Disastri naturali: in ogni longitudine e latitudine geografica e in tutti i tempi storici, prima e dopo Cristo. Anche nel “paradiso” sovietico….
Le catastrofi naturali scuotono la coscienza dei credenti. Di fronte al dolore delle vittime, i teologi cercano delle risposte. Perché Dio permette il Male?
“Dov’eri, Dio?“, hanno scritto a lettere cubitali alcuni giornali tedeschi, mettendo questo titolo accanto alle foto di bambini rimasti uccisi dall’ultima catastrofe naturale. “Perché Dio permette che accadano cose simili?”, si chiedono i credenti e anche i non credenti. Fin dall’antichità filosofi e teologi hanno cercato di dare risposta a questi e altri simili interrogativi. E proprio le grandi catastrofi hanno sempre di nuovo messo in dubbio la fede in un Dio onnipotente e buono.
“Capisco che la gente, di fronte ad avvenimenti tanto terribili, può essere colta dal dubbio, può addirittura essere disperata”, ha affermato il vescovo luterano Wolfgang Huber, presidente della Chiesa evangelica tedesca, in una meditazione pronunciata all’epoca dello Tzunami. La terribile forza della natura scatenata non ha tuttavia fatto crollare l’onnipotenza di Dio, ha aggiunto Huber, ma ha invece scosso radicalmente l’illusione di onnipotenza dell’essere umano moderno. Dire che Dio è onnipotente non significa dire che Dio impedisce ogni male, ha detto ancora Huber. L’onnipotenza di Dio si manifesta piuttosto “nell’amore con cui Dio si volge verso di noi, affinché anche di fronte al male noi possiamo trovare un sostegno sicuro“. Quel vescovo ha detto di credere che Dio vuole la vita, e non la morte. “Di fronte a tanta sofferenza”, ha concluso Huber, “non conosco nessun altro rifugio e nessuna altra consolazione all’infuori dell’amore di Dio”. Parole impregnate di speranza ma che chiedono di fatto il cosiddetto salto teologico. Diciamo che non è da tutti. Ma preferisco prendere le distanze dalle teorie che immaginano la mano umana (o meglio politica) dietro questi fenomeni. Ho ricevuto una corrispondenza inquietante ieri, in riferimento al caso Turchia, dal tenore “c'è stata un'impennata pazzesca (i grafici che si trovano in rete sono impressionanti) di terremoti oltre i 7 punti di magnitudo, quasi tutti con epicentro a 10 km sottoterra... fenomeni e statistiche del tutto innaturali...” C’è chi sbaglia a volte gruppo: forse preferirebbe che mi avventurassi anziché in un salmo sufi, in tesi antiscientifiche e non confermate: mi piacerebbe prestare un volume immenso che possiedo, pubblicato decenni fa, su qualsiasi genere di disastro naturale occorso ad ogni longitudine e latitudine geografica oltre che in ogni tempo storico. Compreso quello del “paradiso” in terra. Come dire non ci sono solo gli scribacchini della rete che fanno la storia o la scienza. Col logo di Facebook.
Già il filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.) cercò di conciliare il concetto dell’onnipotenza e della bontà di Dio con l’esistenza del male e del dolore. Secoli più tardi sembrò che Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), nel suo celebre “Saggio sulla teodicea“ (1710), avesse trovato una risposta convincente e valida al problema: il mondo, creato da Dio, è “il migliore dei mondi possibili”, ma non è un mondo perfetto, perché la perfezione spetta a Dio soltanto. Dato che l’essere umano è imperfetto ed è un essere attivo e libero, il dolore e il peccato trovano posto nel mondo, senza che ciò comporti tuttavia una negazione dell’onnipotenza di Dio.
Quella di Leibniz era una spiegazione ottimistica, che venne radicalmente messa in crisi, poco dopo essere stata formulata, dal terremoto di Lisbona del 1755. La distruzione della metropoli commerciale provocò la morte 30’000 persone e sollevò nuovi dubbi sulla bontà e l’onnipotenza di Dio. Si cominciò allora a negare l’esistenza stessa di Dio. Il problema della teodicea – cioè della giustizia di Dio, e della giustificazione di Dio di fronte al male e al dolore dell’umanità – divenne uno dei principali argomenti su cui si basò l’ateismo.
Anche il teologo evangelico di Amburgo, Fulbert Steffensky, sostiene che catastrofi come quella che ha colpito il sudest asiatico nel 2005 possano condurre ad un allontanamento da Dio. Da un lato, “Dio ci rende difficile il pregare“, ha affermato. Dall’altro, ha aggiunto, “nessuno ha mai detto che pregare fosse un esercizio facile”. La protesta contro Dio “può essere giustificata”, ha detto ancora Steffensky, “come del resto ci insegnano molti Salmi della Bibbia”. E non bisogna dimenticare che proprio le persone colpite dal lutto, le persone vittime del dolore, cercano rifugio nella preghiera. “Non dovremmo dimenticare di ascoltare la loro voce“, ha concluso Steffensky.
Per un altro teologo evangelico tedesco, Hans-Martin Gutmann, è proprio in Gesù Cristo che noi vediamo come Dio si manifesti là dove c’è tristezza e abbandono: “Dio è diventato uomo per amore degli esseri umani, e così facendo ha rinunciato al suo potere”. Il Dio cristiano non ha, se così si può dire, “tutto sotto controllo”. Nella vita e nella morte di Gesù è divenuto evidente che Dio soffre insieme alle sue creature. Perciò, ha sostenuto Gutmann, ora c’è una domanda che è più urgente del “perché”, ed è la questione del come rendere giustizia alle vittime della catastrofe.
Anche altri teologi sono intervenuti ammettendo che le calamità naturali mettono a dura prova la fede. L’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha messo in guardia i teologi anglicano dall’offendere la sensibilità dei fedeli proclamando con leggerezza complesse spiegazioni teologiche. “Il fatto sorprendente e singolare è che la fede ha superato, più volte nel passato, innumerevoli simili prove“, ha detto l’arcivescovo.
E il vescovo luterano dello Schleswig, Hans Christian Knuth, ha sostenuto che tutti i tentativi di dare una spiegazione non possono fare a meno di riconoscere la precarietà e la fragilità della vita umana. “Ciò che rimane è l’aiuto concreto da dare alle vittime, la preghiera e la nostra fede”. Anche le vittime della catastrofe, ha aggiunto Knuth, non sono state abbandonate da Dio.
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