Il divieto imposto a Ilan Pappè di parlare all'Università di Roma Tre è un atto vergognoso che danneggia la società, la libertà di parola e la stessa istituzione protagonista di una censura così inammissibile. Impedire allo storico israeliano di discutere all’università è il risultato di un cortocircuito psicopatologico che colpisce persone terrorizzate dal confronto e dall’opinione diversa. Chi fugge il dialogo ha paura della verità. Un articolo di Moni Ovadia su il manifesto
di Moni Ovadia*
Un blackout della democrazia, quando si tappa la bocca a priori. Domani (domenica 15 febbraio) all’Università di Roma Tre si sarebbe dovuto tenere l’incontro «Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi», a cui avrebbero preso parte, oltre a me, la professoressa palestinese Ruba Saleh, l’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini e il professore e storico israeliano Ilan Pappè. Pare che il rettore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo dietro presunte pressioni dell’ambasciata israeliana e della comunità ebraica romana.
Ci siamo organizzati: si terrà in un’altra sede, al Centro Congressi Frentani. Ma ciò non intacca il mio profondo sgomento. Seppur non abbia le prove di tale censura preventiva, il divieto di parlare è una prassi troppo ricorrente. Pappè è ospite in un paese che si millanta democratico. Ma è ormai da lungo tempo che una parte delle comunità ebraiche ritiene che non si debba nemmeno trattare la questione palestinese. Silenzio di tomba. Qualsiasi che sia il comportamento del governo o dell’esercito israeliano, non ci si limita a negare il diritto di critica. Ci si spinge tanto oltre da anelare al silenzio totale.
Quanto accaduto è una catastrofe per la democrazia italiana, sì, per noi, ma anche per coloro che impongono il silenzio senza rendersi conto di censurare il pensiero prima che questo venga espresso. Ad uscirne sconfitta è la società, la democrazia, e non solo noi, organizzatori di un evento e depositari di un’opinione, non della verità assoluta. E nel momento in cui si calpesta la libertà di un individuo di esprimere il proprio pensiero, il principio volterriano, la democrazia muore.
Negare la libertà di parola è l’anticamera della dittatura. Impedire a Pappè di dibattere all’università è il risultato di un cortocircuito psicopatologico che colpisce persone terrorizzate dal confronto e dall’opinione diversa. Temono il dibattito a prescindere e impongono una censura plumbea, colonna del pensiero fascista. Altro che cortina di ferro, questa è una cortina di titanio che danneggia, per primo, chi si erge a censore. Censura chi ha paura.
* Fonte: il manifesto, dove questo articolo è uscito con il titolo: "La censura preventiva blackout della democrazia"
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domenica 15 febbraio 2015
la censura folle dell'università
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