È ora di decidere noi il nostro destinoby maomao comune |
Ayotzinapa è il punto in cui ci siamo uniti. Non è nello stato messicano del Guerrero ma in tutto il mondo che sta sotto, in basso. Ancora una volta, per l'ennesima volta, chi dal Festival mondiale delle Ribellioni e delle Resistenze contro il capitalismo si aspettava la definizione di una linea è rimasto deluso. Non c'è un piano dettagliato per cominciare la rivoluzione la prossima settimana e neppure quella sfilza di triti accordi e appuntamenti che servono solo a tener impegnata un'idea rassicurante di futuro. La cosa più importante è ascoltare. Ma come rispondiamo alla domanda che, inevitabile, si ripropone ossessiva: cosa possiamo fare per cambiare il mondo? Non c'è un'unica risposta. Non c'è un manuale. Non c'è un dogma. Anzi, ha detto in modo molto chiaro il subcomandante Mosés, ci sono molte risposte, molti modi, molte forme. E ciascuno vede, via via, i propri risultati e impara dalla propria lotta e dalle altre lotte come costruire un mondo nuovo
Studenti della scuola normalista. Foto tratta da zapateando
di Gustavo Esteva
Si è chiuso il primo Festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo senza che producesse il piano per la rivoluzione di lunedì prossimo che alcuni si attendevano. Per loro grande delusione, non è stata data la linea. Nemmeno si sono presi accordi per la prossima marcia, la prossima manifestazione, il festival seguente. Si sono solo intessuti consensi sui piccoli e decisi passi che restano da fare.
Hanno partecipato al festival: 1300 delegati del Congresso Nazionale Indigeno, in rappresentanza di 34 popoli; 2904 aderenti alla Sexta; 2168 persone arrivate da quasi tutti gli Stati della Repubblica (messicana); 766 da altri 49 paesi. Molti altri hanno seguito a distanza attentamente ciò che succedeva.
Presenti e assenti hanno riconosciuto, insieme al subcomandante Moisés, che “la cosa più urgente è la verità e la giustizia per Ayotzinapa”. Non c'è priorità più grande. “Succede a volte che la storia ci pone di fronte a qualcosa in cui ci uniamo…Ayotzinapa è stato il punto in cui ci siamo uniti. Direttamente dai parenti dei 43 abbiamo sentito che Ayotzinapa non è nello stato messicano di Guerrero, ma in tutto il mondo che sta in basso”.
Dobbiamo accompagnarli, cioè lottare con loro. Si è cominciato a organizzare, durante il Festival, il viaggio di familiari e dei sopravvissuti in Europa. I popoli originari stanno già organizzando le visite in ognuno dei loro paesi. Non li fermeranno. Lo ha ben espresso, a Campeche, uno dei sopravvissuti: “Siamo quelli che stanno vivendo più direttamente la situazione dolorosa del paese... per cambiare il paese e il mondo”. E ha aggiunto: “Non potranno farci sparire perché abbiamo un mandato di dignità che abbiamo ereditato dalla memoria delle nonne e dei nonni”.
Ayotzinapa obbliga a prendere partito: accettare la categoria dell’ “in basso” e lì collocarsi.Non possiamo più aggregarci a quelli che vogliono solo disputare prebende e posizioni nel gioco elettorale. Si mischiano e si confondono con i sequestratori, gli assassini, i bugiardi. Non possiamo stare al fianco di chi trova alleati nel capitalismo e nel governo. Né di quelli che vogliono solo cambiare governo per metterci il loro leader o il loro partito, quando invece si tratta di cambiare il mondo.
Il Festival si è andato rafforzando in corso d'opera. E' iniziato a Xochicuautla, terra del bosco fiorito, e poco dopo è arrivato a Amilcingo, la culla di Emiliano Zapata. “Dice la profezia – è stato detto ad Amilcingo – che ogni cento anni circa c'è un cambiamento...Ma non è ancora quel momento! Questi sono i vespri, un annuncio. Abbiamo visto che non siamo soli!”.
Lungo tutto il percorso è stata sottolineata la cosa più importante: ascoltare. Si sono ascoltati i racconti ripetuti degli orrori commessi dal capitale e dai cattivi governi, ma anche le resistenze e ribellioni che si diffondono in ogni luogo. Più e più volte si è ascoltata la domanda: Che fare? Come fermare l'orrore? Come fare perché non ci siano più desaparecidos? Perché la verità e la giustizia fioriscano? Per costruire la libertà e la democrazia? Come fare tutto quello che manca?
Più volte abbiamo ascoltato quello che poi, verso la fine, ha ben sintetizzato il subcomandante Moisés: “Non c'è un'unica risposta. Non c'è un manuale. Non c'è un dogma. Ci sono molte risposte, molti modi, molte forme. E ciascuno vede via via i propri risultati e impara dalla propria lotta e dalle altre... Ognuno con il suo dolore, la sua lotta, la sua speranza, il suo cuore onesto, ci rendiamo conto che il nemico è comune e si chiama capitalismo, e che il governo di turno e i partiti politici sono le marionette dei padroni del capitale”.
Il compito è chiaro. “E' ora di organizzarci. E' ora di decidere, noi stesse, noi stessi, il nostro destino... Tutto ciò che vogliamo come popoli, dobbiamo costruircelo noi...Dobbiamo costruire e far crescere organizzazione in ogni luogo dove viviamo. Siamo noi i popoli, donne, uomini e altri/e delle campagne e delle città che dobbiamo prendere in mano la libertà, la democrazia e la giustizia per questa nuova società”.
Con il dolore e la rabbia che tutte e tutti sentiamo e che Ayotzinapa ha manifestato, non solo si è chiarito contro cosa combattiamo, qual è il nome e il cognome della bestia. Abbiamo capito che, come ci aveva detto nel gennaio del 2013 il defunto sup, riflettere sul mondo in cui viviamo ci permette di pensare che non c'è ragione perché sia così. E quindi di immaginare come sarà il mondo nuovo.
E' arrivato il momento. Formiamo un turbine di vento nel mondo, perché ci restituiscano in vita i nostri desaparecidos. Lo faccia ciascuno di noi. Creiamo un'onda e travolgiamo quelle bestie, affoghiamo quei malvagi che tanto danno ci hanno fatto nel mondo”.
Fonte: la Jornada Titolo originale: Llegó la hora
Nessun commento:
Posta un commento