martedì 27 ottobre 2015

In preparazione del meeting quacchero da ecumenici.it

Preparazione al Meeting quacchero sulle adozioni gay e lesbiche:

(...) Va ricordato che, per quanto concerne l’omosessualità, l’Associazione degli Psicologi Americani afferma:

“Le attrazioni, i comportamenti e gli orientamenti sessuali verso persone dello stesso sesso sono di per sé normali e positive varianti della sessualità umana – in altre parole, non indicano disturbi mentali o evolutivi” (APA 2009, p. 63).

Nelle persone omosessuali o bisessuali, infatti, non esiste alcuna alterazione comprovata, nessun difetto costitutivo a nessun livello, nessuna tara, malattia o deviazione. Non esiste alcuna alterazione familiare, sociale o genetica. E tantomeno mentale. Esattamente come quello eterosessuale, l’orientamento omosessuale non è né potrà mai essere scelto: si tratta di una predisposizione strutturale che prescinde da ogni possibile scelta individuale.

L’orientamento sessuale (etero/bi/omo) costituisce una struttura primaria e centrale della psiche, fondata sul desiderio di entrare in relazione con gli altri, che sostiene e nutre tutta l’interiorità e la mente della persona e le consente di connettersi con chi corrisponde al proprio desiderio:

“L’orientamento sessuale è unicamente individuale e inseparabile dalla personalità e dal senso di sé di una persona” (APA 2009, p. 63).

L’orientamento omosessuale, così come quello eterosessuale, si basa sul desiderio di raggiungere una condizione interiore ed esistenziale più soddisfacente, ricca e completa, in virtù del fatto che il soggetto, unendosi alla persona amata, supera la propria “solitudine”, viene “spinto fuori”, nel mondo, e raggiunge uno stato emotivo più potente e gioioso.

Esso è fatto di erotismo, affetti, pensieri, idee, emozioni, fantasie, esperienze, vissuti, sogni:  tutti elementi portanti di ogni persona. È dunque una delle strutture fondamentali e costitutive della complessiva identità dell’individuo che lo identificano nella sua unicità
(...)


Il sinodo cattolico dei vescovi non ha risolto nulla non solo il tema di coppie gay come era immaginabile visto la loro omofobia ma neanche quelle miste interconfessionali ossia eterosessuali, fra coniugi cattolici e protestanti sulla comunione eucaristica, uno dei loro sacramenti. Problema non comune comunque coi quaccheri, che contestano i sacramenti tutti.
Ma non  è questo il punto visto che solo la stampa italiana e i media di regime hanno sistematicamente ignorato il tema che è stato posto invece a livello mondiale ad ogni livello di dialogo teologico: dai paesi nordici dove la componente luterana e anglicana sono maggioritarie agli Stati Uniti e Canada e Oceania, paesi tradizionalmente protestanti e multiconfessionali.
Non è dunque un aspetto comunque secondario per loro cattolici, perché tocca molte famiglie. Basti pensare che in Svizzera quasi un quinto dei matrimoni unisce persone di confessione diversa. In Germania praticamente la metà. In Italia i numeri di Battisti e valdometodisti sono limitati ma il problema sussiste comunque. Nei templi protestanti si offre al coniuge cattolico la possibilità di partecipare alla loro Santa Cena ma i cattolici ovunque negano al coniuge protestante di partecipare all’eucarestia nei loro templi. Un pugno nello stomaco al loro sbandierato ecumenismo e aperture papali verso le altre chiese cristiane.
Le linee guida per il Sinodo che si concluso contenevano la domanda se la normativa in vigore attualmente nella chiesa cattolica permetta “di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da quelli interconfessionali”. Nella relazione del Sinodo dell’anno scorso il tema è stato menzionato nella sezione intitolata “Curare le famiglie ferite”. Ma una coppia interconfessionale va considerata come una “famiglia ferita”?
Secondo la Rete internazionale delle famiglie interconfessionali, le famiglie composte da coniugi di diversa confessione non sono “problematiche”, ma rappresentano una risorsa da valorizzare. In una lettera inviata al Sinodo, la Rete ha perciò cercato di attirare l’attenzione dei vescovi cattolici sul contributo che molte di queste coppie, impegnate in entrambe le chiese di appartenenza, offrono al cammino verso l’unità.
Nella realtà ecclesiastica quotidiana, le famiglie interconfessionali sono purtroppo emarginate, incontrano difficoltà con l’educazione religiosa dei figli e con la condivisione eucaristica. Condividono il pane quotidiano, ma sono separate alla mensa del Signore. Fin qui le chiese sembrano assistere con relativa passività al fenomeno e offrono – salvo poche, lodevoli eccezioni – poco supporto a queste famiglie. Sarebbe necessario un cambio di rotta dettato dalla volontà di riconoscere la ricchezza delle coppie miste e l’importanza di offrire loro un accompagnamento pastorale adeguato.

Nessun commento:

Posta un commento