domenica 15 febbraio 2015

la censura folle dell'università

L’università di Roma ha paura della storia

by maomao comune
Il divieto imposto a Ilan Pappè di parlare all'Università di Roma Tre è un atto vergognoso che danneggia la società, la libertà di parola e la stessa istituzione protagonista di una censura così inammissibile. Impe­dire allo storico israeliano di discutere all’università è il risul­tato di un cor­to­cir­cuito psi­co­pa­to­lo­gico che col­pi­sce per­sone ter­ro­riz­zate dal con­fronto e dall’opinione diversa. Chi fugge il dialogo ha paura della verità. Un articolo di Moni Ovadia su il manifesto
Israeli airstrike hits Nuseirat Refugee Camp in Gaza
La storia delle furiose aggressioni israeliane a Gaza non può essere raccontata a Roma Tre
di Moni Ovadia*
Un blac­kout della demo­cra­zia, quando si tappa la bocca a priori. Domani (domenica 15 febbraio) all’Università di Roma Tre si sarebbe dovuto tenere l’incontro «Europa e Medio Oriente oltre gli iden­ti­ta­ri­smi», a cui avreb­bero preso parte, oltre a me, la pro­fes­so­ressa pale­sti­nese Ruba Saleh, l’ex vice­pre­si­dente del Par­la­mento Euro­peo Luisa Mor­gan­tini e il pro­fes­sore e sto­rico israe­liano Ilan Pappè. Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.
Ci siamo orga­niz­zati: si terrà in un’altra sede, al Cen­tro Con­gressi Fren­tani. Ma ciò non intacca il mio pro­fondo sgo­mento. Sep­pur non abbia le prove di tale cen­sura pre­ven­tiva, il divieto di par­lare è una prassi troppo ricor­rente. Pappè è ospite in un paese che si mil­lanta demo­cra­tico. Ma è ormai da lungo tempo che una parte delle comu­nità ebrai­che ritiene che non si debba nem­meno trat­tare la que­stione pale­sti­nese. Silen­zio di tomba. Qual­siasi che sia il com­por­ta­mento del governo o dell’esercito israe­liano, non ci si limita a negare il diritto di cri­tica. Ci si spinge tanto oltre da ane­lare al silen­zio totale.
pappeNei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito.
Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­niz­za­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.
Negare la libertà di parola è l’anticamera della dit­ta­tura. Impe­dire a Pappè di dibat­tere all’università è il risul­tato di un cor­to­cir­cuito psi­co­pa­to­lo­gico che col­pi­sce per­sone ter­ro­riz­zate dal con­fronto e dall’opinione diversa. Temono il dibat­tito a pre­scin­dere e impon­gono una cen­sura plum­bea, colonna del pen­siero fasci­sta. Altro che cor­tina di ferro, que­sta è una cor­tina di tita­nio che dan­neg­gia, per primo, chi si erge a cen­sore. Cen­sura chi ha paura.
 * Fonte: il manifesto, dove questo articolo è uscito con il titolo: "La censura preventiva blackout della democrazia"

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