società. La sinistra politica esiste in quanto si
ricostruisce una sinistra sociale: ma quest’ultima non può essere
lasciata a se stessa, avulsa dai partiti. Il lavoro politico non può
non essere insieme un lavoro sociale, di radicamento nella società,
di costruzione della capacità di rappresentanza sociale: la politica
senza rappresentanza diventa solo il campo della competizione per il
potere. Il lavoro sociale a sua volta non può non essere insieme un
lavoro politico, non può disertare la politica né pensare di
sostituirsi alla politica, ma deve ambire a ridefinirne lo spazio,
introducendovi nuovi attori e procedure di democrazia
rappresentativa. Il nuovo partito della sinistra dovrà essere
l’esito dell’apertura dello spazio della politica alle pratiche
di partecipazione dal basso di associazioni e movimenti”.
Ho
ritrovato questa impostazione di fondo nella recente riflessione,
ovviamente ben più approfondita, di Stefano Rodotà, così come
nell’iniziativa di Maurizio Landini e della Fiom. Il tema è la
“coalizione sociale”. Leggiamo Stefano Rodotà: “Ma, ci si
chiede, esiste un’area a sinistra del Pd dove potrebbe insediarsi
una nuova forza politica? Il limite di questa impostazione sta nel
riportare ogni questione all’interno del funzionamento del sistema
dei partiti, identificando politica e partito e banalizzando tutto
intorno alla domanda se tizio o caio stia per fondare un nuovo
partito. Proprio la possibilità di un’altra politica viene oggi
descritta parlando di una coalizione sociale, espressione che
individua un progetto concreto di collaborazione organizzata di molti
soggetti attivi nella società, legati ai grandi principi
costituzionali”. Solo dopo questo diverso radicamento sociale,
culturale e politico, continua Rodotà, “verrebbe legittimamente il
tempo di una discussione generale sulla rappresentanza e, se si vuole
chiamarla, sulla leadership”. Altri, conclude, “spostano
l’attenzione dalla coalizione sociale alla creazione di un soggetto
unico della sinistra. Questione non nuova, con la quale si sono
cimentati tanti spezzoni della sinistra con esiti finora
insignificanti. L’ostacolo sta nel fatto che i diversi gruppi sono
prigionieri di logiche paralizzanti: la sopravvivenza, ad esempio per
Rifondazione Comunista; l’appartenenza, per Sel e la variegata
galassia delle minoranze del Pd. Una situazione che si trascina da
tempo, che non può pretendere il monopolio delle iniziative a
sinistra e che, anzi, potrebbe avvantaggiarsi da una discontinuità
che obbligherebbe ad abbandonare gli schemi attuali. La coalizione
sociale può essere proprio questo. Un risveglio, un benefico ritorno
di una politica forte e organizzata”.
Landini
si muove in questo solco: sa che i partiti in questo momento sono
diventati così impopolari che fare un nuovo partito non porterebbe a
nulla. Perché verrebbe accolto nell’indifferenza. E ha fatto
partire una coalizione che unisce movimenti e associazioni, nel nome
dei diritti e della Costituzione. Un progetto politico ma non
partitico. Il partito, se verrà, verrà quando la coalizione sociale
si sarà radicata: altrimenti l’unità politica sarà solamente
unità di ceti politici privi di qualsiasi relazione con la realtà.
Se
scrivo di questo, del rapporto tra politica e società, non è solo
perché il tema mi assilla, come ho spiegato, da tempo. Ma anche
perché è il cuore di una mia riflessione e di una mia sofferenza
interiore in questi giorni, in queste ore. Qualche giorno fa sono
stato proposto, da un gruppo di persone della società civile, come
candidato a Presidente della Regione. Ho dato una disponibilità, poi
ho accettato la candidatura, dopo aver raccolto il sostegno di tante
voci, grandi e piccole, della società. Una piccola, piccolissima
“coalizione civile, sociale e popolare” -così l’ho definita-
che vorrei ampliare rivolgendomi a tutti i liguri che, in questi
anni, si sono battuti contro la cementificazione, le ingiustizie
sociali, il declino economico e morale (si vedano, su questo
giornale, i miei interventi del 2 e del 19 marzo).
Il mio
obbiettivo è unire questo civismo alla sinistra politica: ma sto
incontrando molte difficoltà. La sinistra dei partiti mi ha
contrapposto, all’ultimo momento, un altro candidato, in uscita dal
Pd, nel nome di un progetto politico teso a unire le forze della
sinistra. Un progetto che rispetto, ma che vedo scarsamente collegato
alla realtà sociale, alla ricerca appassionata di tutto ciò che
nella società si muove in senso progressivo, contro la competizione
e per la condivisione. Io vorrei lavorare, invece, a una lista
civica, sociale e popolare, che vada a svegliare la società ligure e
la renda protagonista di una grande stagione di cambiamento. Certo,
che sia unita alla sinistra politica. Ma il primum, secondo me, è il
civismo: è giusto, ed è anche essenziale per vincere le elezioni.
Non so se riuscirò a raggiungere l’obbiettivo di tenere uniti
questi due mondi, o se dovrò rinunciarvi. Mi batterò fino
all’ultimo perché ciò avvenga: è il frutto delle mie
convinzioni, ed è tutta la mia vicenda umana che mi spinge a farlo.
Sicuramente, comunque vada a finire, continuerò a dare il mio
piccolo contributo, come in tutti questi anni, a un processo di
innovazione vero e profondo, al sogno di riconnettere politica e vita
reale delle persone.
lucidellacitta2011@gmail.com
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