Il “grande buco” degli enti lirici: 330 milioni di debiti
Il ministro Franceschini: ora serve più modernizzazione

ANSA



06/10/2014
SANDRO CAPPELLETTO
ROMA
Il ministro Franceschini interviene sulla difficile situazione dei nostri teatri d’opera, culminata nell’avvio della procedura di licenziamento per gli orchestrali e i coristi del Teatro di Roma. In una nota diffusa ieri dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, ricorda che «il Fondo Unico dello Spettacolo è stato salvaguardato e nonostante la generale contrazione degli investimenti pubblici di parte corrente, non è diminuito. Anzi: ad esso il Governo ha aggiunto fondi straordinari per 125 milioni di euro per la ricapitalizzazione in particolare delle fondazioni liriche».
I dati sono corretti, ma per capire la situazione paradossale nella quale vivono le quattordici case dell’opera italiane riconosciute di «rilevante interesse nazionale», conviene fare un passo indietro e leggere un passo di un documento riservato del Ministero, datato giugno 2013: «Esse contano nelle piante organiche n. 5695 dipendenti, il cui costo ammonta a euro 344 milioni, mentre il contributo dello Stato non supera i 190 milioni». Dunque, semplicemente per pagare gli stipendi, ogni anno partono, tutte assieme, da meno 154 milioni. Esiste un’azienda capace di sopravvivere in una situazione simile?
Esiste, e sono appunto i nostri teatri, la cui esposizione debitoria complessiva si attesta a 330 milioni di euro. Sono cifre agghiaccianti, le stesse - tuttavia - che troviamo leggendo i bilanci di molte aziende partecipate dalla mano pubblica. E la spiegazione è semplice, basta fare un altro passo indietro.
Nel 1967 viene promulgata la celebre Legge 800, che governa il mondo dello spettacolo italiano e al suo articolo 1 sancisce: «Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale». Sarà lo Stato a stabilire le «opportune provvidenze» per garantire il funzionamento dei teatri d’opera. Da allora, il budget assegnato non è mai stato rispettato, né quando gli stanziamenti erano generosi, né quando hanno iniziato a contrarsi: una diminuzione, negli ultimi trent’anni, di circa 500 milioni di euro. L’osmosi perversa tra sindacalismo corporativo e ricerca del consenso elettorale da parte della politica - presidente dei teatri è il sindaco della città - ha portato alla pratica del ripiano dei debiti a piè di lista. Il Ministro ricorda poi che il costo della lirica assorbe la metà del finanziamento pubblico, mentre tutte le altre attività di spettacolo dal vivo si dividono il resto, e aggiunge che il pubblico dell’opera è in calo: «La quantità di biglietti venduti è poco più di 2 milioni ed è ben inferiore a quella del teatro (circa 13 milioni) e lontanissima da quella del cinema (circa 110 milioni)». Dati innegabili, come quelli sui «contributi da parte di Regioni, Province e Comuni, per un costo complessivo, per la collettività italiana, di circa 300 milioni di euro».
«Serve un cambio di passo a favore della modernizzazione», conclude Franceschini, ed è questa la frase chiave da interpretare. «Modernizzazione» significa avviare una procedura di licenziamento per 182 orchestrali e coristi perché un direttore d’orchestra - il maestro Muti - ha lasciato un teatro dove non riusciva a lavorare secondo i criteri di rigore ed eccellenza per lui indispensabili, o evitare che persistano situazioni di esasperata conflittualità, tollerate, da tutti gli schieramenti politici, per troppi anni? Significa riscrivere le regole del contratto collettivo di lavoro, scaduto da 15 anni, garantendo più produttività e maggiore qualità, o decidere che la nazione dove l’opera è nata non è più in grado di permettersela perché non sa rinnovare le regole del gioco? Se Barenboim lascia l’Opera di Stato di Berlino, che cosa fa la signora Merkel, manda a casa orchestrali e coristi?








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