Risposta del Viceministro allo Sviluppo Economico – Carlo Calendaby Riccardo |
Marco Bersani nel suo articolo “CETA e TTIP contro i servizi”, pubblicato il 31 ottobre scorso, sembra indicare una volontà dell’Europa di aprire i servizi pubblici agli investimenti privati esteri, attraverso gli accordi di libero scambio. Così non è. Principio fondamentale delle negoziazioni condotte dall’UE in materia è che il livello di liberalizzazione offerto nell'ambito degli accordi commerciali europei deriva dal grado di apertura già consentito a livello nazionale dagli stati membri. Le liste degli impegni italiani ed europei nel CETA, nel TiSA e nel TTIP riprendono, infatti, quanto già stabilito nell’accordo generale sul commercio di servizi del WTO (GATS), alla luce delle evoluzioni normative che dagli anni ’90 hanno portato nel nostro Paese le privatizzazioni e le liberalizzazioni in alcuni settori. In sostanza, i trattati internazionali non possono per definizione essere strumento di liberalizzazione maggiore rispetto a quella già prevista all’interno della legislazione nazionale.
Lista positiva e lista negativa rappresentano due diverse metodologie di apertura che non intaccano questo principio. La differenza sostanziale sta nella dinamica di aggiornamento dei contenuti delle intese. Con la lista positiva una maggiore liberalizzazione interna - avvenuta successivamente alla conclusione di un trattato - non viene automaticamente riportata nell’accordo stesso. L’approccio a lista negativa è considerato più trasparente, dal momento che tutte le riserve in tutti i settori sono indicate ed è più dinamico poiché permette di aggiornare gli impegni in modo automatico. Una lista negativa, peraltro, può essere ridotta tramite l'esclusione di alcuni settori o l'inserimento di ampie riserve. Il limite è sempre quello della nostra legislazione interna: l’uso del metodo della lista negativa non può in alcun modo scardinarla. Quanto ai servizi pubblici essenziali, essi sono esclusi da ogni processo di liberalizzazione conseguente ad un accordo di libero scambio. Nel caso del TTIP, oltre allo specifico paragrafo contenuto nel mandato, è bene ricordare la dichiarazione formale dei due negoziatori dello scorso marzo che ribadisce come nel trattato “la definizione del giusto equilibrio tra servizi pubblici e privati è lasciata alla discrezione di ciascun governo”.
Inoltre, i servizi pubblici – compresi quelli che rientrano nell’ambito dell’autorità di governo – e che sono forniti senza fini commerciali o non in concorrenza con privati, non rientrano nell’ambito di applicazione dei trattati di cui stiamo parlando. In ogni caso, settori come salute e istruzione non sono aperti per definizione a tutti, ma possono essere soggetti a monopoli pubblici, a regime di concessione o a diritti esclusivi dati a privati. In conclusione, nessuna clausola inserita in un accordo di libero scambio può obbligare uno stato membro dell’UE ad aprire ai privati o comunque a liberalizzare il settore dei servizi pubblici.
Carlo Calenda
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